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2009

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Nella mia vita professionale sono stata costretta a partecipare ad innumerevoli training manageriali, indubbiamente a causa della mia reiterata reticenza ad assecondare il galateo aziendale. Ognuno di questi training si è rivelato prezioso, non tanto per il miglioramento della mia comunicazione verbale e non, che rimane cocciutamente rozza (di questo parlerò diffusamente tra poco), ma per la mia crescita interiore. Posso tranquillamente affermare che se finora ho evitato il burnout è proprio grazie a questi training che in questo senso mi sono sicuramente serviti di più dell’anno di analisi junghiana, oltretutto nemmeno sponsorizzato dall’azienda.
 
Quando il mio attuale datore di lavoro mi invitato a partecipare alla sua variante di training manageriale (masterclass in leadership), invece che sbuffare e alzare gli occhi al cielo ho chiesto di conoscere l’elenco dei partecipanti. Constatato che era tutta gente con cui mi sarebbe toccato lavorare a stretto contatto ho riflettuto che la partecipazione mi avrebbe evitato un sacco di inutili lotte di potere e menate assortite e mi sono sottoposta con spirito di sacrificio all’incredibile scocciatura di dover condividere una profonda intimità spirituale per due giorni al mese con un gruppo di gente che fuori dal corso e dall’ufficio saluto a malapena.
Ma come sempre ho dovuto concludere che i training manageriali sono enormemente utili. Non solo mi sono rinfrescata la memoria su un paio di dinamiche di gruppo e mappature caratteriali, ma nella penultima lezione ho avuto la rituale epifania che mi ha acceso una fiammella in testa pari a quella dello spirito santo (già che siamo in tema di pentecoste).
Magari a voi sembrerà una banalità, ma il sapere che statisticamente 94% delle decisioni dei nostri clienti viene preso in base alla forma delle nostre proposte e solo 6% in base al contenuto ha catalizzato milioni di osservazioni sparse e ha aperto una voragine di riflessioni che si sono cristallizzate in una nuova visione del mondo. Certo sapevo anche prima di questo training che l’immagine e la forma sono importanti, ma nessuno mi aveva mai esposto con tanta chiarezza la proporzione dell’importanza. E chissenefrega se la statistica è impecisa: accetto perfino un limite di tolleranza del 15%, resta comunque devastante. Praticamente significa che ho sprecato gli ultimi 25 anni della mia vita nel cercare il santo graal del return on investment e dell’efficacia della pressione pubblicitaria: non gliene frega niente a nessuno, avrei fatto meglio a seguire un corso da geisha.
 
E menomale che il training di sopravvivenza in APL negli anni novanta mi aveva già allenato a scegliere tone of voice e colori dell’abbigliamento in sintonia con i colori aziendali del cliente di turno, ma anche così mi sono accorta che ho almeno un’altra ventina di punti da rifinire per ottimizzare tutti i dettagli dei miei interventi interni ed esterni.
 
E menomale che non avevo aspettato questo corso per plasmare e rifinire la mia immagine professionale: se c’è una cosa di cui vado fiera è il mio stile di comunicazione, pazientemente coltivato e sviluppato nel corso degli ultimi dieci anni, dopo aver constatato di non essere materiale per il consiglio d’amministrazione. E’ uno stile a metà tra dottor House e ispettore Frost, con misurate pennellate di Gil Grissom che uso solo per gli effetti speciali. Con questo stile non diventerò mai CEO ma in compenso tutti i clienti si ricordano di me.
 
Il problema è che questo stile mi perseguita anche nel privato. Ho un bel dire che non sono come mi disegnano, ma finora ci sono state solo due persone che hanno capito la mia vera personalità. Per il resto del mondo sono una heartless bitch e mi conviene assecondare l’immagine altrimenti vengo regolarmente calpestata con scarponi chiodati. Non è difficile ma che due palle: non ti puoi mai permettere una sbavatura altrimenti il mito crolla e gli scarponi chiodati ripartono. Anche se ho sempre pensato che il ruolo della monaca di Monza sia più divertente di quello di Lucia Mondella, sul lungo periodo una Lucia Mondella ha meno scocciature: nessuno si aspetta da lei che porti tacchi a spillo e bustier di latex fino alla menopausa e nessuno ci fa caso se le viene la cellulite sulle cosce.
L’immagine e la forma son belle cose finchè si è giovani ma invecchiando diventano delle tremende prigioni: sembra che Demi More abbia speso 200mila dollari solo di botox e liposuzione per mantenere baby-marito e attenzione della stampa. Ne vale la pena? Tutto sommato propendo per una soluzione alla Greta Garbo: sparire, non farsi più vedere, fotografare, intervistare. Tutto quello che resta ai fans è una collezione di films e fotografie sapientemente lavorate, in cui la divina avrà per sempre 25 anni e sarà sempre bellissima. L’equivalente odierno si chiama internet e photoshop, poco cambia. Purchè mi possa togliere i tacchi a spillo e tornare ad impastare la pasta frolla per i biscotti di mio figlio. Vi giuro che non desidero altro.
 
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