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2009

recessie

Mi accorgo di essere molto ciclica nei miei post: febbraio tocca invariabilmente allo sfogo lavorativo. Credo che questo dipenda dal ‘winter blues’ che mi colpisce dopo Natale, quando l’adrenalina è calata, le luminarie sono spente, il mio biglietto della lotteria di Capodanno non è stato estratto e mi tocca riprendere l’intercity delle 7.24 per Amsterdam nel buio delle interminabili notti invernali nordiche per andare a discutere di banalità assortite con brand managers appena usciti dalla Harvard Business School per corrispondenza che se la tirano manco fossero Bill Gates.
Anche il vikingo ci è abituato e non ci fa più di tanto caso. Quest’anno ho tardato più del solito perchè davvero speravo di aver qualcosa di più eccitante da raccontarvi ma purtroppo non è così. Come il resto del mondo siamo in piena crisi finanziaria ed è questione secondo me di poche settimane prima che la recessione venga pubblicamente annunciata.
 
Questa è la mia terza recessione in meno di 30 anni lavorativi e questa volta sono veramente indignata dalla totale impreparazione dei suddetti managers di fronte ad un fenomeno ormai ciclico quanto le nevicate e le alluvioni. E’ uno scandalo! Ma siccome la prima cosa che scompare durante una crisi finanziaria sono i budget pubblicitari, l’impreparazione dei managers ci offre se non altro qualcosa da fare in attesa della ripresa, altrimenti saremmo costretti a grattarci le palle fino al prossimo lavoro o fino al prossimo biglietto della lotteria, whichever comes first. In conclusione, bisogna pure ringraziare questi disgraziati che in tempi normali manderei a cagare senza troppi complimenti. Potete immaginare che questo non aiuta il mio ‘winter blues’ tant’è che il vikingo ha detto ieri: chiamala pure depressione che facciamo prima.
 
OK, allora sono depressa. Se fossi a Milano telefonerei ad un paio di amiche, andrei in centro a fare un po’di shopping sensoriale, o a bere un caffè da Cova, a prendere un aperitivo all’enoteca, magari ci starebbe anche un parrucchiere, una manicure o un massaggio, un po’ di chiacchiere, una pizza, una cioccolata con panna, insomma, se presa in tempo la depressione invernale si scioglie come neve al sole. Invece abito nel buco del culo del polder, dove tutto è talmente razionalizzato che non esistono i passeggi, i bar, le pizzerie e perfino le estetiste e i parrucchieri sono austeri come conventi. Per cui quest’anno al posto dello sfogo lavorativo vi beccate lo sfogo sulle infrastrutture HORECA!
 
L’equivalente gastronomico delle nostre pizzerie e dei nostri bar qui si chiama snack bar e non ha niente a che spartire ne’con gli uni ne’con le altre. Gli snack bar sono bugigattoli angusti e squallidissimi, piastrellati come cucine, composti da un enorme banco frigo con una friggitoria dietro e quattro striminziti tavolini di formica davanti. Gli snack bar sono gestiti tipicamente da una coppia di cinesi e vendono solo ed esclusivamente junk food: patatine fritte in tutte le salse dalla maionese al burro di noccioline, fricandelle, crocchette, sofficini, polpettine, hamburger, chicken nuggets etc. Sono frequentati tipicamente da studenti – che mangerebbero anche la segatura purchè fritta e con la maionese – e dalle famiglie degli strati sociali inferiori che ignorano l’esistenza di proeteine e vitamine e sono convinti che un piatto di patate fritte e una crocchetta sia un pasto equilibrato. Noi ci serviamo di queste strutture occasionalmente, solo per accontentare Matteo che adora le patatine fritte. Siccome anche solo l’idea di versare due dita d’olio in una padella mi fa vomitare, mi offro volontaria per andare a prendere una porzione da 2 euro di patatine SENZA SALSA per i miei uomini. Invariabilmente trovo una coda di almeno 10 persone cenciose e dall’aspetto malsano, alternativamente scheletriche o obese, con denti rovinati e pelle butterata, il mozzicone di sigaretta perennemente incollato all’angolo della bocca, che allungano biglietti da venti o cinquanta euro alla cassiera e ritirano enormi sacchi contenenti sei-otto porzioni di crocchette, fricandelle e patate fritte, o si siedono a consumare la poltiglia ai tavolini. Siccome non posso pensare di essere sempre sfigata, devo concludere che gli snack bar godono di una clientela locale fissa e affezionata. Basti dire che nel nostro quartiere ce ne sono tre e sono sempre pieni.
 
Invece di pizzeria ce n’è solo una, gestita da marocchini e perennemente vuota perchè qui non si va a mangiare la pizza: la pizza si ordina e si porta a casa negli appoositi contenitori di cartone, come da Domino (che infatti ha un business fiorente e capillare). Capisco che non si possa pretendere la cultura della pizza così al nord, però vi assicuro che è una tortura da inferno dantesco: non sapete che agonia sia passare un intero anno senza poter mai mangiare una pizza degna di questo nome. Ogni tanto cedo alla disperazione e ordino una pizza da Domino per pentirmene invariabilmente subito dopo; abbiamo provato tutte le pizzerie del centro e la delusione è tale che ormai vivo in perenne crisi di astinenza e mi sfogo quando calo in Italia.
 
Passi per le pizzerie, ma dico io, possibile che qui non si possa prendere un caffè al bar dopo pranzo o un cappuccino con brioche la mattina prima di salire in ufficio? No, non si può. Qui i caffè non esistono. Manco c'è Starbucks, non so se mi spiego!
I bar locali sono o tipo pub – aperti solo la sera, con tremila tipi di birre, caffè acquoso e cappuccino tiepido – oppure tipo fighetto che se la tira con otto tipi di caffè egualmente insipidi e gigantesche fette di torta di mele o bomboloni trasudanti trigliceridi e zuccheri. Brioches? Vai dal fornaio! Pasticceria? Che roba è? Le rarissime pasticcerie del centro vendono biscottini e dolcetti autoprodotti che il mio fornaio in via Plinio dava via a un euro al chilo.
Venerdì pomeriggio sono stata in uno di questi bar-fighetti. Mi hanno fatto pagare 3 euro e 50 per un cappuccino il cui massimo pregio era di essere caldo. C’erano sei avventori: due coppie over 60 e due studentesse. Tutti silenziosissimi, mesti, curvi sui loro tavolini: sembrava di stare in chiesa. Una tristezza che non vi dico.
 
In quanto allo shopping, a parte il fatto che qui i negozi aprono alle 10 e chiudono alle 18 (il sabato alle 17), per cui per fare shopping devi prenderti minimo mezza giornata di ferie, scordatevi via della Spiga e corso V. Emanuele. Qui ci sono solo catene di pronto-moda tipo Mexx, Mango, Esprit e H&M e le poche boutiques indipendenti espongono roba di una pacchianeria incredibile a prezzi scandalosi. Sono convinta che ad Amsterdam e Utrecht ci sia di meglio ma non saprei dirvi dove, sicuramente non in centro. Invece a Maastricht e Anversa (al confine con/in Belgio) ci sono negozi favolosi ma mica posso farmi 200 e passa km ogni volta che mi piglia il magone, vi pare?
 
In sostanza mi tengo la depressione invernale in attesa di calare in Italia. Ancora 5 giorni!
 
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