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il cibo che non c'è

ancora tu

Mi piacerebbe poter dare la colpa di tutto a Luca, ma non posso. Non posso accollargli il fardello della mia scelta come vorrei, perché se è vero che lui è stato il motore primo e la causa ultima della mia dematerializzazione è altrettanto vero che la responsabilità dell’evento sta interamente dalla mia parte e lui è stato solo l’indispensabile strumento del mio progetto.
L’ho visto piangere quando la notizia che il corpo senza vita di Shirai Reena era all’obitorio ha raggiunto il video del suo computer portatile e adesso ho accesso a tutti quei pensieri che mi ha sempre tenuto nascosti. Li posso vedere, ora che non hanno più alcun valore, ora che ho raggiunto il mio obiettivo e ho il potere di fargli sapere che anche lui, se vuole, può raggiungermi qui. Adesso so anche che lo vuole: c’è un’ineffabile ironia in tutto questo.
La notte in cui Luca è riapparso nella mia vita sotto forma di incubo, quella notte che adesso scorre sotto di me in tutti i suoi più insignificanti dettagli, è stato l’inizio del progetto, l’epicentro dell’idea.
 
Mi sveglio ansimando, gli occhi sbarrati nel buio. Sono sola in una casa vuota, c’è solo disperazione e abbandono intorno a me e dentro di me. Lentamente, mentre il battito del cuore si normalizza, metto a fuoco i dettagli della stanza in cui mi trovo. Lentamente le forme indistinte assumono contorni meno ostili, quasi familiari. Sento il respiro lieve di Ichiro accanto a me. Stordita dal sonno, confusa dalla distonia delle sensazioni interne e degli stimoli esterni mi siedo sul letto, la testa tra le mani. Che cosa ho sognato? Era solo un sogno. Questa è la mia casa, questo è il mio letto, non sono sola, c’è Ichiro con me, come sempre. Che cosa ho sognato? Sembrava così reale, così vero. Il dolore che mi ha tolto il fiato nel sogno ritorna sotto forma di nausea sottile, la voce di Koda Kit, la sua voce acuta che perfora il cervello.
E tu? Stai con qualcuno?
No. Dopo Luca non c’è stato più nessuno.
 
Ma non è vero! Ichiro è qui, è un pilastro della mia vita come lo è stato Roberto prima di lui. Perché nel sogno non c’erano? Perché nel sogno era come se non fossero mai esistiti?
Il sonno mi riprende dolcemente, mi sveglia il suono fastidioso dell’allarme la mattina dopo alla solita ora. Mi alzo con la sensazione di nausea ancora intatta, cerco di scrollarmela di dosso insieme al sonno sotto la doccia. E penso. Penso a Luca per la prima volta dopo sette anni. È un pensiero breve, strozzato dai minuti impietosamente scanditi dai digits dell’orologio a muro. La prima parte del lavoro su Koda Kit, i suoi ricordi d’infanzia, deve essere finito entro mezzogiorno e sono ancora molto indietro. Focalizzo i miei pensieri sul lavoro, butto il sogno insieme all’asciugamano usato nel cesto della biancheria, mi butto addosso qualche vestito pescato a caso dal mucchio sul pavimento e nel giro di un quarto d’ora mi ritrovo in ufficio, attaccata al computer come ad una zattera di salvataggio. Il lavoro è un grande analgesico: quando Hideo mi sorride dall’altra parte del vetro, il pollice alzato, i digits dell’orologio segnano le dodici e dieci. Non ho nemmeno tempo di compiacermi con me stessa per avercela fatta che l’e-mail lampeggia: convocazione di riunione strategica immediata nella sala Sakura.
Ci sono tutti: da Tanaka in giù, tutto il board, tutti gli ingegneri, i grafici, gli sceneggiatori, i tecnici, i markettari e i PR: la sala trabocca.
Dopo i convenevoli di rito, senza preavviso Tanaka attacca a parlare in giapponese. Simultaneamente tutti i non autoctoni inseriscono l’auricolare per la traduzione simultanea, ma perdiamo la prima parte del discorso. Quello che sentiamo è sufficiente per farci scorrere un fiume di adrenalina nelle vene: i finanziatori del progetto DK96 si sono rotti i coglioni di aspettare e hanno dato un ultimatum alla HoriPro: se entro due settimane la bimbetta (Date Kyoko) non sarà in grado di presentarsi sul palco dello stadio di Osaka ed esibirsi per almeno un’ora e mezza di fronte a trecentomila persone si chiude baracca e burattini. Il fallimento è inammissibile, sta dicendo adesso Tanaka: in parole povere se il concerto non è un successo è meglio che tutti noi si corra a comperare la spada da harakiri. Nessuno escluso.
Da questo momento qualunque altro progetto è sospeso e tutto lo staff si concentrerà su DK96, conclude Tanaka e si inchina bruscamente. Fine della riunione strategica. Inizio del panico.
È la prima vera emergenza da quando sono qui e mi dà l’opportunità di osservare le reazioni dei vari componenti dello staff. Noto immediatamente la dicotomia tra nativi ed expats: i primi sono genuinamente prostrati da una forma incontrollabile di imbarazzo mista a senso di colpa per quello che è successo prima ancora di affrontare il panico per quello che li attende; gli altri, cioè noi occidentali, siamo invece decisamente orientati al futuro: il terrore che si legge sulle nostre facce è solo quello di perdere tutti i nostri privilegi e trovarci col culo per terra in una terra ostile nel caso in cui andasse tutto a puttane.
Mi volto verso Ichiro che non ha il coraggio di guardarmi: vorrei fargli capire che non lo ritengo personalmente responsabile per l’insuccesso di DK96, innanzitutto perché non fa parte di quel team, ma sento che è inutile: per quel poco che ho imparato dei jap il loro senso di colpa è più metastatizzato che in noi cattolici. Lo lascio perdere e mi rivolgo al mercato occidentale. Fabio mi guarda con il suo solito sguardo maledetto e declama, in perfetto romanaccio DOC.
“Me sa cche a ‘ssto punnto ce vole ‘na canna. Rossà cce stai?” 
Annuisco. Fa parte di quegli amplessi virtuali che sono diventati il nostro cibo quotidiano.
Dopo la canna il mondo mi sembra migliore: mi riattacco al computer e riesco a fargli inghiottire cinque descrizioni di fila senza causare alcun crash di sistema. Fabio è già alla seconda canna e stende i piedi sul tavolo.
“Rossà il tuo probblema è cche llavori troppo! E rrilassati dai! Il briefing su quella puttana de DK nun c’ariva prima delle tre, e cche cazzo!”
“Sì, lo so, ma ero comunque indietro su Koda Kit e finché questo stronzo mi passa sceneggiature è tutto lavoro che non dovrò fare dopo.”
“Tte ssei proprio convinta cche cce sarà un dopo! Sei forte, sei.”
“Anche tu sei convinto che ce la faremo Fa’, solo che sei troppo figo per ammetterlo.”
Ichiro rientra in ufficio proprio mentre i nostri occhi carichi di disponibilità si stanno incrociando e le teste si stanno inclinando attratte irresistibilmente. Raccolgo un’inesistente matita da terra e mi rimetto a lavorare. Ichiro si è seduto alla sua consolle senza una parola, ancora pieno di dolore e frustrazione. Fabio sbadiglia e toglie i piedi dalla scrivania, si abbassa verso di me e mi sussurra “Quanno te sei stufata de dalla ai gialli ricordete dde me.” Sorrido guardandolo andare via, ma senza preavviso, con l’ondata dell’erba, torna anche la sensazione di nausea della notte. Luca. Di nuovo. Per due volte nella stessa giornata. Perché?
L’e-mail con il brief su DK arriva con perfetto tempismo e uccide sul nascere il desiderio di approfondimenti ulteriori sulla vicenda.
Lavoriamo senza sosta per due settimane dormendo in ufficio, tre ore ogni otto, su tatami provvidenzialmente forniti dall’house management. Alla fine della prima settimana le canne di Fabio sono state sostituite dalla coca di Hans. I jap invece si stonano con sakè a fiumi e lunghe maratone di sesso con puttane sempre gentilmente fornite dall’house management. Non vedo Ichiro da giorni: sta lavorando in un altro gruppo e l’ultima notte che sono stata a casa non c’era. Non mi interessa, adesso non mi interessa niente altro che finire il compito che mi è stato assegnato. Il computer continua ad accettare le mie sceneggiature senza battere ciglio, o è stanco anche lui o sono diventata brava io. Grazie al cazzo, penso, con la coca e le canne sono capaci tutti. E il pensiero di Nariko ritorna freddo e doloroso come un laser ogni volta che la coca schizza su per la narice.
Arriviamo alla vigilia del concerto più morti che vivi, ma la bimbetta cammina, salta, balla e si dimena come una vera popstar, la risoluzione olografica è perfetta, la voce ha perso ogni traccia di metallo: Date Kyoko è nata.
Tutto lo staff HoriPro, donne delle pulizie e tealadies incluse, viene spedito a Osaka per assistere alle prove generali del concerto: è quasi mezzanotte quando la figuretta esile appare sul palco dello stadio semideserto e si inchina ai suoi creatori. L’applauso è irrefrenabile, l’urlo che lo accompagna una vera liberazione. Kyoko si ferma, un’espressione di sorpresa sul visetto perfetto, si porta una manina esile alla bocca per nascondere il sorriso come si conviene, poi dice “Minasan konbanwa. Doozo yoroshiku.” ovvero, buonasera, grazie, sono molto felice di essere qui tra voi. A questo punto tutti i jap, da Tanaka all’ultimo assistente fattorino scoppiano in lacrime. Noi expats, duri di cuore, teniamo duro solo fino a che Kyoko attacca “Measure of love”, poi scoppiamo a piangere come bambini. Tutti, anche Fabio.
Il resto della notte è una grande festa nello stadio deserto. Kyoko canta per tre ore, ripetendo i brani in sequenza casuale fino a che il capo ingegnere decide che il main server ha bisogno di riposo. L’alba ci sorprende sul piazzale deserto dello stadio, perlopiù inconsci, sfatti, saturi di eccessi chimici. Il giorno del concerto, per ordine di Tanaka, non si lavora: chi lo desidera può tornare a casa, gli altri sono ospiti della HoriPro all’hotel Furama. Rivedo Ichiro per la prima volta dopo due settimane nella hall dell’hotel alle sei di mattina: dorme rovesciato su una poltrona, i vestiti incredibilmente sporchi, puzza di vomito, di sake, di donna. Chiedo a gesti ad un fattorino di caricarlo su un porta abiti e di portarlo in camera. Sto per seguirlo quando mi sento afferrare il polso. Mi giro lentamente, stordita dalla mancanza di sonno, l’adrenalina che defluisce rapidamente lasciando scoperti tutti i sensori del dolore e dell’astinenza: il corpo si sta prendendo la rivincita sulla chimica. Fabio mi guarda, occhio assassino, facendo dondolare pigramente la chiave della sua stanza. Non mi volto nemmeno, lascio cadere la chiave della mia stanza nella mano del fattorino insieme a qualche banconota e seguo Fabio senza una parola.
 
Mi sveglio ansimando, gli occhi sbarrati nel buio. Sono sola in una casa vuota, c’è solo disperazione e abbandono intorno a me e dentro di me. Lentamente, mentre il battito del cuore si normalizza, metto a fuoco i dettagli della stanza in cui mi trovo. Lentamente le forme indistinte assumono contorni familiari: sono in una stanza d’albergo. Sento un respiro lieve accanto a me: una forma infagottata nel futon, una lunga forma maschile dinoccolata. Luca. Il cuore perde un battito, il respiro si ferma. Dove sono? Quando sono? Stordita dalla distonia delle sensazioni interne e degli stimoli esterni mi siedo sul letto, la testa tra le mani. Che cosa ho sognato? Era solo un sogno. No, non era un sogno: lui è qui, dorme accanto a me. Siamo a Roma, all’EUR, all’Hotel California. Mi guardo intorno, confusa: qualcosa non torna. Guardo la forma sotto il futon: non è Luca, questi non sono i suoi capelli. Sollevo piano l’orlo e guardo la faccia sfatta di Fabio. Per un attimo, nella luce tenue che filtra dalla parete a veneziana, l’illusione è quasi perfetta: Luca, in biondo. Il dolore che mi ha tolto il fiato nel sogno ritorna sotto forma di nausea sottile, la voce di Koda Kit, la sua voce acuta che perfora il cervello.
E tu? Stai con qualcuno?
No. Dopo Luca non c’è stato più nessuno.
 
Dopo Luca, nessuno. Roberto: nessuno. Ichiro: nessuno. Fabio: nessuno. È questo che significa il sogno? Se è così sono nelle canne.
 
Il primo concerto di Date Kyoko è riportato per esteso nei libri di testo del primo anno di cibernetica e grafica virtuale. Essere stata parte di quel progetto adesso non significa quasi più niente, allora era tutto quello che chiunque potesse desiderare. Instant fame. La notizia è al primo posto nei notiziari giapponesi per settimane; il team che ha compiuto il miracolo è riprodotto in tutte le possibili combinazioni su tutti i possibili veicoli mediatici. Con la prima tournée di DK96 la HoriPro arriva su CNN, Sky, Bloomberg, BBC World, MTV e tutte le altre TV del mondo. Le azioni guadagnano diciotto punti al giorno per due mesi, finché non vengono sospese per eccesso di rialzo.
I team originali, quelli prima dell’emergenza DK96, si ricostituiscono e continuano come se nulla fosse a lavorare ai progetti assegnati. Tre mesi più tardi KK99, Koda Kit, vede la luce. Nei tempi prefissati. I primi 90,000 Euro raggiungono il mio conto corrente insieme al premio di produzione e si vanno a sommare al bonus per l’operazione DK96. Ce l’ho fatta. Tra una settimana mi daranno il briefing per la personalità mainstream.
Sono le otto di mattina del 20 agosto. Fa un caldo allucinante nonostante l’aria condizionata. Sono carica di adrenalina e di attesa: sento che sta per succedere qualcosa di grande e totalmente inatteso. Solo io sono stata convocata da Tanaka nella sala Sakura. Il resto del team ha avuto una settimana di vacanza-premio: Fabio è tornato a Roma, Ichiro dalla famiglia. So di aver sognato di nuovo Luca stanotte, ormai lo sogno quasi tutte le notti e lascia solo una scia fastidiosa nel risveglio, niente di più. Ci convivo, come si può convivere con il cancro, più o meno. La porta della sala Sakura scivola silenziosamente all’indietro e mi lascia vedere la panoramica del lungo tavolo ovale e lucido, alla cui estremità più lontana siedono Tanaka e due dei suoi cloni. Ci sono sei sedie intorno al tavolo, più la mia; la più vicina alla porta. Otto cartellette rosse sono allineate sul tavolo in corrispondenza dei posti. Tutto impeccabile come sempre.
“Good morning Miss Sella. I hope you had a pleasant sleep.” Esordisce Tanaka con la sua abituale faccia leggermente disgustata. Ma adesso so che significa che ha una grande stima di me anche se sono solo una donna.
“Very pleasant Tanaka san, thank you.” Rispondo educatamente.
“Please sit down. Your holiday has been pleasant too. You look very good.”
Non batto ciglio. In fin dei conti ha pagato lui la session di rehab alla clinica più esclusiva e riservata di Tokyo dopo il collasso: se sono qui è solo grazie a lui; gli devo tutta la mia vita, si può permettere qualche battuta ironica.
Mi siedo quindi e aspetto. Le porte laterali si aprono frusciando e cinque figure silenziose prendono posto intorno al tavolo: tre jap e due caucasici. Tanaka fissa il posto rimasto vuoto e solleva impercettibilmente il sopracciglio sinistro. Il clone corrispondente si inchina in avanti e bisbiglia alcune sillabe nell’orecchio di Tanaka, il quale annuisce una sola volta e interrompe il flusso di sillabe con un gesto infastidito della mano.
“Mister Gelli will join us later. We will start the briefing now.” Dice senza emozioni. Le mie orecchie iniziano a ronzare, l’adrenalina schizza verso il cervello causando uno scatto involontario della testa che cerco di mascherare con un movimento sincronizzato delle mani. Non è vero: non è possibile, mi dico mentre i fotogrammi dell’incubo represso mi scorrono davanti alla retina con insopportabile precisione.
Che cosa ci fai qui? Ichiro sta per arrivare da un momento all’altro.
Non sei contenta di rivedermi amore mio?
No, per niente, vai via.
Lo dici ma non ci credi. Oh, no, non ci credi.
 
Vedo Tanaka muovere le labbra, vedo i tre nativi e i due expats inchinarsi brevemente verso di lui e verso di me prima di sedersi, vedo tutti aprire il sigillo sulle cartellette rosse e iniziare a leggere il documento. So di stare facendo le stesse cose, ma una parte di me fissa ipnotizzata il posto vuoto alla sinistra di Tanaka in spasmodica attesa.
La riunione di briefing si conclude un’ora dopo senza che il posto vuoto sia stato colmato da una presenza. Il clone di Tanaka mi informa che c’è stato un ritardo nel treno che doveva portare Mister Gelli qui, ma che troverò le sue note biografiche in fondo alla cartelletta insieme a quelle di tutti gli altri membri del team. Tanaka aspetta la mia decisione entro ventiquattro ore.
Annuisco meccanicamente e guardo per la prima volta la cartelletta nella quale è contenuto il mio destino. Scorro le pagine fino a quella che contiene le note biografiche dei candidati al team e leggo la mia condanna.
Gelli, Luca
EU, Italy (Rome) 02.06.1962
Degree in electronic engineering
Master degree in artificial intelligence engineering
2 years as D.O. project engineer at US Robotics, Austin TX
5 years as head of RES project at Bell Atlantic, Miami FL
2 years as head of AI dept. at HoriPro, Osaka
Pending secondment to HoriPro HQ, Tokyo as chief AI engineer VPS project
Latest evaluation rated AAA+
 
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