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2009

tsunami

Qualche mese fa, in una mail privata, scrivevo che la recessione ci avrebbe colpito nel 2009 come uno tsunami. La nefasta previsione si è puntualmente avverata dimostrando ancora una volta che Cassandra mi fa le pippe, ma la cosa non mi rende affatto felice. Sono metaforicamente aggrappata ad una palma nella bufera e per quanto mi sforzi di pensare che basta stringere i denti e resistere perchè tutto passa e quindi passerà anche questa, la tentazione di mollare il tronco sempre più fradicio e scivoloso per abbandonarsi all’abbraccio del vento è fortissima. Insomma, sono in un momento di riflessione pari a quello che mi ha portato qui dieci anni fa: uno stress della madonna e due palle tante.
 
Mentre il mio destino si dipana osservo le reazioni di un paese übercapitalistico di fronte all’incredibilità della recessione dichiarata (-3,5%) e constato che tutto il mondo è paese. Mi semba di stare in quella parodia dei fratelli Zucker chiamata Airplane!, precisamente nella scena in cui nella cabina passeggeri l’avviso lampeggiante ‘Don’t panic’ si muta in ‘OK Panic’. Il panico generale è palpabile, respirabile come l’odore della paura. Vengono prese decisioni totalmente insensate, subito rimangiate e rappezzate: la confusione è ai massimi livelli. I prezzi salgono, i consumi calano e le aziende-clienti ci chiedono consigli su come sopravvivere per poi indignarsi se, come ovvio, li consigliamo di non aumentare i prezzi e di non tagliare gli investimenti. I più cinici approfittano della congiuntura per chiudere contratti capestro nei quali a momenti li dobbiamo pagare noi per avere l’onore di lavorare per loro; alcuni di questi ci mettono in gara e poi ci lasciano per agenzie migliori (= ancora meno care).
Nella spirale di follia collettiva la mia tower of strength – il vikingo – ha mollato la spugna facendosi venire un bell’esaurimento da superlavoro (burnout) manifestatosi con iperventilazione e pressione 180/110, cosicchè oltre a papparmi le beghe lavorative devo anche farmi un corso-lampo di gestione burnout in terra straniera, che come al solito si sta rivelando uno shock culturale di proporzioni bibliche.
 
A differenza di quello che succede a Milano infatti il burnout qui viene trattato come una malattia grave e il soggetto della malattia viene assistito e coccolato come un infante. Nel giro di una settimana il vikingo è stato visitato da ben tre medici, controllato da cima a fondo in ospedale, dotato di ogni possibile rimedio chimico contro pressione e depressione, nonchè inserito in un programma di counseling con due sessioni settimanali. Il medico aziendale gli ha dato un congedo malattia illimitato e un controllo mensile per constatare il decorso della malattia. Il medico della mutua gli ha prescritto controlli quindicinali a sangue, cuore e pressione e infine il cardiologo lo vuole rivedere entro sei settimane anche se non sopravvengono complicazioni. Tutti quanti, counselor compreso, lo stanno incitando a rilassarsi, riposarsi e fare solo ed esclusivamente cose che lo rendono felice (col risultato collaterale che questo disgraziato non mi fa nemmeno più la sua quota di lavori domestici, ma transeat). Sono sinceramente sbalordita dall’atteggiamento della sanità locale in questa occasione, se penso che per farti prescrivere un antibiotico qui devi essere praticamente moribondo! Mi è parso confusamente di capire che qui ci sia un business colossale dietro all’assistenza sociale e che le aziende non si possono azzardare a rifiutare assistenza agli impiegati stressati per non rischiare gravi penali e sanzioni. E’ di questi giorni la notizia che un insegnante ha vinto una causa contro la sua scuola che ora gli deve risarcire qualcosa come 200 e passa mila euro come compenso per il burnout: un precedente pericolosissimo per le aziende dove più o meno un dirigente all’anno salta per questo motivo.
Comunque stiano le cose, non vi posso dire la mia sorpresa quando – più o meno vergognandomi come una ladra – ho comunicato al mio datore di lavoro la situazione e ho ricevuto immediatamente la visita del responsabile del personale che si è affrettato a rassicurarmi sulla comprensione di tutta l’azienda e mi ha caldamente consigliato di prendermi qualche giorno di permesso pagato per poter accudire il malato, dopodichè mi ha incitato a fare un controllo medico per verificare il mio stato di salute, il tutto condito da raccomandazioni di prendermela comoda e di non pensare ai targets. Ancora frastornata da tutta questa inusitata gentilezza ho telefonato al medico della mutua il quale mi ha dato subito appuntamento, mi ha visitato con cura, mi ha misurato la pressione, mi ha fatto fare gli esami del sangue e mi ha prontamente dotato di Lexotan. Ho dovuto insistere che i sonniferi non li volevo altrimenti mi avrebbe dato pure quelli (li ha dati al vikingo per non sbagliare). Alla fine della visita ero totalmente confusa, poi è arrivata Diana in versione crocerossina e ci siamo prontamente ubriacate per tutto il weekend, per cui ho lasciato in sospeso la questione e solo ora mi sto ripigliando quel tanto che basta per riflettere su quanto sta succedendo e concludere che la morale anglosassone è veramente bizzarra. Ma come, questi qui ti fanno partorire in casa senza epidurale, ti danno solo quattro mesi di congedo maternità, mandano tranquillamente in giro neonati e bambini con 38° di febbre a -5° e si degnano di dargli un antibiotico solo se puoi dimostrare che hanno 40° da almeno 48 ore (e devi andare dal medico tu con l’infante perchè col cazzo che ti viene a casa), ti fanno fare sei mesi di liste d’attesa per un’operazione di ernia al disco e non ti fanno vedere da un otorino manco se stai sputando un polmone dalla tosse, ma appena ti sale lo stress si mobilitano come l’equipe del dottor House. Che cosa mi sfugge in questa logica?
 
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