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2009

maastricht

Giacchè il dottore ha prescritto al vikingo assoluto riposo e svago, i nostri weekend sono ormai all’insegna della gita turistica. Subito dopo la visita al Keukenhof abbiamo prenotato un ‘arrangement’ pasquale a Maastricht, all’Hotel de l’Empereur, in pieno centro storico.
Maastricht dista da Nijmegen 133 km, solo cinque più di Amsterdam, ma sembrano 300. Cominciamo col dire che Maastricht è un’appendice all’estremo sud dell’Olanda, circondata su tre lati da Belgio francofone e Germania, collegata alla madrepatria da una lingua di terra sottilissima che ha di olandese solo il nome, in quanto di colpo, attraversato il confine tra Brabant e Limburg, ti assale un inaspettato paesaggio di colline toscane. Fino ad un anno fa per andare a Maastricht da Nijmegen si faceva la Route Napoleon, ovvero la strada scavata dalle truppe del Corso per arrivare al mare del Nord dalle Fiandre. Il viaggio su questa strada provinciale che attraversa tutti i paesetti del Limburg dura due ore buone. Adesso è stata aperta un’autostrada, ma per oscure ragioni tecniche bisogna comunque viaggiare su una colonna a passo d’uomo per una ventina di km prima di immettersi sulla A2, dove ci si ferma definitivamente aspettando che la coda da Eindhoven si affievolisca. In treno non ci si mette meno: da Amsterdam c’è un diretto ogni mezz’ora e il viaggio dura 2 ore e mezza, da Nijmegen si viaggia via ‘s Hertogenbosch e se tutto va bene si arriva in centro città in 2 ore.
 
Le peripezie del viaggio contribuiscono a dare a Maastricht un’allure da paese esotico, rafforzata dai cartelli stradali bilingui in quanto il dialetto locale – che sta all’olandese come il bergamasco sta all’italiano - è orgogliosamente parlato dal 70% della popolazione. Arrivati in città si stenta a credere di essere ancora in Olanda. Profumi e colori burgundi ti riempiono i sensi, enormi distese di sedie e tavoli di fronte ai numerosi caffè sui larghi marciapiedi ti fanno immediatamente venire voglia di sederti e ordinare caffè e brioche, con la speranza non delusa di affondare i denti in un vero croissant e di attizzare le papille con un vero espresso. Insomma, sembra di stare in Francia. Non so se i maastrichesi si offendano al paragone: mi affretto ad assicurarli che intendo far loro un enorme complimento. Il centro storico, tagliato in due dal fiume da cui Maastricht prende il nome, è curatissimo e in via di rigoroso quanto intelligente restauro. Il nucleo è costituito da vicoli medievali che via via si allargano in boulevard di stile francese con enormi spiazzi centrali dove i 120mila abitanti vengono raggiunti da quindici milioni di turisti ai tavoli dei cinquecento e passa ristoranti, bistrot, birrerie e caffè in un’atmosfera di rilassatezza e convivialità mediterranea. La gastronomia ha una decisa impronta belga, cioè da orgasmo multiplo, i vicoli medievali del centro sono letteralmente tappezzati di boutiques del livello di via Montenapoleone e dintorni: si stenta a credere che una città delle dimensioni di Nijmegen possa contenere un’offerta pari a quella di Milano. In quanto a cultura, Maastricht è la più vecchia città olandese, sede universitaria e seconda solo ad Amsterdam in quanto a monumenti e congressi, vanta nove musei e otto chiese gotiche di fine fattura. A Maastricht infine è stato ritrovato lo scheletro di un dinosauro del tardo Cretaceo e sul luogo è stato prontamente aperto un museo di storia naturale, che a dir la verità contiene ben poco a parte il suddetto scheletro, ma l’architettura è incantevole e i contenuti uno sballo per i bimbi.
 
Giacchè di musei e chiese gotiche ho fatto indigestione in gioventù, fatta la doverosa visita alla basilica di Sint-Servaas protettore della città, ho dedicato le mie attenzioni all’aspetto mondano della città e ho finalmente potuto fare shopping sensoriale per tre lunghe, deliziose e appaganti ore mentre Matteo e il vikingo sguazzavano insieme nella piscina dell’albergo. Poi abbiamo pranzato insieme – in uno dei suddetti ristoranti all’aperto – con un’insalata niçoise con sashimi di tonno e acciughe fresche che mi ha fatto quasi venire le lacrime agli occhi dalla commozione. Dopo la visita al museo siamo andati a dar da mangiare alle anatre al parco sotto le mura della città vecchia, con vista sulla Ceramique, ovvero il centro ultramoderno sorto sul ‘ground zero’ dei bombardamenti della 2º guerra mondiale. Qui apro una parentesi per constatare che gli americani han fatto più danni durante i sei mesi di liberazione dell’Olanda che i tedeschi durante i quattro anni di occupazione. Gli unici danni di guerra che le città olandesi al confine con la Germania hanno subito sono stati quelli accidentalmente causati dalle bombe lanciate dagli aviatori alleati su obiettivi tedeschi. A Nijmegen ne son cadute due, a Maastricht quattro. Ma sarà mai possibile che i top gun dell’epoca avessero una mira così schifosa? Comunque, a Maastricht le quattro bombe han distrutto un intero quartiere intorno ad una fortezza del cinquecento e gli amministratori della città non hanno trovato di meglio da fare che ricostruire fortezza e quartiere in stile avveniristico. Per cui, girato l’angolo di un vicolo medievale del vecchio porto, di colpo ti trovi in un incubo di De Chirico, con arcologie pseudocubiste che feriscono gli occhi. Magari nelle intenzioni il progetto sarà anche stato grandioso, ma comincio a capire che la realizzazione vale molto più delle intenzioni e che certi architetti hanno fatto ancora più danni delle bombe alleate.
 
Visitata rapidamente la Ceramique siamo tornati nel caldo abbraccio della città vecchia, dove amministratori più assennati stanno promuovendo un restauro più rispettoso delle origini e dove ho individuato almeno una decina di case che mi piacerebbe avere o quantomeno dove mi piacerebbe abitare per un po’. Abbiamo concluso la gita e la giornata in un ristorante del vecchio porto dove – con l’assistenza di San Nintendo DS - siamo riusciti a far mangiare al pargolo l’interno di qualche maki e un po’ di salmone teriaki e ci siamo gustati una cena giapponese memorabile. Ieri mattina, prima di ripartire alla volta del Brabante dove ci aspettava l’inevitabile bbq pasquale, siamo andati a passeggiare per i viali deserti e a degustare un ultimo caffè con una fetta di Limburgse vlaai, un pie di frutta per cui la regione va giustamente famosa. In tutto siamo stati via poco più di 48 ore ma mi sono sembrate una settimana: consiglio caldamente, anche ai palati italiani viziati!
 
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