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2002

02 01 2002 nuova zelanda, south island

Ci svegliamo all’alba e il sole splende in un cielo molto azzurro. Meno male. Ieri è stata una giornata tremendamente deprimente. Camminare con 10 kg di zaino in spalla sotto la pioggia battente per 4 ore non è nella top 10 delle mie favourite things, sommato al dover guadare fiumi che normalmente sono solo rivoletti ma grazie alla pioggia sono diventati veri torrenti in piena per finire a passare la notte in un rifugio alpino insieme ad altri 15 puzzolentissimi escursionisti che hanno usato l’unica stufa per asciugare scarponi, calze e maglioni fradici, semmai abbiamo fatto una buona base per la top 10 delle esperienze che non voglio mai più ripetere nella mia vita (al primo posto stabile da 12 anni la traversata dell’oceano Pacifico tra Roxas e Boracay con catamarano a motore). Fa un freddo cane e c’è ancora molta umidità nell’aria ma il tempo di fare colazione e il sole è già abbastanza caldo per farmi tornare la voglia di uscire all’aperto. La stufa ha fatto il suo dovere e gli scarponi sono piacevolmente asciutti e tiepidi. Pantaloncini corti e cannottiera, maglia termica leggera, k-way di riserva, colazione al sacco ed eccoci pronti per nuove avventure. Potremmo risalire il lago fino alla foce del fiume, dice il vikingo, c’è un ponte e si può passare dall’altra parte. Ok dico io sportivissima, giacchè siamo sulle rive di un lago montano invece che sulla spiaggia subtropicale che mi ero pregustata quando avevamo steso il piano di viaggio tanto vale godersi quello che la natura offre. Certo che io questo viaggio me lo ero immaginata tutto diverso, tanto per cominciare meno in salita e per finire con una temperatura più clemente. Vero è che il vikingo mi ha portato subito nel posto più bello di tutta South Island, l’Abel-Tasman track. Mica colpa sua che la temperatura si è mantenuta sui 18°-20° e l’acqua del mare era gelata. La sua bella spiaggia subtropicale c’era. Estate atipica ci dicono tutti i locali che incontriamo, di solito a gennaio qui ci sono 30°. Sfiga, io spero sempre che da un giorno all’altro arrivino questi benedetti 30° così possiamo tornare alle spiagge della costa nord. Intanto facciamo felice il vikingo e andiamo a vedere la foce di questo fiume subalpino.
La camminata non è durissima ma nemmeno una passeggiata, l’idea di tornare indietro per lo stesso sentiero non mi fa fare salti di gioia, almeno fino a quando, arrivati al ponte, scopro trattarsi di uno di quegli affari che si vedono nei film di indiana jones: una passerella sospesa su un canyon di acque turbinanti molte ma molte decine di metri più sotto. “Io di lì non ci passo!” dichiaro fermissima. Il vikingo ride e mi dice che non è niente, roba da pensionati, fa più impressione vederlo che passarci sopra. In effetti la passerella è di robustissima e luccicante maglia d’acciaio con cavi tensori grossi come il mio polso e ben oliati. Insomma il rischio che una trave marcia ti si sfasci sotto i piedi o che la corda altrettanto marcia ceda al peso del primo incauto attraversatore tende a meno infinito. Dall’altra parte del ponte c’è un’invitante sponda erbosa orlata di larici. “Il sentiero dall’altra parte è molto facile e tutto in pianura.” offre il vikingo, serpente tentatore. Io cedo e salgo sulla passerella afferrandomi saldamente ai corrimano. Non guardare in basso, continuo a ripetermi come un mantra mentre avanzo un passo dopo l’altro, i movimenti di mani e piedi coordinati come sul cross trainer. Circa ad un terzo della traversata sento dietro di me le vibrazioni dei passi decisi e disinvolti del vikingo. Dopo pochi secondi tutta la passerella comincia ad ondeggiare sempre più violentemente. “Smettila immediatamente!” urlo senza voltarmi e senza fermarmi, dietro di me sento la risata cristallina del disgraziato che ho scelto quale padre dei miei figli. 
Mi affretto quindi a concludere la traversata sulla passerella. Solo quando sono saldamente con i piedi sull'altra riva mi giro a confrontare il vikingo che sta beatamente sorridendo e saltellando sulla passerella, felice e incosciente come il bambino che ha sempre desiderato di essere (se io sono emotivamente ferma da sempre a 24 anni, il vikingo ammette senza esitazione di essere a 6). Il quale vikingo con un salto finale approda a riva, mi abbaglia con uno dei suoi sorrisi disarmanti e procede immediatamente a togliersi scarponi e calze per poter sguazzare liberamente nell’acqua gelida e impetuosa. Gli scatto una foto che risulterà essere la più bella di tutto il reportage di viaggio e mi tolgo anche io scarpe e calze. Il sole splende, l’acqua gorgoglia invitante e fresca. “Dai, vieni dentro anche tu, è bellissimo!”. Infilo timidamente un piede nell’acqua e lo ritiro immediatamente. “Tu sei matto, è gelata!”. “La temperatura è uno stato della mente” dice lui, ma io non mi faccio fregare e gli ricordo che con l’afa e i 38° di Singapore lui boccheggiava e io zampettavo felice per i vialoni. “Almeno togliti tutti quei vestiti: fa caldissimo!” e qui gli dò ragione, effettivamente fa caldo anche all’ombra dei larici di cui la riva è generosamente dotata. Lui, manco a dirlo, è già a torso nudo e appena torna a riva anche i pantaloncini finiscono nel mucchio di vestiti sotto i larici.
Il sole continua a splendere, l’acqua continua a gorgogliare fresca ed invitante; dalla riva di fronte un paesaggio alpino ci guarda imponente.
 
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