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2002

11 10 2002 tiratemelo fuori!

Alle ore 3:59 di stamattina è nato Matteo e la mia vita finalmente può riprendere il suo (nuovo) corso. Sono rimasta in animazione sospesa nelle ultime 3 settimane, sempre più depressa, sempre più stanca, pesante e dolorante. E’ stato almeno venti volte peggio di come me lo aspettavo ma è finita, Matteo sta bene, è tutto quello che conta.
Devo aver pagato il dazio di una gravidanza troppo facile: mentre le altre vomitavano e si gonfiavano di acqua io facevo jogging e andavo in bicicletta e pensavo che tutto sommato mica si sta poi così male se riesci a non pensare a quanto sei grossa e se riesci a non guardare i video delle Atomic Kittens su MTV. Nel mese di congedo maternità sono perfino diventata un’ottima cuoca perchè non avendo assolutamente niente da fare tutto il giorno ho cominciato a sfogliare i miei libri di cucina e ho preparato manicaretti cordon bleu che il vikingo ancora si sta leccando i baffi. Perfino prima di andare in ospedale sono riuscita a lasciare 3 scatole di biscotti fatti in casa e un paio di teglie di pasta al forno per il neo papà.
Ma da quando è iniziato il conto alla rovescia tutto è andato storto in un crescendo che mi ha fatto ritrovare la fede in dio e implorarlo mezz’ora prima che nascesse Matteo di far morire me e salvare lui; non male per un’atea che non ha alcuna intenzione di battezzare il prodotto di tanto travaglio.
Tanto per cominciare, sabato 28 settembre, dopo aver fatto la spesa e preparato l’ennesima torta fatta in casa, mi sono accasciata esausta sulla poltrona davanti alla TV e da lì non mi sono più alzata, fulminata dalla sciatica improvvisa che sicuramente è stata causata dalla discesa della testa di Matteo nel bacino. Da allora mi sono trascinata per casa come una sciancata, ogni passo un rantolo, senza poter prendere medicine e senza poter nemmeno più uscire di casa a fare le spese e la mia passeggiata quotidiana. Prigioniera delle quattro mura ho aspettato invano doglie e rotture di acque che non si sono appalesate fino a che, passate le 2 settimane di prammatica dalla data di nascita presunta, passati i numerosissimi controlli per verificare che tutto fosse OK con il pargolo e passata anche la stimolazione manuale che avrebbe dovuto dare il via alla dilatazione ma ha prodotto unicamente la fuoriuscita del tappo organico che chiude il collo dell’utero, sono stata ricoverata insieme al mio collo dell’utero pervicacemente chiuso e al mio pargolo pervicacemente attaccato al mio nervo sciatico al reparto maternità del St Radboud per l’induzione del travaglio.
Ora, nel corso partoriamo insieme che io e il vikingo abbiamo a suo tempo diligentemente frequentato, il capitolo induzione del travaglio merita giusto quei dieci minuti nella sezione cosiddetta ‘respira-spingi-respira’. Ti dicono che, se per motivi medici si decide che il bambino deve vedere la luce in tempi brevi, le doglie possono essere indotte tramite gel o endovena di ormoni (oxitocina). Quello che non ti dicono è che i cosiddetti tempi brevi possono durare anche 60 ore. Quello che non ti dicono è che il gel può anche non fare effetto e che dopo otto ore di doglie il tutto scema nel nulla e si deve ricominciare da capo. Non ti dicono neanche che se non si presentano problemi tali per cui il bimbo deve vedere la luce nel giro di mezz’ora tu puoi anche restare due notti e un giorno in sala travaglio con contrazioni ogni due minuti e un ginecologo che passa ogni tre ore a controllare la dilatazione, senza peraltro fare altro che constatare che sei ancora ferma a 2 cm. Vero è che ad un certo punto ti offrono tutte le droghe di questo mondo compresa la morfina per resistere al dolore, e se questo può sembrare un pensiero confortante nessuno ti dice che le droghe ti rendono incosciente e debole e quindi rallentano il processo di dilatazione che invece dovrebbe essere stimolato dal moto e dalla ginnastica che nessuno ti insegna e dalla posizione verticale che nessuno ti permette in quanto con la flebo dell’oxitocina nel polso, l’ago dell’epidurale nella schiena e il monitoraggio sulla pancia si può stare solo sdraiati. Col senno di poi, perfino nell’ospedale migliore d’Olanda sono state prese una serie di decisioni che se solo avessi avuto una preparazione migliore avrei potuto forse ancora contrastare. Non sono incazzata con il team dell’ospedale: gli ospedali sono tenuti a seguire procedure precise e credo che ce la siamo cavati senza forcipe e/o cesareo proprio perchè nell’ospedale in questione fanno veramente di tutto per evitarlo (in altri ospedali ti aprono anche solo per liberare la sala travaglio). Sono invece molto incazzata con i docenti dei 2 corsi pre parto che ho frequentato e con il team di levatrici che mi ha seguito durante la gravidanza perchè mi hanno mandato al macello completamente disarmata. Magari sarebbe andata a finire comunque così, ma un conto è essere cosciente di quello che è possibile fare e un conto è essere totalmente in balia degli eventi.
Insomma, è andata che dopo un giorno di doglie a vuoto e un giorno di doglie che hanno portato - dopo 12 ore - alla tanto attesa rottura delle acque, sono restata in sala travaglio altre 30 ore, di cui 29 spese a cercare di portare la dilatazione da 2 a 10 cm e l’ultima ora spesa a spingere, il tutto sdraiata e crocifissa da svariati aghi e sensori di monitoraggio, che solo a pensarci con un po’ di logica è contro natura: provate un po’ a cercare di cagare un maxistronzo durissimo stando a gambe all’aria! Io ci ho provato e nonostante la prima spinta mi abbia guadagnato l’applauso corale del team di ginecologi la gravità non si vince e dopo mezz’ora di spinte ho cominciato a pregare ardentemente che me lo tirassero fuori se necessario anche col cavatappi. Hanno invece usato lo sturacessi e anche così ci sono voluti 2 tentativi. E a quel punto alla dilatazione regolamentare di 10 cm erano stati aggiunti un bel 5 cm di taglio artificiale e 4 persone che mi aiutavano a spingere (1 per gamba a tenere il tutto ben aperto, 1 con lo sturacessi e 1 che premeva sulla pancia)
Vi risparmio ulteriori orrori. Dico solo che qualunque cosa vi dicano sulle doglie sono sempre molto ma molto peggio di come ve le immaginate. Dico solo che appena pensi che non ce la fai più dal dolore il dolore sale di intensità, come una morsa che continua a stringersi. Il mio augurio alle aspiranti madri è che se la cavino in meno di 12 ore perchè 42 ore senza droghe non ce la fa nessuno, non ce l’avrei fatta nemmeno io. Concludo che in confronto alle doglie ‘da dilatazione’ le doglie ‘da spinta’ sono un sollievo, almeno cominci a vedere la fine del tunnel e sai che il dolore è finalizzato a qualcosa.
Enfin, il momento più bello di tutta l’esperienza, quando ormai stavo delirando al punto da non provare nemmeno più dolore, è stata la sensazione di grandissimo sollievo che accompagna la fuoriuscita della testa del bambino. E’ una sensazione indescrivibile che da sola mi ha ripagato di tutto il dolore precedente. E quando la ginecologa ha sollevato l’esserino ancora tutto ricoperto di sangue e fluidi vari, gli ha guardato tra le gambe e con un gran sorriso di trionfo mi ha detto “E’ un maschio!” (tutta scena: dal giorno dell’epidurale tutta Nijmegen sa di che sesso è nostro figlio tranne noi che avevamo espressamente richiesto di essere tenuti all’oscuro) beh, credo di aver raggiunto il nirvana. Matteo dunque e non Laura, come avevo sempre sentito dentro di me dalla primissima ecografia quando ancora si vedeva solo un gamberetto.
Ahimè il momento-Nirvana è durato pochissimo. Giacchè nelle ultime ore il bimbo aveva sofferto parecchio ed era piuttosto provato dall’esperienza, dopo esattamente 10 secondi sulla mia pancia mi è stato portato via per accertamenti e analisi e a me, ancora inchiodata alla sedia puerperale, è stato solo possibile chiedere al vikingo di controllare se Matteo aveva tutti i pezzi al posto giusto. Qui credo di aver dimostrato che l’istinto materno esiste e ti entra in circolo dal primo secondo dopo la nascita perchè quando il vikingo ha osato fare lo spiritoso (vedo cinque dita sulla mano sinistra, sulla destra ne vedo solo tre) ho cacciato un urlo che ha ammutolito tutti i presenti e ha fatto sobbalzare la povera pediatra che stava controllando Matteo. Dovevo avere una faccia terribile perchè il vikingo si è praticamente prostrato ai miei piedi implorando perdono e si è affrettato a rassicurarmi sulla perfetta composizione della nostra discendenza.
Discendenza che io personalmente ho potuto riabbracciare solo 2 ore dopo il parto, alla fine di una serie di operazioni che mi hanno permesso di abbandonare la sedia puerperale per il letto, che è stato di conseguenza trasportato fino alla nursery dove Matteo riposava nell’incubatrice. L’infermiera mi ha messo tra le braccia un fagottino piccolissimo e roseo che ha subito cominciato a cercare il capezzolo più vicino e si è applicato doviziosamente a succhiarlo fino a che non è crollato in un sonno profondissimo. Io sono rimasta a metà tra l’estasiato e lo shockato a guardare questa faccina tesa e concentrata nello sforzo, l’infermiera ha esclamato orgogliosa (manco fosse merito suo) “He’s a natural!” e da quel momento mi sono innamorata di mio figlio.
 
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