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2010

retrofemminismo

Essere stata adolescente negli anni di piombo ha anche avuto i suoi vantaggi. Nel ’77 il movimento femminista aveva già fatto il grosso del lavoro per cui ho schivato l’imbarazzo inenarrabile dei gruppi di autocoscienza e della bruciatura pubblica dei reggiseni pur approfittando largamente della libertà sessuale pre-AIDS e della confusione dei maschietti sul loro ruolo istituzionale. Di conseguenza ho sempre dato per scontate una marea di cose che scontate non sono e con questa provvidenziale ignoranza ho iniziato molto presto la scalata alla vetta in un mondo popolato esclusivamente da dirigenti maschi ultracinquantenni e assistenti / segretarie ventenni che venivano prontamente convertite in casalinghe con l’inserimento della fede nuziale. Anche sul lavoro ho potuto quindi approfittare largamente dell’incredulità dei maschi dirigenti che non potevano nemmeno concepire l’esistenza di una donna per la quale la carriera veniva prima della famiglia e sopratutto, nelle immortali parole di Dorothy Parker e Ginger Rogers, lavorare il doppio degli uomini per essere considerata la metà, fortunatamente, non è difficile. Soprattutto, aggiungo io, se sei stata abituata fin da piccola a prendere i maschi a calci nelle palle per far valere i tuoi diritti.
Ma perfino in queste rosee condizioni, appena ho visto il doppio cerchio rosa sullo stick del Predictor ho subito desiderato con tutte le mie forze che il gamberetto annidato nel mio utero fosse un maschio. Perchè parlamoci chiaro, i diritti conquistati dalle donne occidentali nel corso del XX secolo sono precari quanto un fiore nel deserto: basta un niente per farci ripiombare nelle condizioni di schiave che ci è propria dalla rivoluzione agricola del 4000 a.C.
Non mi preoccupa solo l’islamizzazione dell’occidente, che pure è stata preconizzata da Margaret Atwood in tempi non sospetti nell’agghiacciante The handmaid’s tale, un libro che ogni donna sopra i 14 anni dovrebbe aver letto insieme al bellissimo Dalla parte delle bambine di Elena Giannini Belotti, attualissimo nonostante sia stato scritto quasi 40 anni fa. Mi preoccupa molto ma molto di più la subdola omologazione recentemente denominata Sindrome della Principessa nell’inquietante opera di Peggy Orenstein, Cinderella ate my daughter, per cui oggigiorno ogni fabbricante di giocattoli, vestiti e accessori per bambini si sente in dovere di sviluppare una linea di prodotti specifica per bambine, inevitabilmente rosa e in tema principesse delle fiabe. Secondo la Orenstein, Disney sarebbe il maggiore colpevole di questo deplorevole stato di cose con il merchandising sfrenato delle ‘Principesse  Disney’ (25mila articoli per un fatturato di 3 miliardi di euro all'anno) ovvero tutti i personaggi femminili dei suoi lungometraggi animati, da Ariel a Tiana passando per Belle, Biancaneve, Cenerentola e Jasmine, con cui ha lavato il cervello della generazione femminile del nuovo millennio. Io non so esattamente come stanno le cose ma da quando son madre mi colpisce l’uniformità cromatica delle bambine che vedo in giro: tutte vestite di rosa, con biciclette, cartelle, matite e quaderni rosa. Nei reparti abbigliamento dei grandi magazzini il rosa in tutte le sue sfumature è il colore dominante tanto è vero che per trovare un vestitino per la mia nipote treenne che - per ora - detesta il rosa (e speriamo continui così) ho dovuto sudare sette camicie. E che dire poi dei giocattoli unisex per eccellenza, Lego e Playmobil, che ora producono linee rosa specifiche per bimbe in cui troneggiano le solite principesse, sirenette, mammine e donnine di casa? Come se non bastassero le miriadi di bambole stile Cicciobello e Barbie che da almeno cinquant’anni hanno il compito di promuovere i due ruoli femminili per eccellenza: madre e concubina, dedita alla cura dei figli e obbligata a farsi bella per il marito che verrà. In periodo pre-Sinterklaas sono stata sottoposta al martellamento pubblicitario dei giocattolai e posso confermare che il 100% degli spots è rigorosamente sessista: i maschietti giocano con pistole, navi spaziali, meccano, costruzioni e un sacco di altra roba molto avventurosa e divertente, le femminucce invece giocano con le bambole soprascritte a fare la mamma, o fanno tortine con fornetti e pongo, o si conciano come baldracche con l’apposito make-up puberale e sfoggiano scarpine, borsette e braccialetti rosa pieni di lustrini: praticamente già pronte per il marciapiede.
Non vi dico poi il mio sgomento nel leggere uno dei giornalini per bambine prescolari (si trattava proprio di Disney Princesses ora che ci penso) le cui eroine erano solo ed esclusivamente impegnate nel comperare vestiti e organizzare feste danzanti, come se queste fossero le uniche attività consone ad una aspirante principessa. Sono rimasta talmente scioccata da quella lettura che da allora in poi ho subdolamente dirottato gli interessi di mio figlio su pirati e cavalieri, poi la scuola ha fatto il resto ed ora ho la casa allegramente piena di pistole nerf, navi spaziali, navi pirata, power miners e pokemon. Matteo soddisfa il suo lato femminile dormendo circondato da una decina di pelouches tra cui un serpente,  R2D2 e un dinosauro, e andando alle feste di compleanno delle sue compagne di classe: va bene così.
Le madri delle neo-principesse rosa non sembrano preoccuparsi, anzi, posso citare almeno due esempi di criminali che incoraggiano le figlie a sviluppare un tipo di femminilità meretricia a colpi di lustrini, make-up, tinte per capelli e minigonne a partire dalla quarta elementare. Sarò retrofemminista ma secondo me la colpa non è di Disney, ma delle madri della nostra generazione se le conquiste delle suffragette sono destinate a naufragare con la prossima generazione.
Perchè come diceva Margaret Atwood, per la prossima generazione sarà normale essere rinchiuse in ginecei tra donne velate di bianco e non avere alcun diritto se non quello di essere impregnate da un uomo che non ti sei scelta tu. E’ già normale oggi per due terzi dell’umanità femminile. Pensiamoci bene prima di comperare il prossimo regalo per la figlia dell’amica o per la compagna di classe dei nostri bimbi. (10 dicembre)
 
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