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2009

eitjes en zaadjes

Prima o poi doveva succedere ma francamente speravo di avere ancora un buon cinque-sei anni di tempo per prepararmi. Ieri sera Matteo (sei anni e quattro mesi) ha riattaccato con uno dei suoi argomenti preferiti: la storia della sua nascita. La versione a cui io e il vikingo ci siamo sempre attenuti è quella della tradizione steineriana abbinata al piccolo principe, per cui Matteo da svariati anni ci intrattiene regolarmente sul periodo in cui si trovava sulla sua stellina in cielo e sulla sua decisione di venire ad abitare nella pancia della sottoscritta. Ieri però, alla fine del racconto, ci ha chiesto di punto in bianco “Sì però come ho fatto ad entrare nella pancia della mamma?” Io mi sono vigliaccamente rifugiata dietro la mia tazza di the, il vikingo ha scoccato uno dei suoi sorrisi magici di quando l’imbarazzo è più forte delle parole e ha esclamato con tutta la diplomazia anglosassone di cui è capace: “Questa è una buona domanda.” Siccome Matteo non batteva ciglio in attesa della risposta, il vikingo ha poi cominciato confusamente a dissertare di ovetti e semini ed io mi sono unita con entusiasmo alla descrizione dei grappoli di ovuli nella mia pancia cercando di portare il discorso fuori dal campo minato. Matteo si è divertito moltissimo al mio racconto ma non si è fatto depistare e ha prontamente replicato: “Ma come fanno i semini ad entrare negli ovetti?” A quel punto ho mandato a cagare tutti i libri di puericultura e ho risposto “A dir la verità non lo sappiamo, perchè mica possiamo guardare nella mia pancia, ti pare?” Matteo ha convenuto che era logico e a quel punto ha perso anche tutto l’interesse nella faccenda, ma non ho dubbi che abbia salvato tutta la conversazione nella cache e me la risputerà fuori con richieste di approfondimento quando meno me lo aspetto.
 
Nell’attesa della prossima conversazione ho fatto anche io qualche considerazione sulla faccenda degli ovetti e dei semini e sono giunta alla conclusione che la mia opinione sul fare figli non è cambiata: masochismo puro! Da quando c’è Matteo la nostra vita è diventata un tormento continuo: se la sua presenza è sfiancante, la sua assenza lo è molto di più. Adesso mi spiego.
 
Dopo gli anni delle notti in bianco, dei pannolini e delle malattie infantili siamo approdati nella lotta continua per la civilizzazione di un selvaggio dotato di forte personalità e testardaggine (tutto suo padre). Lottiamo ogni giorno per farlo mangiare, possibilmente seduto al desco familiare e facendo uso delle apposite posate, qualcosa di più sano del cioccolato e delle patatine, lottiamo per fargli fare il bagno, per mettergli il pigiama, per farlo andare a letto ad un’ora decente, poi lottiamo per svegliarlo alla mattina, per vestirlo, per convincerlo ad andare a scuola, per convincerlo a fare i compiti e andare a giocare fuori invece di passare sei ore sul nintendo o davanti a jetix.
Una giornata media con Matteo è una corsa ad ostacoli con individui che ti tirano sacchi di sabbia nelle gambe ogni dieci metri. Da quando si è beccato il virus dell’influenza nella sua forma più acuta non abbiamo nemmeno il time-out della scuola e degli amici con cui divide il doposcuola e siamo esausti.
Ci è sembrato quindi di aver fatto una bella pensata quando il vikingo ha proposto a sua madre - babysitter professionista – di accudire Matteo malato nei giorni feriali. A risposta affermativa abbiamo caricato il pargolo in macchina e lo abbiamo portato a Deurne (60 km da Nijmegen). Non ero nemmeno risalita in macchina per tornare a casa che mi è venuto un magone enorme, il viaggio di ritorno è stato lugubre e silenzioso e ogni chilometro mi aggiungeva un nodo allo stomaco. Arrivata a casa a momenti sono scoppiata a piangere davanti ad un mostruoso bionicle dimenticato sulla scala. La serata è stata allegra come una veglia funebre e siamo andati a letto girandoci le spalle. Ho passato tutta notte a rivoltarmi come una cotoletta, tra incubi, ansie e sensi di colpa assortiti. La mattina dopo alle 7 e 30 ero già attaccata al cellulare e solo quando ho sentito la vocetta di mio figlio un nodo nello stomaco si è sciolto quel tanto che mi ha permesso di buttar giù il cappuccino e cominciare a lavorare. Dopo una giornata puntellata di telefonate al malato (che nel frattempo stava meglio e si stava divertendo un mondo a casa dei nonni) e un’altra notte agitata ho confessato al vikingo che avrei dormito meglio a Deurne insieme a Matteo, anche a costo di farmi un’ora supplementare di viaggio per andare a lavorare. Cosa che ho fatto puntualmente fino a ieri, quando ho riportato il pargolo a casa e mi sono prontamente ricordata il motivo per cui domenica sera ero tanto felice all’idea di affidarlo alla nonna. Però ieri notte ho dormito finalmente bene e stamattina sono andata al lavoro senza nodi nello stomaco dopo aver baciato la creatura serenamente addormentata accanto al suo bionicle. 
 
Adesso ditemi voi se questo non è masochismo.
 
Tralaltro, ho anche riflettuto, la corsa ad ostacoli attuale è niente in confronto a quello che ci aspetta quando Matteo toccherà l’inevitabile traguardo dell’adolescenza. Come recita la canzone-strappacore in voga al momento “sette e un quarto di domenica mattina - sento la chiave che gira lentamente nella porta – finalmente mi addormento – [mia figlia] è tornata a casa.” Scoppio a piangere ogni volta che sento questo verso; pensavo fosse commozione ma comincio a credere che sia pura ansia al pensiero subliminale delle mie future notti insonni in attesa della chiave che gira nella porta e tutti gli altri orrori che posso immaginare, avendoli inflitti a mia volta ai miei genitori, più tutti quelli con cui Matteo riuscirà indubbiamente a sorprendermi.
E dire che tutto questo io lo avevo già previsto ben più di vent’anni fa e avevo scritto anche un manifesto contro la maternità che ha scatenato un thread (ante litteram) di proporzioni bibliche nella preistoria di internet. Poi è arrivato il vikingo e in un baleno tutta la razionalità è uscita dalla mia testa e i semini hanno cominciato a cercare gli ovetti nella mia pancia.
 
Quindi devo concludere che, se la mia opinione sulla maternità non è cambiata, è cambiata la mia consapevolezza di essere masochista.
 
 
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