paola cassone
romanzi
racconti
collezioni di racconti
collezioni di racconti
diario  
comprami  
scrivimi  
le eredi della terra

Circuito Disintegrato

Ride, e il mondo
riesce ad ascoltare
la sua voce.

 
29.

“Il piano è semplice.” dice Diana all’assemblea. E’ una pigra domenica, nel salotto di quello che solo pochi giorni prima era l’appartamento di Fulvia e che ormai è diventato una comune femminile. Cat è sdraiata sul divano, una bottiglia di birra nella mano venata di azzurro e una pseudosigaretta penzoloni tra le labbra ancora violacee dell’ultima crisi. Fulvia è rannicchiata sulla poltrona davanti al monitor acceso su un film che nessuno guarda. Fuori il mondo è avvolto da una spessa coltre caliginosa e umida di pioggerella gelida che scioglie a poco a poco la neve lurida.

“Tutto si basa sull’assunto che nella nostra società la realtà virtuale è più vera della realtà materiale. In queste condizioni ci basta focalizzare l’attenzione dei Media sulla CPD per far rotolare a valle una valanga che travolgerà la CPD e la distruggerà per sempre – o perlomeno fino a che la memoria dello scandalo verrà alimentata.”

“Anche se l’assunto fosse vero – e bada che non ho detto che lo sia – mi sembra che tu stia trascurando un particolare fondamentale.” dice Fulvia. “Come pensi di focalizzare l’attenzione dei Media sulla CPD prima che la CPD focalizzi la sua attenzione su di noi e ci distrugga per sempre?”

“Noi non dovremo comparire come fonte dell’informazione ai Media, naturalmente.” dice Cat con uno sbadiglio.

“Questa è la parte più delicata.” continua Diana. “Ma non è impossibile. Ipotizziamo che tutte le agenzie giornalistiche ricevano, simultaneamente, una serie di informazioni riservate sotto forma di file allegato per errore ad un comunicato ufficiale della CPD. In questo caso la fonte delle informazioni sarebbe la stessa CPD e la credibilità delle informazioni sarebbe tanto maggiore quanto più le informazioni fossero veramente esplosive.”

“Ipotizziamolo pure - e sarebbe la seconda ipotesi tutta da dimostrare – ma se la CPD è così potente come dici potrebbe insabbiare tutto, mettere tutto a tacere.” ribatte Fulvia.

“Non sono d’accordo.” interviene di nuovo Cat “Non tutti i Media sono in mano alla CPD e se le informazioni arrivassero a tutte le agenzie ogni tentativo di insabbiamento non farebbe che aizzare i Media non allineati.”

“C’è una dimensione molto politica di questa faccenda.” continua Diana. “La CPD è un baluardo nazionalista che resiste al controllo del Governo Federale: qualunque appiglio per screditarla sarebbe oro per i Media controllati dai Federali, ci si butterebbero sopra come avvoltoi e non mollerebbero la preda finchè non l’avessero spolpata fino all’osso.”

“D’accordo, mi avete quasi convinto sulla teoria. Adesso dimostratemi solo che si può fare nella realtà.” conclude Fulvia battagliera.

“Bene. Cominciamo dalla tipologia delle informazioni o dalla modalità di trasmissione?” chiede Diana con un sorriso.

 

La legge federale sulla protezione delle informazioni su banche dati elettronici aveva fornito l’ispirazione iniziale. Il comma 12 recita “Qualora un’informazione proveniente da una banca dati non pubblica venga ritrovata nella partizione riservata alla posta di un’entità diversa dalla banca dati stessa e sia accertato che il percorso dell’informazione è originato dalla banca dati stessa senza essere stato sollecitato dall’entità ricevente, l’entità ricevente non è soggetta alle sanzioni previste dall’articolo 7 per diffusione non autorizzata di informazioni riservate.” Cioè si può tranquillamente pubblicare un’informazione riservata trovata in qualunque mailbox elettronica purchè sia dimostrabile che l’informazione non è stata richiesta dal proprietario della mailbox. Il comma 12 era stato aggiunto alla legge in seguito alla diffusione del virus Dislexia che, scambiando l’ordine delle lettere nei nominativi di alcuni indirizzari, aveva causato clamorosi disguidi postali. Naturalmente in seguito a quell’episodio il virus era stato neutralizzato e i programmi antivirali si erano rafforzati per cui un’eventualità del genere era difficilmente ripetibile. Inoltre, contrariamente a quello che si favoleggiava alla fine del secolo, non è affatto facile penetrare in una banca dati riservata, leggere documenti top secret e spedirseli a casa dal mailer della stessa.

 

“Non facile ma nemmeno impossibile.” dichiara Cat. “Con le conoscenze giuste ci si può procurare un icebreaker, un decrittatore di codici di accesso. Una volta nel sistema un buon hacker può fare quello che vuole.”

“Un altro atto di fede! E con questo siamo a tre!” esclama Fulvia.

“Non essere sempre così pessimista. Diciamo che Cat ha fatto il suo dovere: adesso siamo entrati nel server della CPD e siamo in grado di controllare le trasmissioni dati. Ecco che cosa avrei intenzione di trasmettere.”

“Stop, alt, ferma. Rewind fino a Cat ha fatto il suo dovere. L’hacker è compreso nel prezzo del decrittatore? E naturalmente dell’hacker ci si può fidare?” chiede Fulvia ironica.

Diana fa un piccolo sorriso. Cat non dice niente e guarda per terra.

“OK, fuori il rospo. Che puntata mi sono persa?” chiede Fulvia molto meno ironica.

“Glielo dico io o glielo dici tu?” chiede Cat a Diana.

“A te l’onore mia cara, sei tu che mi hai smascherata.” Dice Diana con un sorriso. Fulvia ha la bocca aperta.

“Right, OK. Fulvia, mi dispiace che questo possa sembrare lo script di una brutta soap, ma Diana non è la persona che tu credi che sia.” Dice Cat con una perfetta faccia da schiaffi e si mette a ridere.

“Eh no eh! Adesso non mi dirai che Diana è la vera identità segreta di Unabomber!” esclama Fulvia con un ultimo disperato tentativo di ironia, ma dal suo sguardo trapela incertezza e disagio. Dopotutto, perchè no? Che cosa ne sappiamo noi di che cosa veramente ha fatto Diana in questi ultimi dieci anni?

“No, ma non ci sei andata troppo lontana. La nostra amica Diana non è andata in Cina a studiare comunità rurali di sua spontanea volontà. Diciamo che è stata mandata in esilio.”

“Ma che dici? Senti, o la smetti di giocare agli indovinelli o ti sbatto fuori casa e te pure. Avanti, voglio un discorso logico, sintetico e senza colpi di scena da soap di quarta.”

“Fulvia, è molto semplice – interviene Diana pacata – Mentre voi giocavate a fare le sovversive all’università io la sovversiva la facevo davvero. Sono entrata in un giro di cyberterroristi, non Unabomber e mi dispiace ma non ti dico chi sono perchè non sono affari tuoi. Abbiamo fatto un po’ di casino, io ero molto giovane e molto idealista.”

“Se è per questo lo sei ancora.” interviene Fulvia “Idealista, intendo dire.” aggiunge velocemente.

“Sì, d’accordo, comunque mi hanno beccato e mi hanno proposto di emigrare in una regione dove non ci fosse la Rete e possibilmente nemmeno l’elettricità. Quello o la galera. Ho scelto lo Yunnan perchè in fin dei conti aveva attinenza con i miei studi di antropologia.”

“Ma quello che la nostra terrorista in erba non si aspettava era l’importanza crescente della Rete per uso commerciale. Quando il personal banking si è diffuso a livello di massa il problema della sicurezza è balzato al primo posto nella lista di priorità delle banche e dei loro fornitori informatici. Gli hacker sono stati perdonati e convinti a lavorare per le ditte i cui stessi sistemi avevano fatto saltare con indubbia perizia e abilità.”

“Sì – dice Fulvia stizzita – Questa parte della storia la sanno anche i sassi. Sono solo i nomi degli hacker che non sono noti.”

“E certo che no. Non è interesse di nessuno.” Dice Cat disinvolta.

“E tu allora come è che sei venuta a sapere di Diana?” sibila Fulvia.

“Oh, Fulvia, ti pare che uno squalo in carriera come me non sia in grado di avere informazioni riservate su chiunque? Quando Diana è venuta da me con la sua incredibile storia ho fatto un paio di doverosi controlli. Ti assicuro che la nostra amica qui, quando ci si mette, è un hacker di tutto rispetto. Ma il suo contratto con la polizia e la Stepless-Browe ha una clausola che le impedisce di programmare virus, decrittatori e compagnia cantante. Se appena ci si prova se la mangiano in due bocconi. Per questo devo provvedere io alla bisogna.”

Dopo le ultime parole di Cat cala di nuovo il silenzio nel salotto. Alla fine Fulvia sospira e dice: “Beh, a parte il fatto che almeno a me lo potevi dire, stronza che non sei altro, adesso se non altro mi quadrano un sacco di cose. Quella storia dello Yunnan puzzava di marcio già dieci anni fa e non ha mai smesso di puzzare. E anche questa tua ossessione con la CPD adesso mi torna. E’ bello sapere che a fare la dietrologa ci si azzecca quasi sempre. Tanto per sapere, se ti beccano questa volta che cosa ti fanno?”

“Niente di peggio di quello che fanno agli illegali.” dice Diana sorridendo. “Posso continuare?”

30.

In un piccolo archivio che conteneva backup abortiti di vecchi documenti - praticamente una pattumiera elettronica - Diana aveva trovato tre frammenti di documenti riservati riguardanti la CPD: un memorandum del ministero della Protezione Civile al ministero delle Finanze, un rapporto di una sezione AP alla direzione generale e una relazione del ministero della Sanità.

Il primo documento spiegava le ragioni dell’accanimento dei Conservatori sull’emendamento alla legge federale sull’autonomia contributiva. Se le richieste fossero state approvate la CPD - in quanto organo locale di protezione civile - avrebbe continuato a dipendere dal governo nazionale e si sarebbe così sottratta al controllo della Federazione. L’emendamento sarebbe stato discusso entro pochi mesi e la sua approvazione era scontata grazie al turno di presidenza dell’Italia al Parlamento Europeo.

Il secondo documento descriveva invece con scabrosa puntualità l’operato degli AP: erano evidenziate le modalità discriminanti con cui si spargeva l’insetticida ed i numerosi abusi di potere da parte dei singoli drappelli durante la disinfestazione.

Il terzo documento infine rivelava i reali danni dell’insetticida e dimostrava chiaramente come le misure adottate dalla CPD fossero allo stesso tempo ingiustificabilmente rigorose e criminalmente disomogenee.

Secondo Diana ce n’era abbastanza per sollevare l’opinione pubblica, aprire un’inchiesta sul Corpo di Protezione e convincere gli organi Federali richiedere dettagli sull’operato della CPD. Una volta messa in moto, la macchina Federale sarebbe stata inarrestabile e presto i Federali sarebbero venuti in possesso di informazioni tali da costringere il Consiglio a chiudere la CPD e punire i responsabili oppure fronteggiare uno scandalo di tali dimensioni da rischiare l’espulsione dalla Federazione.

Ed era proprio di fronte a questo che Diana esitava. La rivelazione degli orrori della CPD avrebbe sicuramente innescato una crisi politica simile o peggiore di quella causata dal maxi processo CAF, quindici anni prima. Se l’Italia fosse stata espulsa dalla Federazione la crisi si sarebbe trasformata in una catastrofe politica, sociale ed economica di proporzioni apocalittiche.

 

“Frena, frena: stai correndo troppo. Io non ho una grande fiducia in questi frammenti di documenti. Sono troppo tecnici, troppo schematici. A te dicono molto perchè sei diventata un’esperta sull’argomento, ma se credi che un pubblicista medio riesca a fare due più due con questa roba in mano stai sopravvalutando la categoria in modo assolutamente vergognoso.”

“Fulvia, ma sai che mi hai veramente rotto i coglioni adesso?” sbotta Cat. “Il piano è geniale, le premesse sono giuste, i documenti ci sono e quando entreremo nel server della CPD ne troveremo anche di migliori, se serve. Potresti anche essere propositiva e trovare qualche soluzione invece di puntare sempre il dito sui problemi.”

“Stavo per arrivarci.” ribatte Fulvia acida. “E in quanto a puntare il dito sui problemi, vorrei farti notare che qui ci stiamo giocando la pelle, quindi non mi sento affatto una disfattista se vi faccio qualche reality check di tanto in tanto. Quello che volevo dimostrare è che ci vogliono rinforzi. Voglio dire, i documenti che abbiamo in mano – e soprattutto le versioni originali con tanto di sigillo elettronico della CPD che ancora dobbiamo procurarci (cerchiamo di non dimenticare questo piccolo particolare) - devono trovare un terreno fertile. Occorre prima fare diventare l’argomento CPD top of mind per il pubblico che dobbiamo colpire, cosicchè quando arrivano le informazioni il pubblico è in grado di leggere il messaggio. Mi sono spiegata?”

“Non molto, veramente.”

“Allora ci riprovo con i disegnini. I giornalisti sono il pubblico a cui dobbiamo far arrivare i documenti, giusto? Bene, che cosa ci aspettiamo da loro? Che usino le informazioni contenute nei documenti per sollevare dubbi sull’operato della CPD. Questo presuppone che riescano a capire l’importanza dei documenti. Come facciamo ad essere sicure che il presupposto sia vero? Qui sta il punto debole dell’intera operazione. Non possiamo affidarci alla speranza: dobbiamo fare in modo che quando i documenti arriveranno a base, nella testa dei maledetti giornalisti si accenda la lampadina di Archimede Pitagorico, altrimenti è stato tutto inutile. E’ chiaro adesso?”

“Adesso sì. Quello che non mi è ancora chiaro è la tua proposta per risolvere il problema.”

“Analizziamo prima quello che abbiamo in mano, i dati. Ci sono tre elementi: la giurisdizione della CPD, la discriminazione del metodo di disinfestazione ed i reali rischi per la salute dell’insetticida. Quali di questi elementi possono essere discussi apertamente senza correre troppi rischi? Solamente uno: la giurisdizione della CPD. Mancano pochi mesi alla votazione dell’emendamento alla legge sull’autonomia contributiva. La mia proposta è di fare in modo che la giurisdizione della CPD entri a fare parte degli argomenti di attualità, in modo da obbligare i giornalisti a documentarsi, a fare domande, a prendere informazioni. Così, quando arriveranno i documenti, avremo la certezza matematica che tutti i giornalisti faranno un salto sulla sedia e metteranno insieme i pezzi nel modo in cui vogliamo noi.”

“Mi sembra una buona idea.” dice Diana dopo qualche minuto di silenzio. “Che cosa pensavi di fare?”

“Essenzialmente una sola cosa: inserire la giurisdizione della CPD nell’agenda del programma del partito progressista contro l’emendamento alla legge federale sull’autonomia contributiva. Questo da solo dovrebbe essere sufficiente a scatenare una controffensiva dei conservatori. Se ciò non dovesse succedere, sarà necessario stimolare la controffensiva; pensavo ad un faccia a faccia di due avversari politici sull’argomento, in broadcast prime time.”

“Ce la puoi fare?”

“Ce la possiamo fare se coinvolgiamo Laura e Carla.”

“Che cosa c’entrano adesso Laura e Carla?” sbotta Cat.

“Laura è responsabile per la campagna promozionale del partito progressista nella nostra agenzia e Carla è la moglie del candidato conservatore di Milano. Se abbiamo il loro appoggio sarà un giochetto da ragazzi.”

“OK, mi hai convinto.” dice Cat.

“D’accordo.” aggiunge Diana. “Ma puoi fare in modo che non sappiano del nostro piano?”

“Non sarà affatto necessario. Lascia fare a me: conosco i miei polli, anzi, le mie galline.”

“Bene” conclude Diana. “A questo punto il piano ha una possibilità di riuscita più che buona, Tanto buona che ritorno al mio problema iniziale. Come evitare il rischio che lo scandalo della CPD trascini con sè anche la sorte dell’Italia all’interno della federazione?”

“Servirebbe un alleato con l’autorità sufficiente a condizionare le decisioni del Parlamento e del Governo Federale, nientemeno.” osserva Cat sarcastica.

“Forse questo può essere utile.” Un rettangolo di plastica argentata si schianta sul tavolino ancora prima che lo squillo della voce di Sandra abbia fatto girare la testa all’assemblea.

“E’ un chip AAA dell’UBE.” risponde Sandra divertita alla muta domanda delle tre paia di occhi. “Opportunamente inserito in un computer governativo permette di accedere ad una serie di conti in varie filiali. Appartiene all’onorevole Schultz, ex coordinatore della produzione di apparecchi elettronici per la casa e attuale ministro dell’industria.”

“Come diavolo l’hai avuto?” chiede Diana cercando di dominare la prima scarica di adrenalina.

“L’ho trovato per terra, a casa mia, cioè di Nicola, dopo una festa, quasi un anno fa. Pensavo che fosse un’altra cosa, me la sono dimenticata per mesi nella tasca di un vestito. Quando l’ho ritrovato e ho visto l’ologramma AAA dell’Unione delle Banche Elvetiche l’ho portata a certi amici che hanno decrittatori piutoosto avanzati. La cosa più interessante è che in tutti quei mesi il codice non era stato disattivato. Cioè nessuno ne aveva denunciato la scomparsa. Strano no? Quando l’abbiamo inserito nel computer di Nicola ha aperto l’accesso a dodici conti correnti e cinque depositi di certificati in Euro, tutti cifrati e tutti vuoti. Dalla storia dei movimenti abbiamo visto che non c’erano stati più versamenti dal luglio precedente; i soldi erano stati invece prelevati tramite ordini scritti alla centrale della UBE e trasferiti su altri conti cifrati in altre banche: il proprietario dei conti aveva preferito spostare tutti i soldi e continuare a pagare le spese di apertura di questi conti pur di non denunciare la scomparsa del chip. Grazie a quegli ordini non è stato difficile risalire al nome del proprietario e soprattutto alla ragione di tanta discrezione. I conti sono tutti illegali: contenevano tangenti pagate dalle industrie elettroniche all’onorevole Schultz per far approvare certi standards di produzione. C’è anche la tua Stepless-Browe naturalmente, ci sono tutte. Ho conservato il listato delle operazioni in una cassetta di sicurezza: sapevo che sarebbe venuto utile prima o poi.”

“Complimenti. Ma in che modo pensi che possa servire?” chiede Diana cercando di dissimulare la tensione crescente.

“Mi sembrava di aver capito che siamo interessate ad alleanze strategiche con i Federali. Schultz è piuttosto influente in Parlamento e saprebbe dimostrare la sua gratitudine a chi gli riportasse il suo chip senza fare troppo casino.” ribatte Sandra con lo stesso tono con cui avrebbe potuto dire ‘Vuoi l’indirizzo del mio parrucchiere? Fa dei colpi di sole deliziosi.’

Diana è dolorosamente cosciente che la tensione nervosa si sta trasformando in tremito, ma l’adrenalina è inesorabile.

“Che cosa stai dicendo?” sibila Cat.

“Oh, andiamo, lo sai benissimo che cosa sto dicendo.”

“Da quanto tempo stavi origliando?” ruggisce Fulvia.

“Preferite continuare a farmi il processo o parlare d’affari?” sbuffa Sandra seccata.

“D’accordo. Parliamo d’affari. Qual è il tuo interesse in questa storia?” chiede Cat.

“Mi basta che i Conservatori vengano cancellati dalla faccia della terra.” Sandra scuote i riccioli rossi, sbadiglia e si stira pigramente. “Qualcuno vuole un caffè? Io me lo farei volentieri.”

 
31.

“Io lo sapevo che sarebbe finita così.” si lamenta Fulvia guardando le immagini scorrere sull’homecom. “Diana è attaccata al suo dannato computer giorno e notte, Cat sta trascurando i rifornimenti e non c’è più verso di guardarsi più di trenta secondi di Media in pace.”

“La tua campagna di informazione occulta sta andando bene, no?” commenta Sandra distratta limandosi le unghie.

“Fin troppo. Avevo sottovalutato la sensibilità dei conservatori sull’argomento: ormai ogni notiziario parla della dannata CPD. Eccone un altro!”

Il mosaico si scompone per lasciare posto ad un commentatore della CNN. Fulvia geme:

“Perfino la CNN! Qui le cose stanno precipitando. Ma che diavolo sta combinando Cat? Quanto ci mette a trovare quel dannato rompighiaccio?”

“Da quando non ti fai più sei diventata veramente intrattabile.”

“Per forza! Ma dimmi come faccio a mantenere le mie vecchie abitudini con te in disintossicazione, quella fanatica igienista di Diana che mi fa sentire una depravata e, come ciliegina sulla torta, Cat totalmente intrippata in un’attività più rischiosa dello spaccio!”

“Comprare virus è più rischioso che spacciare? Questa non la sapevo!”

“Solo la monaca zen lo sapeva, maledetto il giorno in cui è tornata! E’ riuscita a coinvolgere le tre persone più improbabili in questa follia e ancora mi sto chiedendo come diavolo ha fatto.”

“A me non ha mica convinto. Io l’ho fatto spontaneamente.”

“Questo è quello che credi tu, bella mia.”

Sandra osserva con competenza il lavoro sulla mano sinistra, sospira soddisfatta e attacca la destra.

“Se ti fa piacere credere che anch’io mi sia aggrappata a questo progetto per dare un senso alla mia vita pensalo pure, ma non è così. In realtà questa operazione si incastra a meraviglia nel mio personale programma di rovina di Nicola&C e a parte questo avevo un debito con Diana: ho avuto l’opportunità di saldarlo, l’ho fatto. Che cosa c’è di strano?”

“Tanto per cominciare il fatto che tu ti senta in debito verso qualcuno.”

“Beh, mica sono così inumana. In fin dei conti è una delle mie migliori amiche e io le ho preso Stefano, non ti sembra che le dovessi qualcosa in cambio?”

Fulvia balza sul divano.

“Vorresti dire che la storia che ci hai propinato su quello che è successo tra Diana e Stefano in Cina era una palla?”

“Beh, non era l’accurata verità.”

“E quale sarebbe l’accurata verità?”

Sandra alza le spalle e soffia sull’unghia del mignolo.

“Stefano stava con me quando tornava in Italia. Un giorno ha deciso di non tornare più in Cina. Tutto qui.”

“E allora perchè tutte quelle palle su Diana?”

“Stefano pensava che se avesse detto la verità tu e Laura ci avreste tolto il saluto.”

“E aveva ragione! Ha fatto una grande bastardata e tu pure.”

“Io non ho fatto un bel niente. Con Diana le cose non andavano bene, evidentemente, sennò perchè pensi che sarebbe venuto da me?”

“Tu avresti potuto non farti coinvolgere.”

“Non ho resistito alla tentazione. Stefano era un bel bocconcino. Lo è tutt’ ora. Tu avresti fatto altrettanto per un carico di MDMA.”

“Sicuramente no, sapendo che non era roba mia. Per te invece questo era ancora più eccitante, vero?”

“Può darsi, e allora? Non mi ha salvato dai sensi di colpa. Da allora non ho fatto altro che pensare a come potevo rimediare: adesso finalmente sono tranquilla, mi sono tolta un peso.”

Sandra brandisce battagliera la limetta, guardando Fulvia negli occhi. Fulvia abbassa lo sguardo.

“Anch’io mi sono tolta un peso.” dice piano, più a se stessa che a Sandra, di nuovo concentrata sulle sue unghie. “Da quando Diana mi ha chiesto di aiutarla riesco a sopportare il fatto di aver buttato via quasi dieci anni della mia vita al servizio di quegli assassini.”

 
32.

Le cose cominciano a precipitare quando Sandra annuncia che sta per partire come accompagnatrice di un coordinatore in un viaggio diplomatico di due settimane a cui partecipa anche l’onorevole Schultz.

“Sarebbe meglio approfittare di questa occasione per concludere l’operazione: non so quando mi capiterà di trovarmi di nuovo a contatto con il caro Hans.” aveva detto con il solito tono leggero.

Prima di partire, Sandra aveva affidato le chiavi della cassetta di sicurezza a Diana, aveva acquistato un micro wicom satellitale e lo aveva fatto incastonare nella montatura dell’anello di fidanzamento regalatole a suo tempo da Nicola.

“Quando avete fatto, non dimenticatevi di chiamarmi. Non voglio perdermi nemmeno un istante della festa.” aveva concluso con un sorriso angelico e un grande battito di ciglia.

Pochi giorni dopo Fulvia lancia un altro allarme. “L’effetto della campagna di informazione sulla CPD sta per esaurirsi: i conservatori sono riusciti a dirottare il dibattito sulla riconversione dell’industria automobilistica. Oggi la giurisdizione della CPD ha avuto solo tre menzioni nell’attualità politica e mancano ancora tre settimane alla prima seduta di discussione alla proposta di emendamento della legge sull’autonomia contributiva. Dobbiamo mandare il pacco entro domani notte al massimo. A che punto è Cat col virus?”

“E’ in trattativa con un gruppo di thailandesi. Ha promesso di farcela prima che il viaggio di Schultz finisca, non entro domani. C’è qualcosa che possiamo fare per prendere tempo?”

“Non so più che cosa inventarmi. Laura comincia a sospettare qualcosa: sto ficcando troppo il naso nel suo lavoro.”

“Allora forse è arrivato il momento di spiegarle il piano.” conclude Diana con un sospiro al termine di una pausa pesante.

“E’ sicuro che di Laura ci si può fidare, ma sarà un brutto modo di sverginare la sua innocenza. Era l’unica di noi che riusciva a vedere solo il bello di questa stupida vita.”

“Speravo di non doverla coinvolgere. Pensi che la situazione sia davvero così grave?”

Fulvia accende la pseudosigaretta e tira due lunghissime boccate prima di rispondere.

“Invitiamola a cena.”

 

Laura ascolta il lungo discorso senza fare domande o commenti: solo le sue dita avevano tormentato senza sosta le briciole di dolce sul suo piatto. Quando Diana smette di parlare si pulisce le dita sulla tovaglia e chiede calma “Che cosa serve che faccia?”

“Hai capito bene il rischio per te se le cose vano male e la CPD riesce a risalire a noi?” chiede Diana sconcertata da tanta calma e serenità.

“Mia madre mi recitava una poesia quando ero piccola, di cui mi ricordo solo la prima strofa ‘Non vivere su questa terra come un ospite o come un turista della natura’. Credo di non aver mai capito che cosa significasse veramente fino a questo momento. Sento che è arrivato il mio turno di dimostrare che la vacanza è finita. Che cosa devo fare?”

“Puoi fare in modo che i progressisti rilancino la questione dell’emendamento alla legge federale sull’autonomia contributiva? Basterebbe solo questo, anche senza una menzione diretta della CPD se è troppo pericoloso.” dice Fulvia.

Laura aggrotta la fronte e tamburella le dita sul tavolo per qualche istante prima di rispondere.

“Domani è previsto un intervento del segretario del partito all’unione dei giovani industriali. L’argomento è la riconversione dell’industria automobilistica, ma si potrebbero inserire nel testo alcune dichiarazioni polemiche sull’autonomia contributiva. Può bastare?”

“Sarebbe meraviglioso. Ma ce la fai coi tempi?”

Laura sorride appena alzando le spalle. “Come al solito, dovresti saperlo.” Poi, di nuovo seria. “Diana, io vorrei fare di più. Questo mi sembra troppo poco. Non c’è niente altro che posso fare, dico, al di là degli interventi sul partito.”

“Pensa solo ad essere molto lontana da me se le cose andranno male e a dimenticare tutto più in fretta che puoi. Non potrei mai perdonarmi se ti succedesse qualcosa per colpa di questa storia.”

Laura avvampa e per la prima volta nei suoi occhi dolci compare un lampo d’ira.

“Che cosa stai dicendo? Come pensi che potrò mai dimenticare una cosa del genere? E perchè mi dovrebbe interessare tornare alla mia solita vita come se niente fosse successo in un mondo che permette cose del genere? Diana, non puoi pensare questo di me, davvero, dopo tutti questi anni! Mi stai insultando.”

Fulvia alza gli occhi al cielo, afferra la pseudosigaretta e tira altre due boccate isteriche.

“Odio le scene madri.” sbuffa insieme alla prima boccata. “E detesto gli idealisti. Che cazzo ci faccio in mezzo a questo zoo? Voglio rinforzi.”

Come evocata, Cat appare sulla porta della cucina, emanando eccitazione e alcool da tutti i pori.

“Eccovi qui! Ciao Laura, tutto bene? Diana, ci siamo: i thailandesi si sono decisi. La roba arriva dopodomani sera. Abbiamo 48 ore per mettere insieme cinquantamila Euro in crediti federali ed è fatta.”

“Cinquantamila Euro? Credevo stessi trattando!” esclama Fulvia schiacciando la pseudosigaretta nel piatto del dolce.

“Siamo partiti da duecentocinquanta in contanti.” ribatte Cat freddamente “Se pensi di fare meglio accomodati pure.”

“Va benissimo, Cat.” interviene Diana “Sei sicura che la roba è buona?”

“Garantita. E’ un gioiellino fresco fresco di produzione, un rompighiaccio-kamikaze di quarta generazione: si autodistrugge appena trovato il codice così la sua presenza non viene rilevata dal server. In ogni caso il pagamento in crediti ci dà otto ore di tempo per mandare a monte tutto se la roba non funziona.”

“Quindi l’unico problema è trovare i soldi. Che si fa, una colletta?” conclude Fulvia ironica.

“Io posso metterne diecimila.” dice Laura e aggiunge rapidamente “Io voglio metterne diecimila, ti prego Diana, non cercare di impedirmelo.”

“Io non posso metterne più di cinquemila. Ho trascurato troppo i miei affari ultimamente e sono a secco.” dice Cat.

“Io ne ho altri diecimila.” dice Fulvia. “Diana, li metti tu gli altri venticinquemila?”

“Grazie a tutte ma la colletta non sarà necessaria.” dice Diana trattenendo a stento un sorriso da gatto del Cheshire. “Signore, questo virus è offerto dal partito Conservatore.”

 

Diana non era sempre stata incollata al suo computer per estrarre informazioni dagli archivi statali o allenarsi ad entrare nei sistemi protetti. Molte delle sue pause pranzo e altrettante cene erano state occupate dalla frequentazione di conferenze ed eventi organizzati dal partito Conservatore: gli inviti arrivavano puntualmente in ufficio da molti mesi e benchè nessun membro del partito avesse mai telefonato o si fosse mai presentato per prendere contatti personali finalizzati a sollecitare contributi di altro genere, Diana era sicura che dietro gli inviti ci fosse il marito di Carla, Daniele, che puntualmente incontrava agli eventi e che puntualmente si sentiva in dovere di fare gli onori di casa, presentarle tutti i suoi conoscenti e annoiarla mortalmente con interminabili monologhi didattici sulle ideologie del partito. L’assidua e prolungata frequentazione del nemico aveva infine portato i suoi frutti: poche settimane prima la sezione della Stepless-Browe di cui Diana era responsabile aveva chiuso un contratto con il partito per la fornitura dei supporti tecnici alla raccolta dei finanziamenti. Il segretario del partito era stato opportunamente convinto che affidare un’operazione così delicata ad un’organizzazione esterna e super-partes avrebbe dato un contributo determinate per costruire un’immagine di trasparenza di cui il partito sentiva di avere particolarmente bisogno in un momento non facile.

 

“Vorresti dire che hai sottratto dei fondi al partito Conservatore?” interviene Fulvia.

“Wow, geniale!” commenta Cat.

“Grazie per la fiducia ragazze, ma la questione non è in questi termini.” risponde Diana divertita e aggiunge, dopo una piccola pausa. “Se vogliamo è anche peggio. Ho ricevuto, come si dice, una busta nera?”

“Una bustarella?” suggerisce Laura.

“Ecco, sì, una bustarella. Non credevo che esistessero ancora dopo Stable Cleaning. Non ad un livello così basso, almeno.”

Una rapida serie di sguardi incrociati segue l’affermazione.

“E così il partito conservatore avrebbe cercato di corromperti. Perchè?”

“Ah, questo proprio lo ignoro. Non mi è stata fatta alcuna richiesta, per il momento.”

“Com’è andata la cosa allora?”

“Tre giorni fa Daniele mi chiede un appuntamento privato. Si presenta da solo, imbarazzatissimo e sulle spine. Sicuramente costretto dal suo superiore. Mette sul tavolo questa busta dicendo che è un segno di gratitudine del presidente della sezione per il mio ottimo lavoro. Chiedo perchè denaro invece che fiori o altri oggetti e lui mi risponde che i regali sono vietati dallo statuto del partito. Conclude dicendo che sarà lieto di versare i soldi sul conto corrente dell’opera di beneficenza che gli indicherò, se preferisco. Naturalmente ho rifiutato, col risultato che tre giorni fa mi è stato recapitato un pacchetto anonimo contenente cinquanta bigliettoni. Stavo cercando di risalire al mittente per restituirlo, ma non è affatto facile. Per cui, alla luce degli ultimi sviluppi, penso che il denaro dei conservatori sarà destinato ad un’istituzione benefica, dopo tutto. Cat, non hai sottomano qualche ente attraverso cui far transitare i soldi prima di consegnarli ai Thai?”

“Sure! Lascia fare a me. Preferisci un ente laico o religioso? OK, OK, era una battuta.”

“Preferirei un’associazione assolutamente futile. Che so, la protezione del merlo maculato o roba del genere. Non voglio associare questa operazione ad istituzioni che rispetto.”

“Ragazze” dichiara Fulvia solennemente, “dopo questo bagno di cinismo ho bisogno di un tiramisù. Laura, mi fai compagnia?”

“Volentieri. La serata è stata troppo emozionante per il mio sistema nervoso.”

Il sorriso di Diana si spegne di colpo. “La guerra e la politica non sono passatempi per chi ha lo stomaco debole.”

“Amen.” dice Fulvia alzando il bicchiere.

 
33.

Le successive trentasei ore sono la calma prima della tempesta. Il piano si dipana puntuale come le lancette di un orologio: ogni elemento si incastra con precisione al posto prestabilito.

Alle nove meno un quarto Diana, Fulvia e Cat si separano per recarsi ai rispettivi uffici.

Alle nove e trentacinque un anonimo donatore deposita cinquantamila euro sul conto dell’associazione per la protezione della marmotta bianca della Sila, associazione creata solo ventotto minuti prima da C.A.T. Silverstone. La notifica dell’avvenuta transazione appare sul wicom di Cat alle dieci e dieci.

Alle dieci e trenta Laura consegna le ultime revisioni al discorso del segretario del partito progressista all’unione dei giovani industriali. Le revisioni vengono approvate alle undici e cinque. Il discorso si conclude alle dodici e quarantacinque e va in streaming su quindici newslogs e tutti i notiziari AV.

Alle dodici e cinquanta Fulvia passa negligentemente di fronte all’ufficio di Carla e la invita a pranzo. Invece del solito bar Fulvia propone una brasserie nel quartiere dei giornalisti e simula abilmente annoiato disappunto per l’ennesimo intervento polemico del partito progressista alla legge sull’autonomia contributiva, rimbalzato dai monitor dei Media appesi alle pareti e riecheggiato dalla folla degli avventori.

“Non ne posso veramente più di questa solfa. Ma possibile che non trovino di meglio da fare che cianciare a vuoto su una stupido emendamento che non ha la minima possibilità di passare?” sbuffa soffiando dalle narici come una vaporiera. La reazione spontanea di Carla darebbe punti ad un’attrice professionista a cui sia stata lanciata la battuta.

“Come sarebbe a dire che non passerà? Quell’emendamento è di vitale importanza per il futuro dell’Italia nella Federazione.”

“Ma non farmi ridere. L’hanno capito anche i bambini che i conservatori ne hanno fatto un vessillo unicamente allo scopo di dimostrare la loro influenza sulla federazione e quando hanno constatato che non erano in grado di portare a casa nemmeno questa cazzata hanno lasciato cadere la cosa la punto che adesso negano perfino l’esistenza dell’emendamento. Ti dico, è stata la solita montatura demagogica, ma quello che mi fa rabbia è che i progressisti ci perdano ancora tempo sopra invece di inchiodare i conservatori con argomenti più seri. E dire che non ne mancano, c’è solo da scegliere!” Fulvia spia soddisfatta la tempesta che si sta addensando sotto il maquillage accurato di Carla.

“Se mi hai invitato fuori per insultare il mio partito potevi fare anche a meno, grazie.”

“Il tuo partito? Ma Carla, da quando è diventato il tuo partito? Credevo fosse solo il partito di quel verme di tuo marito.”

“Beh, si dà il caso che abbia accettato di collaborare all’ufficio promozione del partito di quel verme di mio marito, come ti ho detto tre mesi fa, se mi ascoltassi quando ti parlo.”

“Ufficio promozione? Ma Carla, sei impazzita? La nostra agenzia cura l’ufficio promozione dei progressisti! Come ti è saltato in mente? Se ti beccano ti sbattono fuori in trenta secondi netti senza buonuscita!” Mirabile interpretazione, pensa Fulvia gongolante, l’Oscar mi dovrebbero dare, l’Oscar!

“Ci si provino. Fino a prova contraria non sono io quella che sbandiera nei corridoi il work in progress. Io la bocca chiusa la so tenere, sono una professionista, io.”

“Siamo tutti professionisti, mi pare. Tutti tengono la bocca chiusa ma questo non ti autorizza …”

“Ah, certo, come no. Allora quella che stamattina sbandierava le argomentazioni che il partito progressista avrebbe messo in campo per non far passare l’emendamento era una voce dell’aldilà.”

A pari merito con Laura, l’Oscar. Alla carriera. Meglio di Thelma e Louise.

“Certo che se non si può stare tranquille nemmeno nel proprio ufficio!” mugugna Fulvia dimenandosi sulla sedia in preda ad un convincente imbarazzo. “Confido che data la tua indubbia professionalità qualunque cosa sia stata detta questa mattina o in altre occasioni rimarrà entro le mura dell’ufficio.”

“La sola insinuazione mi offende.” Ribatte Carla piccata e Fulvia ha la certezza matematica che il prossimo notiziario riporterà la reazione dei conservatori alle provocazioni faziose dei progressisti sull’emendamento.

 

Subito dopo il notiziario CNN della sera arriva un messaggio di Laura.

“La CPD sta per diramare un comunicato sulle nuove misure per la prossima campagna di disinfestazione. Avrebbe dovuto uscire oggi, ma il dibattito sull’emendamento ha scatenato una polemica talmente violenta e inaspettata che adesso devono aspettare che le acque si calmino. Credo che lo terranno in sospeso fino a domani sera, dopodomani mattina al massimo. Non possono aspettare di più perchè le norme devono essere pubblicate almeno sessanta giorni prima dell’inizio della disinfestazione e il termine scade questa settimana.”

“Riusciamo a saperne di più?” chiede Cat nervosa. “Ho bisogno di tempo.”

“Non credo proprio,” dice Fulvia scrollando i Media. “Ma dal tono del dibattito propendo per dopodomani mattina.”

“Non è un problema,” dice Diana. “Anzi, se uscisse un comunicato domani sera potremmo duplicarlo e rinviarlo con il file allegato la mattina dopo. Potrebbe perfino essere più convincente.”

 

Il giorno successivo non porta novità e non c’è traccia del comunicato della CPD fino al notiziario della sera.

“Oggi non lo fanno più uscire.” sentenzia Fulvia togliendo il volume ai Media perennemente a mosaico. Le tre donne si guardano a lungo, senza parlare.

“Allora è per stanotte.” dice alla fine Diana. “Cat?”

“Vado.” dice Cat semplicemente e sparisce.

“Se non c’è più bisogno di me mi farei una canna.” dice Fulvia e senza aspettare la risposta inizia i preparativi per la produzione.

“Sarà meglio che mi alleni ancora un po’ con il simulatore. Hai voglia di cronometrare?” dice Diana estraendo il wicom dalla borsa.

Fulvia annuisce distratta. “Dimmi quando.”

Diana collega lo scrambler e si collega alla Rete.

“Adesso.” dice dopo qualche secondo e chiude gli occhi mentre le dita si muovono veloci sui tasti del wicom.

 

Poco dopo mezzanotte Cat, in palese stato di esaltazione chimica, fa la sua entrata burrascosa in cucina e appoggia una busta di plastica lurida sul tavolo.

“Allora, ragazze, questi sono i termini. Un’ora fa, cioè alle otto e trenta di domani mattina SEAT, la HKB ha registrato il versamento degli Eurobonds sul conto dei thai. Fra otto ore, alle otto e trenta di domani mattina CET il versamento verrà confermato dalla UBE di Zurigo. Per cui abbiamo otto ore per portare a termine il lavoro o mandare a monte il versamento. Secondo i thai il rompighiaccio dovrebbe entrare nel sistema al massimo in due ore, il che ci dà un margine di sei ore. Mi pare buono. Quanto tempo ti occorre per arrivare al mailer e agganciare il file?”

“Tra trenta e cinquanta secondi. Lo fa a occhi chiusi.” Dice Fulvia con orgoglio. Cat batte il palmo sul tavolo. “E’ fatta. Un brindisi augurale, presto!” Cat e Fulvia stappano due bottiglie di birra e brindano prima di accorgersi che Diana, ancora immobile, le dita sui tasti del wicom, fissa lo schermo nero senza alcuna espressione.

“Qualcosa non va? Non stai bene?”

Diana batte impercettibilmente le ciglia e lascia sfuggire un breve sospiro prima di dichiarare con tono neutro. “C’è un problema. L’indirizzo da cui eseguire l’operazione.”

“In che senso?”

“Nel senso che non abbiamo uno scrambler abbastanza potente per non far identificare l’indirizzo per tutto il tempo che ci serve a concludere l’operazione.”

“Non capisco.”

“Ho sottostimato i tempi del rompighiaccio. Lo scrambler che abbiamo tiene al massimo un’ora, per cui se il rompighiaccio non ce la fa entro un’ora bisogna chiudere il collegamento e ricollegarsi da un altro indirizzo. Non abbiamo due indirizzi e non c’è tempo per ripetere l’operazione due volte. Inoltre, anche se ci impiego meno di un minuto ad agganciare i files, prima li devo trovare e questo potrebbe richiedere tutte le sei ore necessarie. E’ un aspetto dell’operazione su cui non avevo riflettuto a sufficienza.”

“Questo è l’understatement dell’anno!” esplode Cat rabbiosa.

“Lasciarsi trasportare dalle emozioni adesso può solo peggiorare il problema.” ribatte Diana calma, ma Cat ormai è fuori controllo e si rivolta come un gatto infuriato.

“Ma la vuoi piantare di fare la macchina? Abbi una reazione normale una volta nella vita! Tanto non sei perfetta, è ora che te ne renda conto: se fossi perfetta questo casino non l’avresti combinato e lo sai benissimo. Prenditela con lo scrambler, col rompighiaccio, con noi, con te stessa, fai quello che ti pare ma reagisci da essere umano: non fare la strafiga che ha sempre tutto sotto controllo! Guardati! Non mangi e non dormi da settimane, hai una faccia da far paura, non ti reggi in piedi! Come fai ad illuderti di poter tenere sotto controllo qualsiasi cosa in queste condizioni? Sai qual è il vero problema? Che tu questa cosa non la sai risolvere perchè a furia di controllare tutto ti sei paralizzata il cervello. Non hai mai pensato che se ogni tanto ti lasciassi andare, se ti concedessi dieci minuti di sana inconcludenza al giorno forse riusciresti a pensare meglio e magari anche a trovare la soluzione a questo fottuto problema?”

Diana ha chiuso gli occhi durante la tempesta verbale di Cat e Fulvia si è chiusa nei suoi pensieri. Il silenzio cala come un sipario.

“E se tentassimo un’altra tattica?” dice infine Fulvia riemergendo per un attimo. “Al diavolo i thailandesi e il loro virus: usiamo i soldi per corrompere qualcuno all’interno della CPD e farci fare il lavoro dal server centrale.”

Cat, insofferente, soffia dal naso.

“Potremmo farlo.” ripete Diana meccanicamente e apre lentamente gli occhi. “E anche seguire il consiglio di Cat.” aggiunge sempre più lentamente alzandosi in piedi. Comincia a muovere le braccia, il tronco e le gambe in una fluida danza al rallentatore.

“Che cosa diavolo sta facendo?” chiede Cat a Fulvia.

“Tecnica cinese di rilassamento.” dice Fulvia senza nemmeno alzare gli occhi.

Diana cammina lentamente muovendosi al ritmo di una musica interna, esce dalla stanza e l’eco dei suoi passi si spegne nel corridoio. Dopo pochi minuti Cat ha uno scatto di impazienza e si alza borbottando che è meglio che qualcuno vada a vedere che cosa sta combinando la strafiga. Torna quasi subito, imbarazzata e nervosa.

“Che cosa sta combinando la strafiga?” chiede Fulvia.

“Medita nella posizione del loto. E adesso che facciamo?”

“Aspettiamo. O hai proposte migliori?” conclude Fulvia laconica riaccendendo la pseudosigaretta.

 
34.

Mancano due ore alla scadenza che Cat ha fissato e di Diana non c’è traccia: non è alla S-B, non risponde al wicom, non è in Rete. Poco prima delle due aveva preso scrambler e rompighiaccio, si era cambiata ed era uscita senza una parola. Cat si era dibattuta come un leone in gabbia nel salotto fino alle quattro e poi si era sparata un megacocktail di hydergina e alcool e si era imbozzolata sul divano. Fulvia si era piazzata su una poltrona e scanalava meccanicamente i Media per ingannare l’attesa: si sentiva esausta e si doveva essere assopita perchè adesso stava sognando che Diana le diceva che era tutto finito, che i Media erano arrapati, che la CPD stava bruciando e le mostrava a riprova il monitor dell’homecom in fiamme; ma le fiamme provocavano un corto circuito, così la casa rimaneva al buio, illuminata solo dalle fiamme che si espandevano sempre di più finchè in mezzo al suo salotto bruciava un enorme falò da cui si staccavano frammenti di notizie allarmistiche, rotolavano lungo i fianchi delle fiamme e si posavano a terra con un sibilo ed un sussulto. Cat, sadica e felice, le calpestava ad una ad una, per sentirle gridare di dolore e diceva “Questa sì che è vita!”. Lei invece si sentiva stringere il cuore, non tanto per il tappeto del salotto, ormai bruciato, o per l’homecom ridotto ad una poltiglia vischiosa e puzzolente, ma perchè era tutto finito e chiedeva sconsolata a Diana “E adesso?”. Diana le metteva una mano sulla spalla e le diceva “Non lo so.” ma lo diceva in un modo così sicuro e tranquillo che Fulvia si sentiva confusa e cercava la risposta in quelle parole senza speranza.

 

Fulvia riemerge a fatica dal sogno e per qualche secondo le immagini della sua mente e quelle dei suoi occhi si sovrappongono. Diana le sta sorridendo, una mano sulla spalla. Sta dicendo qualcosa, dolcemente, qualcosa come “E’ tutto a posto.” Fulvia si scuote. L’homecom è sintonizzato su un canale religioso, senza audio, intorno è buio pesto.

“Dove sei stata? Ad un’orgia?” brontola Fulvia lanciando occhiate interrogative alla strana tenuta in cui è inguainata Diana. “Cat era intenibile.”

Diana sospira e si lascia cadere sul divano vicino al feto che è diventata Cat.

“Che cosa le hai dato per farla diventare così?” dice allegramente.

“Ha fatto tutto da sola. Ha detto che starà fuori tutta notte e di non romperle le palle.”

“Allora sarà meglio cominciare a prenderle le pulsazioni: sono quasi le sette.”

“Se ci siamo fottute la missione preferisco lasciarla in coma.”

“No, è tutto a posto. Le notizie sono già arrivate a destinazione.”

“Come hai fatto?”

“Meno sai di questa storia e meglio è per tutti. Ho seguito i vostri consigli: avevate ragione. E’ incredibile come una sana dose di pensiero non lineare al momento giusto risolva più o meno tutte le situazioni.” dice Diana soddisfatta. “Forse qualcosa sarà fuori già con l’aggiornamento CNN delle sette. Chiami tu Sandra? Io vado a farmi una doccia.”

Sotto l’acqua scrosciante Diana si rilassa e sorride alle piastrelle venate di vapore. Era stato facile, facilissimo, dopo che aveva smesso di tormentarsi con il problema. La soluzione era saltata fuori come un galleggiante a cui sia stato tagliato il filo. I terminali nei bordelli di sesso virtuale: anonimi, pagamento in contanti, tariffa oraria. Illegali, ovviamente,  quindi, come tutte le cose illegali, perfettamente a portata di mano di chiunque.

Diana si era vestita per l’occasione ed era entrata in un locale lesbian sadomaso affollatissimo dove aveva affittato otto alias per l’intera notte. Un’hostess in tenuta regolamentare di latex nero e spikes lucidissime l’aveva aiutata a sistemarsi nella poltrona di contenzione e le aveva agganciato casco e guanti. Poi l’aveva lasciata sola.

Diana si era collegata alla chat più affollata sul menù delle preferenze e da lì aveva lanciato una sessione parallela al sistema della CPD. Il rompighiaccio aveva bruciato due degli otto alias per trovare il codice e Diana altri quattro per rintracciare le copie originali dei documenti abortiti. Con un margine di due ore, undici minuti e trenta secondi i files erano stati agganciati al comunicato della CPD sull’inizio della disinfestazione. Dopodichè, senza fretta, Diana aveva scambiato le amenità del caso con le altre partecipanti alla chat utilizzando i due alias ancora validi per un’ora prima di chiamare l’hostess e farsi slegare. Ormai il suo compito era finito, il virus si era autodistrutto ed il suo unico collegamento al mailer passava per un bordello virtuale affollatissimo ed una chat di trecento partecipanti. Il classico ago nel pagliaio.

Adesso ci voleva una buona colazione, con caffè, spremuta, yogurt, brioche, marmellata e magari anche un uovo. Mancavano poche ore, forse solo pochi minuti.

“C’è l’aggiornamento CNN.” dice Fulvia entrando in bagno. “Sveglio Cat?”

“Magari aspetta il prossimo: se per caso qui non c’è niente poi chi la sente?” risponde Diana asciugandosi in fretta e correndo verso il monitor. Le due amiche guardano in assoluto silenzio le immagini, fino alla sigla finale.

“E’ ancora troppo presto.” dice Fulvia simulando noncuranza.

“Già, facciamo colazione: ho una fame da lupo.” ribatte Diana simulando allegria.

Cat, dal divano, inizia a srotolarsi sorridendo beata.

“Grrlownpfh?” è il suono che esce dalle labbra semichiuse.

“Dormi che è ancora presto.” sussurra Fulvia accarezzandole i capelli dolcemente.

 

Le ore passano lente: l’alba lascia il posto al mattino, il mattino al pomeriggio. Fulvia è uscita per andare in ufficio, Diana è rimasta di guardia. Lavora svogliatamente, con un occhio al monitor e uno a Cat, che a poco a poco riprende conoscenza.

“Acqua.” dice roca verso le cinque e mezza. Beve avidamente un grande bicchiere e chiede subito “Come siamo messe?”

“Io bene, tu non so.” è la risposta insincera.

“Sto di merda. Maledetto paraguayano.”

“Vai a farti una doccia, ti preparo da mangiare.” offre Diana insieme al braccio. Cat si appende, muove qualche passo incerto e sibila. “Bagno. Presto.” prima di collassare di nuovo. Diana la sorregge a fatica, ma già un liquido giallastro e caldo la investe.

“Oddio!” urla disgustata e spaventata lasciando scivolare Cat in ginocchio sulla ceramica fredda, sorreggendola per le spalle e la testa mentre il secondo conato inonda il pavimento.

“No, non puoi farmi questo adesso!” geme Diana trattenendo a stento la nausea. Per quello che sembra un’infinità di tempo Cat vomita liquidi ripugnanti, poi si calma e alza piano la testa “Mai ... più ...” geme con un filo di voce.

“Sì, certo, dicono tutti così.” risponde Diana sollevata girando la testa per respirare e ricacciare in gola la nausea. “Alzati, su.”

Cat si alza barcollando. “Che schifo.” sussurra e si avvia in bagno tastando i muri come un cieco.

Fulvia rientra in casa mentre Diana sta ripulendo il pavimento.

“Ah, vedo che Cat si è ripresa.” dice con una smorfia di disgusto. “Dov’è?”

“In bagno. Mi ha fatto quasi morire dallo spavento. Fa sempre così?”

“Abbastanza spesso da chiedermi perchè mai ci riprovi. Quella roba dev’essere uno sballo planetario.”

Cat riemerge, cadaverica, e si appoggia allo stipite della porta.

“Ho vomitato l’anima.” sentenzia con orgoglio.

“Ne portiamo ancora i segni.” ribatte Fulvia acida.

“Comunque sono contenta. Ce l’abbiamo fatta.”

Diana e Fulvia si guardano e guardano incredule il monitor dell’homecom. I titoli di testa del notiziario CNN scorrono inequivocabili:

“Autonomia contributiva o elusione di controlli? la CPD al centro delle polemiche alla vigilia della discussione parlamentare.”

“Non ci posso credere!” sbotta Fulvia ammirata mollando le borse della spesa.

“Neanch’io ci speravo più.” ammette Diana sorridendo.

“Qui ci vuole un brindisi.” esclama Cat barcollando in direzione del bar.

 
35.

Il micro wicom incastonato nell’anello di fidanzamento vibra discretamente. Con un pigro cenno della mano, Sandra chiama il cameriere e quando questi le si avvicina gli allunga una passkey. “Per l’onorevole Schultz.” sussurra sorridendo. Il cameriere annuisce impassibile, si allontana dal tavolo e fa un cenno impercettibile. Un altro cameriere si accosta lentamente con un vassoio di tartine; lo scambio del vassoio e della passkey tra i due passa totalmente inosservato. Il nuovo portatore della passkey si dirige senza fretta verso l’onorevole Schultz. La consegna della passkey è discretissima e l’onorevole non perde una battuta della conversazione con il sottosegretario dell’ambasciata.

 

Sandra è seduta sul divano della suite e sorseggia una tisana quando la serratura della porta scatta e la faccia dell’onorevole Schultz appare nello spiraglio di luce.

“Mio caro Hans!” esclama Sandra con un sorriso smagliante, posando la tazza sul minuscolo tavolino di cristallo. “Sono così felice che tu abbia accettato il mio invito. Prego, accomodati.” E la sua mano fa un ampio gesto che comprende le poltrone a lato del divano. Ma gli occhi dell’onorevole Schultz sono fissi sul tavolino dove Sandra ha appena posato la tazza, accanto ad un minuscolo rettangolo di plastica argentata. La faccia abitualmente rubizza dell’onorevole perde di colpo tutto il colore.

“Chiudi la porta e vieni a sederti qui.” Dice Sandra con un tono che non ammette indugi. “Abbiamo parecchie cose da dirci.”

 

Laura sta preparando la cena quando Andrea sbotta “Mi venisse un colpo.”

“Che succede?” chiede lei con un sottile filo di apprensione appena dissimulata.

“Quei bastardi dei conservatori stanno cercando di scaricare la CPD. Incredibile!” continua Andrea divertito. “Vieni un po’ a vedere che bordello sta succedendo.”

Laura trasforma rapidamente l’urlo di gioia in una maschera di stupore. “Oh, santo cielo! Non mi dire che anche stasera mi tocca fare gli straordinari! Che cosa si sono inventati questa volta?” dice con magistrale tono risentito mentre il suo wicom inizia a bleepare.

“Mi sa che ti tocca eccome!” commenta Andrea mentre anche il suo wicom inizia a bleepare, seguito dall’homecom e dall’interfono. “Sui Media si è scatenato l’inferno. Non ci ho capito molto ma mi basta lo sguardo del presentatore per capire che stanno per cadere molte teste.” gongola Andrea e risponde al wicom. “Sì, sto guardando. ... No, non ne ho idea! ... Ah, ho capito ... sì, va bene. ... OK, dai, ci sentiamo dopo.”

“Era Daniele. Dice che qualunque cosa dicano i Media non ci dobbiamo credere, che è una manovra dei radicali per screditare gli ambientalisti e che è una bolla di sapone che si scioglierà in men che non si dica.” 

“E tu gli credi?” chiede Laura divertita mettendo in stand-by il suo wicom. Quando Andrea allarga le braccia e alza le spalle, Laura nasconde la sua gioia dietro allo schermo.

“Sì, ci sono ... sì, sto guardando ... sì, l’avevo capito. Arrivo.”

“Sarà meglio che ti ordini una pizza e un film.” dice poi ad Andrea sopprimendo un sorriso. “Devo tornare in agenzia.”

 

Il sonno di Carla è turbato da una serie di colpi secchi, fruscii e rumore di passi concitati. Apre gli occhi e consulta l’orologio sul comodino, poi alza lo sguardo verso l’origine dei rumori e sbotta: “Ma che diamine stai facendo? Sono le tre di mattina!”

Daniele non si volta nemmeno: continua ad aprire e chiudere cassetti e armadi. “Torna a dormire – dice seccato – Ho quasi finito e poi non ti disturberò più.”

Qualcosa nel suo tono fa suonare un campanello d’allarme nella coscienza assonnata di Carla.

“Che cosa succede?” chiede preoccupata, sedendosi sul letto.

“Me ne vado. Ti farò avere mie notizie appena posso. Tu stai tranquilla e non ti preoccupare che tutto si sistemerà. Ah, chiama Ludovico e comincia l’istanza di divorzio al più presto. E’ possibile che chiedano il sequestro dei beni tra qualche settimana, quindi devi fare alla svelta.”

Carla guarda suo marito a bocca aperta, paralizzata dall’orrore. Non può succedere, non è possibile.

“E’ ... è ... hai un’altra?” balbetta incerta.

Daniele si volta a guardarla, pieno di disprezzo.

“Non dire idiozie, almeno questa volta.” Poi si gira ed esce senza salutare. Carla ha un lungo gemito disperato e si morde le mani per non urlare. Scalcia via il piumone e corre dietro a Daniele, giusto in tempo per vederlo aprire la porta d’ingresso. Dietro, un autista del partito, divisa nera, sguardo tirato, gli prende le valigie, si volta e sparisce. Daniele lo segue. Carla si accascia gemendo sul divano e si prende la testa tra le mani. Che cosa faccio adesso? Pensa disperata. Come faccio senza di lui?

 
torna su
« precedente     successivo »  
 
| design&development: Artdisk