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2010

lost

Domenica 23 maggio sera (lunedì mattina in Europa) si è conclusa la serie televisiva più innovativa e sconcertante del decennio e - si dice - la più discussa su internet. Siccome nel decennio scorso le discussioni su internet erano appannaggio di pochissimi eletti, la seconda affermazione va presa cum grano salis. La prima affermazione invece è quella di cui voglio disquisire. Non tanto e non solo perchè ho seguito fanaticamente la serie per tutti i sei anni della sua durata - con una defaillance nel terzo anno di cui tratterò tra breve - ma perchè quello che sta succedendo da un punto di vista sociologico è semplicemente affascinante.
 
Vorrei iniziare citando una frase di Umberto Eco che è stata responsabile di tutte le mie scelte di vita professionale dal 1981 ad oggi: “qualunque sia la disposizione critica con cui si va a vedere Love Story bisognerebbe avere un cuore di pietra per non commuoversi e piangere. E anche avendo un cuore di pietra non ci si sottrarrebbe probabilmente al tributo emotivo che il film richiede. E questo per una ragione semplicissima: che i film di questo genere sono concepiti per far piangere. E quindi fanno piangere.” (Le lacrime del corsaro nero - Almanacco Bompiani 1971 e successivamente ne Il superuomo di massa – 1978). Con queste parole Eco inizia la sua brillante dissertazione sulla letteratura popolare e ne ripropone il revival in chiave spietatamente analitica, concludendo: “se il Corsaro nero piange, guai all’infame che sorride. Ma guai allo stolido che si limiti a piangere. Bisogna anche smontare il congegno.”
 
Mi ritrovo trentadue anni dopo a scorrere le migliaia di pagine del forum di discussione scatenato dal finale di Lost – magistrale macchina per far piangere - e mi chiedo se Eco apprezzi lo sforzo collettivo di smontare il congegno, abilmente sponsorizzato dalla rete televisiva ABC, produttrice della serie e madre di tutto il marketing e merchandising esploso negli ultimi tre anni, quando cioè è stato chiaro anche ai produttori più ottusi e avidi che Lost era diventato un fenomeno sociale di proporzioni largamente superiori alle aspettative. Siccome mi rendo conto anche che molti di voi ancora non sanno di che cosa sto parlando, faccio un passo indietro.
 
Nella stagione autunnale del 2004, il network americano ABC manda in onda in prime time una serie intitolata Lost, che racconta in 25 puntate le avventure di un gruppo di sopravvissuti ad una catastrofe aerea su un’isola tropicale dalle caratteristiche inquietanti e misteriose. La serie è preceduta in Europa da recensioni molto positive da parte di un certo tipo di stampa piuttosto intellettuale, per cui viene relegata in seconda serata su stazioni minori e non viene mai promossa oltre quel livello perchè l’audience rimane contenuta rispetto a quella generata da altre serie come House MD o Crime Scene Investigation. In patria invece è un grandissimo e inaspettato successo, con audience paragonabili al diretto concorrente della Fox, House MD. Gli autori vengono quindi invitati a produrre una seconda serie di 24 puntate e poi una terza di 23. Qui iniziano i problemi. La storia di Lost infatti è molto semplice. I cosiddetti sopravvissuti non sono affatto sopravissuti: l’isola è una stazione intermedia tra la vita e la morte che per comodità chiameremo purgatorio e tutte le avventure e gli eventi su di essa non sono altro che prove dantesche propedeutiche ad una possibile redenzione o alla definitiva dannazione.
 
Tutto questo è chiarissimo nella prima e nella seconda serie, pregevolissime non solo per i numerosi richiami letterari e i livelli di lettura stratificati tanto cari ai critici, ma soprattutto per la sapiente alternanza tra la vita dei sopravvissuti sull’isola e flash back sulla meno edificante vita condotta dagli stessi prima di salire sul fatidico volo Oceanic 815. La terza serie, che secondo molti spettatori/critici (a quel punto il confine tra spettatore e critico era già molto incerto e questo già da solo è un fenomeno sociale di tutto rispetto) avrebbe dovuto essere la conclusione della vicenda, comincia a sfrangiarsi e mostrare le corde. Infatti, se CSI si nutre dei continui delitti che vengono commessi in una metropoli e House gioca sulle infinite combinazioni di sintomi che possono causare malattie, a quante prove, misteri, contraddizioni e assurdità crescenti possono essere sottoposti un gruppo di ‘sopravvissuti’ di media intelligenza prima di cominciare a capire la ragione per cui è impossibile lasciare l’isola e nessuno è ancora venuto a salvarli? Umberto Eco ha scritto al proposito un altro memorabile saggio: Eugene Sue: Il socialismo e la consolazione, in cui dimostra come sia possibile tirare in lungo una situazione particolarmente semplice oltre ogni possibile sopportazione gratificando al contempo i lettori. Gli autori di Lost invece si inventano un flash forward: nella scena finale della terza serie, il protagonista dice alla co-protagonista parimenti ‘sopravvissuta’: “Abbiamo fatto male a lasciare l’isola. Dobbiamo tornare indietro.” e con questo rompe una barriera invalicabile nella struttura canonica del romanzo popolare e getta tutti gli spettatori nello sgomento. Perchè se il protagonista e la sua bella hanno lasciato l’isola, allora l´intera teoria del purgatorio va a farsi elegantemente fottere.
 
A quel punto (siamo nell´estate del 2007) appaiono su internet thread di discussione feroci, il cui succinto riassunto è: Ma come si permettono gli autori di pigliarci per il culo? La reazione si innesta sullo sciopero degli autori a seguito della diatriba sui diritti e nello scompiglio generale viene comunicato che gli autori hanno stretto un accordo storico con i produttori, per il quale si impegnano a scrivere ancora 41 episodi nei quali daranno una risposta a tutti gli interrogativi sollevati nelle prime tre serie sul destino dei sopravvissuti, sulla natura dell’isola e sui suoi misteri. Viene anche comunicato che l´ultima puntata di Lost verrà trasmessa a maggio del 2010 e che ogni serie comincerà a gennaio anzichè ottobre.
 
Per quale ragione questi due comunicati siano accolti con enorme sollievo dalla comunità giornalistica e online resterà per me il mistero più grosso di tutta la serie. Ma come: la tirano in lungo per tre anni, poi ci dicono che la serie durerà altri tre anni e che per di più ogni anno verranno trasmessi due terzi degli episodi previsti da una normale stagione televisiva cosicchè possono tirarla fino a maggio del 2010 invece che finirla a maggio del 2008 come tutti chiedono a gran voce. Che cosa c’è di positivo in tutto ciò? Ma gli scrittori ed i produttori hanno capito una cosa fondamentale: a quanto pare adesso rende di più insultare lo spettatore che gratificarlo.
 
A partire dalla quarta serie, Lost ha finito il suo ruolo di romanzo popolare e ha sfondato la parete di una nuova miniera d’oro televisiva: il reality show applicato alle opere di fantasia, con il pubblico a casa nel ruolo dei dilettanti allo sbaraglio. Dalla quarta serie infatti la storia intorno alla produzione di Lost ha preso il sopravvento sulle avventure narrate nel telefilm e tutti gli spettatori si son lanciati alla scoperta del finale come bambini disincantati che ogni anno cercano i regali di ‘babbo natale’ in tutta la casa. La proliferazione di interviste, interventi, backstage, gruppi di discussione, concorsi sul finale più probabile e teorie sulla natura dell’isola ne è testimone. Non a caso Lost è l’unica serie televisiva ad avere una pagina su Facebook non gestita dai fans ma aperta e gestita dall’ ABC, che la usa scientemente come veicolo promozionale di tutto il materiale collaterale alla serie. Lost ha inoltre un sito dedicato all’interno di ABC.go.com e merchandising esteso sul tema Dharma Initiative, che è solamente una piccola parte dell’intera storia - anche se probabilmente la più geniale. Il thread di discussione sul finale ad oggi conta 2000 posts con una media di 3 risposte per post. E questo solo sul sito dedicato! Su Facebook siamo ben oltre i 18 mila interventi. Non sorprendentemente, la maggior parte degli interventi esprime estrema delusione per la conclusione della vicenda narrata: i mavens stanno facendo l’elenco di tutte le discontinuità che rendono il (logico) finale impossibile e una nutrita fazione di fans della prima ora si sta arrampicando sui vetri peggio di Spiderman per dimostrare che la vita dei sopravvissuti sull’isola è stata reale e che l’isola stessa esiste veramente, magari in qualche buco spaziotemporale tipo triangolo delle Bermuda.
 
Paragoni con Twin Peaks e X Files si sprecano, ma sono superficiali perchè gli unici due elementi che le tre serie hanno in comune sono lo status di cult ed il fatto che sono state spremute come limoni da avidi produttori. Sia il fenomeno Twin Peaks che il fenomeno X Files sono finiti con la fine dell’ultima puntata: si sa chi ha ucciso Laura Palmer e si sa chi sono i cattivi alleati con gli alieni. Lo spettatore medio è gratificato da un finale in linea con le aspettative e gli iloti sono gratificati dalla sorpresa finale. I produttori di Lost invece non solo sono riusciti a sfruttare tutta la possibile ‘reality’ intorno alla produzione della serie, ma in questo momento sono sicuramente in conclave per capire come possono monetizzare ulteriormente la delusione e la confusione – scientemente pianificata - intorno al finale. Gli scrittori infatti, che fino a settimana scorsa si sperticavano nel rilasciare intervise e dichiarazioni a destra e a manca, sono in silenzio-stampa da domenica sera e si guardano bene dall’accontentare le sempre più isteriche richieste dei fans di una verità ufficiale. Altro che pubblicazione del Diario di Laura Palmer e del manifesto I want to believe: siamo su tutt’altro livello professionale.
 
Eat your heart out, Umberto! (30 maggio)
 
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