paola cassone
romanzi
racconti
collezioni di racconti
collezioni di racconti
diario  
comprami  
scrivimi  
2010

svencouver

L’Olanda è sotto shock. Non perchè domenica è caduto il governo Balkenende IV sulla questione Uruzgan dopo aver perso la fiducia sulla questione Irak e aver fatto una figuraccia di propozioni bibliche nell’inchiesta sulla Noord-Zuidlijn di Amsterdam e nemmeno perchè la Goldman-Sachs ha distribuito ai suoi dirigenti americani bonus miliardari mentre qui si annunciano licenziamenti e fallimenti a catena. No, l’Olanda è sotto shock perchè ieri sera Sven Kramer è stato squalificato nella finale dei 10.000 metri pattinaggio di velocità alle Olimpiadi invernali di Vancouver.
 
Lo so che a voi questo non dice assolutamente niente, per cui mi tocca la mission impossible di cercare di farvi capire chi è Sven Kramer e perchè è più importante di della crisi politica e finanziaria.
 
Sven Kramer è un ragazzo frisone di 23 anni, che negli ultimi quattro anni ha vinto tutti i campionati di pattinaggio sul ghiaccio  a cui ha partecipato ed è tuttora il pattinatore più veloce del mondo sulle lunghe distanze (tipicamente 5 e 10 km). Ha battuto e migliorato ripetutamente tutti i record di velocità, detiene il record mondiale e olimpico sui 5000 e – anche se compromesso dalla squalifica di ieri – quello dei 10.000 metri, perchè ha completato il percorso in ben 6 secondi meno del primo classificato ufficiale. E non è la prima volta. A Salt Lake City il suo record – ancora imbattuto – è di 12.41.69. Tanto per capirci, il record olimpico ufficiale di ieri è stato di 12.58.55.
 
Sven Kramer è una leggenda, è un mito impareggiabile che fa sognare l’Olanda intera. La sua faccia pulita e sorridente da bravo ragazzo ne fa il figlio e genero ideale di tutte le mamme olandesi, suo fisico divino ne fa un figo pazzesco per il resto di noi. Incredibilmente foto- e telegenico, appena la telecamera lo inquadra in tuta da gara ai blocchi di partenza tutti gli altri atleti sembrano delle mezze seghe. Appena apre bocca per rilasciare una qualunque dichiarazione i microfoni si liquefanno. Tutti adorano Sven e da ieri ho capito perchè. Non avevo mai visto ‘Sven the man’ in azione e non capisco una sega di pattinaggio, ma mi è bastato seguire la gara delle sei coppie di concorrenti prima di lui per capire la differenza-Kramer. Gli altri corrono, si sforzano, soffrono e ansimano, Sven invece si diverte! Vola leggiadro e sorridente in un tripudio di muscoli gioiosamente guizzanti, apparentemente senza sforzo e senza peso come Fred Astaire e taglia il traguardo rilassato e fresco come una rosa. Vi giuro: è un’esperienza quasi erotica. Vedere per credere e soprattutto ascoltare il mio cabarettista preferito su di lui. Cito a caso:
”Ieri Sven Kramer ha vinto con soli 4 secondi di distanza dal secondo classificato, ma al traguardo si è accorto di avere ancora addosso lo zaino con tutti i vestiti e i pattini di ricambio.”
“Il comitato ha deciso di dare a Sven Kramer da ora in poi una medaglia di platino, cosí anche gli altri hanno la possibilità di vincere qualche volta una medaglia d’oro.”
“Alla domanda perchè Sven Kramer non fosse arrivato primo alle qualificazioni per i campionati del mondo il nostro ha borbottato: la prossima volta mi devo ricordare di mettere il pattino sinistro sul piede sinistro e quello destro sul destro.”
“E ricordiamoci che il nostro Sven ogni tanto può anche arrivare secondo (risata generale). Sí lo so, questa è la mia battuta migliore.”
 
Per un paesucolo di dimensioni lillipuziane e dall’ego smisurato come l’Olanda, Sven Kramer è una sicurezza di riscatto dalla mediocrità e l’unica speranza di vincere qualche medaglia d’oro alle Olimpiadi, soprattutto adesso che Marianne Timmers – suo equivalente femminile sulle distanze brevi - è rimasta a casa per una caviglia rotta. Il pattinaggio di velocità è lo sport e l’orgoglio nazionale e Sven è il suo profeta.
La squalifica di ieri sera è stata una tragedia inaspettata, assurda e incomprensibile. Sven aveva praticamente già vinto la gara al 5° chilometro, con un intermedio di oltre 2 secondi inferiore al primo classificato. Sven era l’ultimo pattinatore in gara, il suo diretto concorrente aveva un intermedio di 3 secondi superiore al primo classificato, niente e nessuno separava l’Olanda dalla scontatissima quanto meritatissima medaglia d’oro. Al km 6,6 il coach di Kramer urla qualcosa e segnala freneticamente con la mano, Sven esita per una frazione di secondo, scavalca il cono che separa la pista esterna dalla pista interna e passa sulla pista interna. Due infrazioni fatali: lo scavalcamento del cono separatore è già da solo un’infrazione da squalifica, ma il peggio è che Sven sta ora pattinando sulla pista sbagliata! Cala un silenzio di gelo sullo stadio, i cronisti sportivi sono confusi, ripresa sul coach che sfoggia una perfetta imitazione del famoso Urlo di Edward Munch e dopo pochi minuti appare la scabrosa notizia sullo schermo dello stadio: Sven Kramer è stato squalificato. 6,7 milioni di olandesi (50% di share) sono paralizzati di fronte ai televisori, lo stadio è pietrificato dall’orrore. Ma come? Ma chi? Ma che cosa? Confusione generale tra i cronisti, momenti di panico. Le riprese dell’infrazione vengono ripetute ad nauseam, forse per farci abituare all’idea impossibile che Sven ha scavalcato un cono separatore e sta pattinando sulla pista sbagliata. Conclude la gara tra un silenzio imbarazzante, il coach si avvicina e vediamo in diretta il suo sorriso trasformarsi in una maschera di rabbia, come un bambino a cui sia stato tolto un giocattolo. Il coach è terreo. Sven lo spinge via, gli scaglia addosso gli occhiali da gara, batte i piedi. La sua trasformazione in bambino bizzoso è spaventosa. Lo chef de mission olandese si avvicina per consolarlo e le telecamere riprendono il suo lamento in diretta, successivamente censurato: “die klootzak, godverdomme, hij stuurt me naar binnen!” (quel coglione, porco..., mi ha mandato [nella pista] interna). 6,7 milioni di olandesi incassano la notizia che il coach si è confuso e ha dato a Sven un’istruzione sbagliata all’uscita dalla curva del 6° km. L’istruzione sbagliata del coach ha fatto perdere la medaglia d’oro a Sven Kramer e all’Olanda.
 
Qui devo ammirare la civiltà degli olandesi che si sono limitati, sia a Vancouver che in patria, a rimanere in stato di shock silenzioso per il resto della sera. Credo che in Italia i presenti in stadio avrebbero linciato il coach in diretta e lo avrebbero successivamente riportato in patria e appeso per le palle in piazzale Loreto.
 
Ora faccio una piccola digressione per analizzare i miei sentimenti. Per chi ancora non mi conosce: io odio lo sport, tutti gli sport ad eccezione di ginnastica artistica, pattinaggio artistico e tennis, non capisco niente di sport e non me ne frega niente di capirci qualcosa. In particolare considero il pattinaggio di velocità una noia mortale al pari del ciclismo e quando il vikingo passa interminabili domeniche pomeriggio a guardare le gare dell’uno o dell’altro in TV io mi addormento sul divano e mi sveglio solo quando suona la sigla di fine gara. Ebbene, io, ieri, sono stata col fiato sospeso per tutti i 12 minuti e 52 secondi della gara di Sven Kramer e ho guardato con orrore crescente il dipanarsi della tragedia. Mi è venuto un groppo in gola e un nodo allo stomaco, mi sono rivoltata quasi tutta notte tra incubi terribili e stamattina ho scanalato come un’invasata tutti i canali TV e radio per sentirmi ripetere ad libitum tutta la vicenda. L’unica spiegazione che posso dare a questa reazione irrazionale è che mi sono fatta travolgere dall’emozione dei 6,7 milioni di telespettatori olandesi, più le decine di migliaia in trasferta.
 
Sono andata in palestra come tutti i mercoledì mattina: stagionate valchirie casalinghe discutevano appassionatamente la gara di Sven Kramer sui runner. All’Albert Heijn la cassiera cinquantenne commentava la gara di Sven Kramer con le clienti. Alla radio i DJ del mattino erano in piena depressione e i quotidiani hanno riportato la notizia in prima pagina allo stesso livello della notizia sulla crisi di governo, con seguito in politica interna, commenti e pagina sportiva. Perfino la colf marocchina ha commentato: “Povero ragazzo, mi fa tanta pena: quattro anni di allenamenti per niente.”
E nessuno, dico nessuno, esprime il desiderio di linciare il coach e appenderlo per le palle in Leidseplein come a mio modesto e mediterraneo parere sarebbe cosa buona e giusta e fonte di consolazione. Anzi, dalla casalinga alla cassiera dell’Albert Heijn, passando per tutti i commentatori sportivi, c’è grande empatia per il derelitto e confuso coach, la cui carriera è ora definitivamente compromessa - poveraccio.
 
Misteriosamente invece non c’è alcuna gioia ne’ tantomeno empatia per Bob de Jong, pattinatore olandese arrivato ufficialmente terzo nella stessa gara, che ha salvato la faccia all’Olanda aggiudicandosi un bronzo. “Non meritato!” è il commento indignato generale. Edwin Evers, il DJ radiofonico più famoso e ascoltato del momento, gli ha perfino chiesto con tono stizzoso: “Ma ti pare giusto aver vinto questa medaglia?” al che de Jong ha risposto che nello sport le squalifiche non sono rare e che lui stesso è stato squalificato ben due volte alle Olimpiadi per falsa partenza. Shit happens, life goes on. Evers non ha commentato ma il suo pensiero condiviso da tutti gli olandesi è stato chiarissimo: magari avessero squalificato te questa volta invece di Sven!
 
E con questo pensiero inespresso concludo il reportage di una giornata tra le più bizzarre della mia vita olandese. Sono emotivamente esausta e non mi sono mai sentita tanto resident alien! (24 febbraio)
 
torna su
« precedente     successivo »  
 
| design&development: Artdisk