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2010

kaapstad (prima parte)

Da quando la mia amica Gio si è trasferita in Sudafrica aspetto la congiuntura astrale favorevole per andarla a trovare e così vedere una parte del mondo che altrimenti mai mi sognerei di visitare, vista l’intricatissima situazione socio-politica causata dalla combinazione letale dell’imperialismo inglese innestato su una solida base coloniale boera.
Tale congiuntura si è presentata ora, con la concentrazione di tutte le festività olandesi dal compleanno della regina (Koniginnedag) al ponte dell’Ascensione, passando per la fine della 2a Guerra mondiale che in Olanda, per oscure ragioni, è considerata festività solo ogni 5 anni. La scuola di Matteo chiude dal 30 aprile al 16 maggio e io ho prontamente prenotato tre biglietti A/R sul diretto KLM per Kaapstad (Città del Capo) nello stesso periodo. Dopodichè l’eruzione dell’Eyjafjallajokull mi ha fatto stare sulle spine per settimane; alla notizia della riapertura dei cieli ho tirato un sospiro di sollievo e ho cominciato a preparare le valigie. Nel frattempo amici e colleghi olandesi mi hanno abbondantemente terrorizzato con racconti orripilanti sull’efferatezza della criminalità sudafricana e mia madre ci ha messo il carico da novanta con un sedicente proclama di Al Quaida che promette una carneficina in occasione dei Mondiali di calcio. Dall’altra parte dell’equatore, un’indignatissima Gio mi ingiungeva di non farmi paranoie ‘chè Kaapstad (o come dice lei – Cape Town) è più sicura di Milano e così, addì 2 maggio, ci siamo recati a Schiphol dove ci attendeva una pittoresca e chilometrica coda, aizzata da almeno 15 assistenti di volo il cui unico compito è quello di smistare i passeggeri verso i terminali di check-in automatico e baggage drop-off. Ho subito commentato sarcasticamente che se i 15 assistenti di volo si fossero messi dietro ad altrettanti banchi di check-in assisitito la coda si sarebbe dimezzata e altrettanto sarcasticamente ho assisito al vano tentativo della laccatissima hostess di fare accettare al computer tre passeggeri con due passaporti, nonostante le nostre assicurazioni congiunte che ripetuti tentativi dal PC di casa non avevano sortito alcun effetto: la tecnologia è meravigliosa ma i computer non sono flessibili e il concetto di minore registrato sul passaporto del genitore non è appartentemente ancora adeguatamente compreso nella programmazione. Dopo un vivace alterco con la gorgone di sentinella ai check-in assisiti siamo finalmente potuti entrare nella coda giusta e grazie all’arguzia di un’altra - gentilissima - hostess abbiamo aggirato il bug di programmazione e siamo entrati in possesso delle agognate carte d’imbarco. L’aeroporto di Amsterdam (Schiphol) è stato recentemente rinnovato ed è ormai uno sfavillio di marmi e cromature con giganteschi negozi e numerosissimi punti di ristoro e intrattenimento al pari d Malpensa 2000. Purtroppo la coda prolungata al check-in ci ha permesso solo una fugace puntata al duty-free e un costosissimo cappuccino, ma quando siamo arrivati a bordo del Boeing 777 ci siamo accorti che è passato davvero un sacco di tempo dal nostro ultimo viaggio intercontinentale (per la precisione, otto anni). Ci aspettavano televisori personali con un menù di centinaia, che dico, migliaia tra film, sitcoms, serials, cartoni animati, documentari, videogames e chi più ne ha piu ne metta. Insomma, abbiamo passato le undici ore di volo a guardare tutti i film che ci siamo persi negli ultimi otto anni di galera genitoriale, più svariate puntate dei nostri programmi TV preferiti. Perfino i pasti a bordo non erano perfidi come ricordavo, con dispiego di (dichiarati) ingredienti naturali, low fat, low carb e tutte le idiosincrasie alimentari del ventunesimo secolo.
 
Atterrati a Cape Town/Kaapstad ci attende un aeroporto ultramoderno e nuovo di pacca, costruito senza risparmio di energie e con la larghezza di fondi tipica delle grandi occasioni. Dopo un tranquillissimo trasferimento in macchina a Hout Bay su autostrade enormi e nuove tanto quanto l’aeroporto, facciamo conoscenza con le misure di sicurezza sudafricane e qui devo dire che i racconti olandesi si sono rivelati abbastanza fedeli alla realtà: le proprietà della minoranza bianca sono rigorosamente chiuse dietro cancellate impenetrabili, fili elettrici, inferriate e tutta la parafernalia da kibbutz promessa: mancano solo le torrette con le sentinelle armate ma perentori cartelli dichiarano una ‘armed response’ non ulteriormente specificata; Gio conferma la presenza di ronde armate a tutela della tranquillità e delle proprietà dei cittadini. A parte ciò, Hout Bay è un quartiere molto rilassato e tranquillo, il centro commerciale pulitissimo e fornitissimo di marche occidentali da Woolworth a Despar: un anticlimax, non sembra nemmeno di stare in Africa. Segnali della presenza nera e della disparità di classe talmente sottili da risultare invisibili ad un osservatore superficiale. Nel bar che serve fantastici espressi e cappuccini Illy (!) il barista è color ebano, la cassiera ‘mixed’ e la clientela rigorosamente WASP. Nel ristorante fighetto di Camps Bay che serve club sandwich, insalate e hamburger giganteschi le cameriere sono bianche e il manager nero. Tutti estremamente dignitosi e on their best behaviour. Ma non dobbiamo farci ingannare, ci dice Gio: la minoranza bianca è passata da classe dominante a classe discriminata dal black power emergente non ancora in grado di emanciparsi. Siamo un male necessario, niente di più e questa sensazione di precarietà non ha fatto altro che recidivare l’odio razziale latente e infettare viralmente perfino la borghesia illuminata. La differenza tra un turista e un razzista? Quindici giorni. (continua)
 
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