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2009

la lunga estate calda (seconda parte)

L’ozio sarà anche il padre dei vizi ma questo nulla toglie al suo fascino. Sto in assoluta panciolle da due settimane e mi sento in paradiso. Visita ai Balzi Rossi e Villa Hanbury, sede del famosissimo giardino botanico? Nah, ci son già stata negli anni settanta e ricordo che era una noia mortale. Una gita al muretto di Alassio? Troppo sbattimento, non ne vale la pena. Una passeggiata alla Pigna, centro storico di San Remo? Mah, forse domani. Bagno in piscina? Boh, vediamo, intanto mi faccio un altro pisolino. La mia naturale pigrizia è finalmente esplosa in tutta la sua virulenza: non leggo i giornali, non guardo la TV, non faccio altro che spostarmi da una sdraio all’altra chiacchierando oziosamente con le signore residenti a portata di voce e spalmando occasionalmente di olio solare la prole. Di spalmare me stessa mi è passata la voglia già dal secondo giorno: troppo sbattimento e del resto ormai non mi interessa nemmeno più sviluppare la tintarella pseudocaraibica che richiede sei ore giornaliere di scientifica esposizione ai raggi più implacabili. In attesa della cena e della quotidiana passeggiata al porto rifletto pigramente sulle vacanze del mio passato pre-coniugale, tutte all’insegna dell’esplorazione con la guida Lonely Planet nello zaino. Ripenso al tremendo viaggio in bus e barca da Manila a Boracay con pernottamento nelle baracche sulla spiaggia di Roxas. All’orribile viaggio a Sumatra: cibo assolutamente immangiabile e il mio compagno ha pensato bene di farsi venire un’infezione delle vie urinarie in piena giungla equatoriale. All’interminabile attesa di un aereo che non si è mai presentato alle Comore, dove fra l’altro ho contratto la peggiore intossicazione alimentare della mia vita, seconda solo a quella di Bali che mi ha fatto fare un viaggio aereo allucinante con orticaria torturante e continue corse al WC. E che dire di quel tremendo viaggio Boston-Chicago per andare al concerto dei REM, battendo i denti con 40° di febbre? O del concerto di Knebworth sotto la pioggia gelata? E della pioggia torrenziale e del vento pungente durante il trekking sulle alpi della Nuova Zelanda? Ripercorrere le mie vacanze passate mi sembra una visita al museo degli orrori eppure allora non vedevo l’ora di partire per nuove avventure e tornavo a casa indomita, anzi, rinvigorita da calamità, incidenti e contrattempi. Il nostro spirito avventuroso era talmente noto che tra i regali per la nascita di Matteo non poteva mancare la guida del Lonely Planet specifica per i viaggi con i bambini. Ricordo di averla letta avidamente, bevendo come una babbea tutti i fantasiosi resoconti di trekking nella giungla con pargolo di sei mesi in zaino, camping sulle Ande con tre marmocchi in età prescolare, fino al sabbatical in giro per l’Asia con il figlio di sei anni e l’amica lesbica. Di quest’ultimo ricordo in particolare un passaggio che recitava pressapoco ‘All’inizio mio figlio non l’ha presa bene: la separazione da mio marito lo aveva reso molto insicuro. Un viaggio così lungo, in luoghi sempre diversi e in compagnia di una sconosciuta ha peggiorato le sue ansie, finchè abbiamo trovato una zanzariera azzurra con disegni di pianeti e stelle e da allora tutto è andato bene perchè ovunque fossimo mio figlio era circondato da quella parete di garza colorata e familiare che gli dava sicurezza.’
 
Adesso denuncerei volentieri la Lonely Planet e i suoi testimonial per maltrattamenti ai minori, circonvenzione d’incapace e truffa aggravata, ma allora il mio desiderio di riprendere la vita a cui ero abituata è stato più forte di ogni buon senso e così abbiamo impacchettato Matteo e tutte le cose che potevano dargli serenità e sicurezza come i suoi omogeneizzati preferiti, il suo ciucciotto e dieci pelouches e siamo partiti per un giro dei castelli della Loira. La consideravamo una prova generale prima del giro delle isole greche in programma per l’estate successiva; è stato un incubo rispetto al quale il mitico viaggio in catamarano tra Roxas e Boracay diventa quasi una passeggiata.
Dopo quattro giorni e due castelli – la cui visita non era stata accolta con particolare entusiasmo dal nostro piccolo - Matteo ha contratto un’otite doppia con febbre a 38.5° che non è passata nemmeno con le dosi da cavallo degli antibiotici notoriamente prescritti dai medici francesi. Dopo due settimane il termometro segnava ancora 37.8°, le scorte di omogeneizzati olandesi erano quasi finite e Matteo sputava sistematicamente quelli francesi di qualunque marca. Ci siamo guardati in faccia e abbiamo voltato l’auto in direzione di casa. Matteo è stato piagnucoloso e febbricitante fino all’ingresso della nostra via, al che il suo visetto pallido si è schiuso in un enorme sorriso ed i suoi occhi hanno ritrovato il consueto luccichio. Le sue manine si sono tese verso la porta di casa e il poverino ha espresso la sua gioia con tutta la gamma di sillabe che il suo lessico comprendeva. Ha gattonato per tutta la casa emettendo gridolini estatici alla vista dei suoi giochi e si è addormentato abbracciato a tutti i pelouche che erano stati lasciati a casa dopo aver consumato il primo pasto solido da due settimane. Il giorno dopo era completamente sfebbrato.
Inutile dire che il giro delle isole greche non lo abbiamo ancora fatto e da quel giorno le nostre vacanze sono rigorosamente stazionarie, in tranquille località balneari dotate di numerose  e provate attrazioni infantili.
 
Voglio dire, è possibile che da qualche parte esistano bambini che si lasciano portare per settimane intere in uno zaino nella giungla senza protestare e soprattutto senza ammalarsi, ma sono sicura che si tratti di eccezioni rarissime e trovo criminale il suggerimento a cura di spregiudicati editori che l’aggiunta di un infante al nucleo familiare non pregiudichi lo svolgimento dell’abituale viaggio in località senza acqua potabile e/o piene di bestie feroci, zanzare malariche e batteri alieni. Senza contare che portare un bambino in uno zaino tutto il giorno per sentieri boschivi non è così facile come dirlo: provate per credere! Sia il vikingo che un suo amico si sono cimentati nell’impresa in diverse occasioni e sono regolarmente stramazzati al suolo dopo due ore di camminata. E nello zaino non c’erano nemmeno la quantità di provviste e suppellettili illustrate negli esempi fraudolenti del Lonely Planet! Se poi aggiungiamo che anche i bimbi più angelici si stufano di stare fermi e seduti per più di un’ora e pretendono giustamente di fermarsi a toccare tutti gli oggetti nuovi che vedono lungo la strada potete capire quanto utopico sia un viaggio itinerante con prole in età prescolare, a meno di sedarla pesanetemente. A questo proposito ho accarezzato l’idea di aprire un’inchiesta sui reportage del Lonely Planet, ma ho invece buttato via la guida incriminata e da allora ho scoperto un mondo fatto di comfort, pace e tranquillità.
 
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