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2009

anni di piombo

Questa me la sono proprio cercata.
In un impeto di nostalgia ho dichiarato su Facebook che preferivo ritrovare i miei vecchi amici piuttosto che farmene di nuovi, quindi è inevitabile che la mia comunità sia ormai prevalentemente composta da ultraquarantenni alla ricerca del tempo perduto. Ricerca che, finchè si limita al ritrovamento dei video-cult di Doctor & the Medics o ai deliri sul nostro passato di DJ alternativi nelle radio libere bergamasche mi fa blandamente sorridere, ma quando tocca le sponde del periodo pre-punk mi causa reazioni scomposte. E’ un vero peccato che abbia interrotto le sedute di analisi prima di arrivare al nodo della mia adolescenza, perchè adesso mi ritrovo a fare i conti in terra straniera con un gigantesco nodo karmico senza supporto terapeutico. La causa scatenante di questo magone cosmico è stata l’innocente scelta dei 5 album italiani più belli di tutti i tempi da parte di un’amica che in seguito ai miei commenti mi ha probabilmente tolto dalla list - con tutta la mia comprensione.
Ebbene, questi album sono: Rimmel, Burattino senza Fili, Dalla, Via Paolo Fabbri 43 e Una Donna per Amico.
 
Ad esclusione dell’ultimo, che i miei lettori più attenti non esiteranno a definire l’elemento estraneo alla serie, questi album sono l’icona del mio odio per gli anni settanta e tutto quello che contengono - dagli zatteroni e i jeans a campana fino ai cineforum con dibattito e Lotta Continua - e la ragione per cui ho abbracciato il punk e la new wave come un salvagente gettato dal panfilo regale inglese nell’oceano di piombo italiano. La sola vista delle copertine mi provoca un senso di nausea e di soffocamento; piuttosto che riascoltare anche solo la prima strofa di Buonanotte Fiorellino o di In Morte di S.F. mi faccio chiudere in una cella per 24 ore con un loop di ABC, Culture Club, Duran Duran e Sigue Sigue Sputnik. A causa di questi album ho rinnegato la musica italiana e solo negli anni novanta ho ricominciato cautamente a (ri)ascoltare Lucio Battisti, Pino Daniele, Claudio Baglioni e Raf – quest’ultimo principalmente a causa del video Cosa Resterà di Questi Anni Ottanta, girato a King’s Road, che mi fa piangere di commozione al ricordo del mio periodo londinese.
 
Non è semplicemente che le canzoni di Guccini, De Gregori e compagnia cantante non mi piacciono, è che quelle canzoni sono permanentemente associate al periodo più schifoso della mia vita: quel periodo in cui bisognava assolutamente schierarsi e una volta schierati non si poteva deviare dalle direttive del partito, qualunque esse fossero. E quindi o eri un compagno o eri un fascista e in mezzo c’era il nulla. E se non volevi passare per fascista ti dovevano piacere Guccini, De Gregori &C, i film di Bellocchio, Pasolini, Fassbinder, Hertog e Wenders. Dovevi leggere solo saggistica pubblicata da Einaudi e Feltrinelli, credere in Lenin, Mao e Che e guai a mettere in dubbio il socialismo reale, la rivoluzione culturale e la lotta armata.
In particolare, l’intero fenomeno dei cantautori è nato e si è sviluppato esclusivamente in funzione della sottocultura giovanile di sinistra degli anni settanta e pertanto Guccini, De Gregori &C si pigliano ora le loro belle responsabilità: se fossi Nanni Moretti andrei a chiedergli il conto del mio analista.
 
Mi si opinerà che si possono ascoltare i cantautori senza per questo doversi leggere il libretto rosso di Mao o condividere gli ideali delle BR. E io rispondo, sì certo, si può anche fumare hascisch senza essere un tossico. Ma se ti fai cinque canne al giorno ogni giorno tossico lo diventi! E se ti tocca ascoltare quei maledetti album ad ogni festa, ritrovo, in casa di ogni conoscente, suonati con la chitarra dell’immancabile amico che vuole cuccare, cantati acappella dal coretto delle fricchettone in calore durante le innumerevoli manifestazioni e occupazioni coatte, su ogni stazione radio e nel mangianastri delle prime renault 4 dei tuoi primi fidanzatini è praticamente impossibile non identificare le canzoni col contesto: lo insegna Pavlov! E parliamone, di questo maledetto contesto! Ma ve li ricordate gli anni di piombo, o in quel periodo eravate permanentemente annebbiati dai suddetti spinelli? Sono stati un inferno solo per me o nessuno osa dirlo per paura di essere gambizzato?
Al di là di ogni considerazione sulle teorie politiche deliranti dell’epoca che vi risparmio, vi pare normale che fosse considerato fascista leggere romanzi, ascoltare musica pop o andare a ballare in discoteca, in una parola, divertirsi? E’ possibile che dovessimo ininterrottamente fare autoanalisi, autocoscienza, autocritica e autoflagellarci con canzoni, libri e film che parlano solo ed esclusivamente di sfighe apocalittiche invece di godere dei pochi anni pieni di ormoni e scevri di obblighi che la vita ci offriva? Non vi viene in mente che questo sia stato il vero terrorismo di stato?
 
Ma soprattutto, chiedetevi questo: al di là dell’indubbio valore artistico di alcuni (e solo alcuni) testi, quale valore di intrattenimento hanno oggi i cantautori di cui sopra? Lo mettereste Via Paolo Fabbri 43 o Burattino senza Fili come sottofondo ad una cena tra amici, oggi?
 
I rest my case.
 
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