paola cassone
romanzi
racconti
collezioni di racconti
collezioni di racconti
diario  
comprami  
scrivimi  
il cibo che non c'è

enter the bodybag

Non è affatto come nei film. Nemmeno quelli di Tarantino. Non c’è estetica nella morte: nessun regista studia il feng shui della scena, nessuno stilista arrangia le pieghe del vestito e la cascata di capelli sullo sfondo sapientemente contrastato dallo scenografo, nessun tecnico sistema le luci per far scaturire ombre drammatiche dal profilo pallido di polvere di riso che il truccatore ha merlettato per ore di piccole vene azzurre. L’impatto è di camera di motel appena abbandonata da clienti laidi e frettolosi. La luce cruda entra dalla finestra, rivelando impietosi squilibri di letti sfatti, lenzuola macchiate, asciugamani sporchi gettati in un angolo del bagno scrostato, cestini traboccanti di rifiuti, avanzi di una cena take away sul tavolo di formica stinto e screpolato, bottiglie vuote sulla moquette color troppi anni e troppe scarpe. Scabrosa entropia che una cameriera messicana inghiottirà nel ventre capace del service tray, che un dipendente della polizia chiuderà nel ventre accogliente di un bodybag nero.
E sarà tutto di nuovo come se non fosse successo niente.
Così finisce la vita, dunque. I’m not impressed. Delusa, più che altro. È tutto qui? A saperlo lo avrei fatto molto tempo fa. Stupida cosa, l’istinto di conservazione. Inutile retaggio preistorico, come il metabolismo da carestia e l’estro.
Mi aspettavo il tunnel bianco, i fotogrammi della mia vita, il vortice frenetico del processo e del giudizio. Ho aspettato ore. Non succede ancora niente. Solo silenzio. Calma piatta. Atarassia. Dieci volte meglio di una pera. Anche questo non ce lo hanno mai raccontato.
Volendo, so che posso muovermi nella quarta dimensione, rivisitare il passato o dare un’occhiata al futuro. Ma non ne vedo l’utilità. Forse più tardi, se e quando mi annoierò di lievitare sulla scena di questo B-movie. Pigramente mi sposto in avanti di un paio d’ore: guardo la cameriera aprire la porta, assisto alla scoperta, alla confusione, all’arrivo della polizia. Quattro maschi, giovani, sbrigativi, efficienti. Il capo ha i baffi e l’aspetto di chi non vede l’ora di farsi una canna.
E con questo fanno centodieci. Meno male che non è un altro lancio, li odio quelli: neanche uno schizzo di sangue, sembrano appoggiati lì come bambole di pezza abbandonate, sembrano semplicemente svenuti; solo quando cerchi di sollevarli cedono immediatamente e ti accorgi che sono completamente spappolati dentro.
 
Tipo interessante, il capo. Sarebbe piaciuto a Koda Kit. La conversazione sarebbe decollata in meno di un click.
Il peggio sono quelli che si buttano sotto i treni della metropolitana: devi raccogliere i pezzi per cinquanta metri e mai che ti torni il conto.
Perché, quelli che si tagliano le vene scherzano? Bianchi come zombies e schizzi di sangue su tutte le pareti: brutta copia dello splatter à la Craven.
Vogliamo parlare degli impiccati? Gonfi come palloni e completamente blu dal collo in su, con la lingua nera in erezione. Grotteschi.
Invece le intossicazioni da veleno sono sempre dei pacchi a sorpresa. Se non sono passate più di dodici ore c’è ancora la possibilità di tirarli fuori - magari con ustioni di terzo grado all’apparato respiratorio e digerente - e quando capita che si riesca a riportarli indietro è uno strazio: appena si accorgono di essere ancora vivi scoppiano a piangere e nei loro occhi ci puoi leggere come su un video: perché?
Ho sempre pensato che tentare di riportare indietro un TS è una crudeltà peggio della vivisezione. Se uno ha abbastanza palle per buttar giù un litro di sverniciatore l’ultima cosa che vuole è svegliarsi in un letto d’ospedale senza lingua.
Tanto comunque è inutile: se uno l’ha fatto una volta ci riprova e continuerà a riprovarci finché non gli riesce. I TS fasulli si riconoscono subito: quaranta pastiglie di valium non hanno mai ammazzato nessuno, in ogni caso con tutta la chimica che un diciottenne medio mette in corpo un qualsiasi sabato sera in discoteca ce ne vuole almeno un TIR prima che succeda qualcosa.
 
E via così per quaranta mega. Noiosissime procedure quelle della polizia, altro che NYPD Blues et similia. Impiegati statali, tossici legalizzati, colesterolo a 380: non troverebbero l’assassino neanche se fosse sotto il letto, guarda che gran casino stanno facendo con le impronte digitali; sono così sicuri che sia un suicidio che se ne fottono di tutto il resto. Enter the bodybag. Finito. Il capo sfoglia il portadocumenti che ha trovato - miracolo di acume - nello zainetto di ironlatex. Dice al ragazzo brufoloso che ha continuato a fumare puzzolenti cigarillos di chiodi di garofano da quando è entrato di trasmettere i dati alla centrale. Così tra meno di quaranta secondi il corpo avrà un nome. Il nome di Shirai Reena.
Tre ore dopo la notizia è in tutti i bollettini. Shirai Reena è morta. All’apice della sua carriera. Ventiquattro singles nella World Chart, due dischi di platino, tre doppio platino (naturalmente l’ultimo single, Technoangel, ha venduto tre milioni di copie nella prima ora dopo la diffusione della notizia conquistando istantaneamente un doppio platino postumo). Un MTV award, due Grammys. Tre worldwide tours, sette fan clubs, diciannove siti web ufficiali. Otto amanti accreditati, una ventina di psicopatici che giurano di averci passato almeno una notte. Tre disintossicazioni, due ricadute, ma negli ultimi tre mesi non si era più fatta, giura l’ufficio stampa. Il medico legale conferma. La causa della morte non è la banalissima OD ma un’improvvisa occlusione arteriosa che ha provocato un infarto miocardico a regola d’arte. Epitaffio: vita breve ma intensa, la candela che brucia da due parti in mezzo alla tempesta, eccetera. RIP, aveva solo tre anni.
Non è un errore di stampa: Shirai Reena è nata tre anni fa dalla mia tastiera. L’ultima e la più dotata popstar virtuale del progetto VPS, quella che ha fatto fare un fantastilione di dollari alla HoriPro e a me il salto di qualità che tutti gli scrittori falliti inseguono. Grazie a Shirai Reena sono arrivata all’apice della mia carriera e ho potuto finalmente dedicarmi a quello che avevo sempre sognato. Per tre interi anni mi ci sono dedicata pienamente, integralmente e intensamente.
Quando dico integralmente sto barando perché, di fatto, la carriera di Shirai Reena occupava pur sempre una buona fetta della mia giornata media, ma la consapevolezza di non dover più sudare per la pagnotta, la visualizzazione in tempo reale delle royalties che innalzano vertiginosamente il livello dei miei crediti, la piacevole sensazione di non riuscire a spendere più di quanto guadagno, tutto questo, vi assicuro, avvicina al nirvana più di ogni miserevole pratica yoga. È solo grazie a Shirai Reena che adesso mi posso permettere il lusso di fluttuare nel continuum, spostandomi quando e quanto mi pare, nello spazio e nel tempo: una proprietà che i maestri yogi impiegano decenni a raggiungere.
 
torna su
    successivo »  
 
| design&development: Artdisk