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le eredi della terra

Unità Centrale di Elaborazione

La formica
scala la montagna
ed è più alta di lei

 
22.

Alle cinque meno un quarto inizia il countdown. I monitor lampeggiano scandendo i secondi, il tempo è a centottanta, la pista è incandescente. OK, pensa il DJ centrando il cestino con l’ultimo popper, è il momento di preparare il gran finale. Anche questa stagione è finita e questa volta è andata da dio. Tamburella sui tasti del programmatore con la mano sinistra, mentre le dita della destra accarezzano i sensori del mixer: questo sì che è un posto frenzy, mica quella topaia dove ho iniziato la stagione. In sala il ritmo comincia a salire gradualmente: una battuta in più ogni dieci secondi. Al cinquantesimo si inserisce la batteria elettronica, dura, metallica. Al centodecimo attaccano le campane tubolari. Al centoventesimo la chitarra: duecento battute al minuto. Gli altoparlanti vibrano pericolosamente, ma il DJ li guarda tranquillo: è roba di prima categoria.

 

All dressed in uniform so fine

They drank and killed to pass the time

Wearing the shame of all their crimes

With measured steps they walked in line

 

La voce ormai familiare si insinua al quinto giro, salutata dall’urlo delirante della folla contorta e dalle centinaia di mani che battono il mezzo tempo.

Mancano dieci minuti alla fine. Il loop è programmato per il quinto minuto, il countdown per il nono. Diodiodio! Questa sì che è vita. E’ brillante. E’ leggendaria. E’ fatta!

 

They walked in line

They walked in line

They walked in line

They walked in line

 

La porta alle sue spalle scorre silenziosamente rivelando una cabina insonorizzata e la figura anoressica della PR. Una mano inanellata gli artiglia la scapola.

 
They carried pictures of their wives

And number tags to prove their lies

They walked in line

They walked in line

They walked in line

They walked in line

 

Ottimo lavoro Thor, dice la PR sinuosa, sorridendo lasciva. Guardali: stanno venendo tutti e tutto questo l’hai creato tu. Sei un dio, Thor.

Thor digrigna i denti, i sensi arrapati come autostrade digitali nell’ora di punta. Afferra la mano della PR, la tira verso il basso. Adesso la sua bocca è a millimetri dalla bocca di Thor, la sua lingua saetta rapida verso le labbra semichiuse. Non distrarti proprio sul finale, gli sussurra all’orecchio mordendogli il lobo. Tranquilla baby, è tutto programmato, risponde roco.

 

Full of a glory never seen

They made it through the whole machine

To never questions anymore

Hypnotic trance they never saw

They walked in line

They walked in line

They walked in line

They walked in line

 

E’ un vero peccato che sia tutto già finito, sospira la PR sedendosi a cavalcioni sopra di lui, la disinfestazione dovrebbe durare di più. Che cosa farai quest’inverno?

Cazzi miei, risponde Thor slacciandole il bustier. Ho bisogno di ricostituirmi, da solo.

Allora questo è l’addio? sussurra la PR insinuando la mano sotto la cerniera.

Certo, dice Thor chiudendo gli occhi, almeno fino a che non finisco la disintossicazione, poi vedremo. Adesso basta, non sprecare le tue energie per parlare di cazzate.

 
23.

Le foglie dell’unico, stentato pioppo, imprigionato nell’asfalto di fronte al bar si sono colorate di giallo e sono cadute: l’estate ha lasciato il posto all’autunno, le maniche corte ai cappotti, le dorate abbronzature solari alle giallognole abbronzature artificiali. Unica costante l’aria del bar, satura dei discorsi di Laura, Fulvia e Carla nel continuum spaziotemporale degli intervalli di pranzo.

“Allora, quanto manca al lieto evento?”

“Quattro mesi. C’è tempo.”

“Credevo che le incubatrici ci mettessero meno.”

“Sì, ma ci sono state complicazioni e abbiamo dovuto ricominciare da capo.”

“Che genere di complicazioni?”

Carla si agita sulla sedia e addenta un cracker per prendere tempo.

“Beh, l’IQ non era ... abbastanza alto.”

“Intelligenza subnormale? Come è possibile, col DNA controllato?”

“No, non proprio subnormale. 120.”

Fulvia e Laura si guardano attonite.

“120 di IQ è più che buono.” azzarda Laura.

“Sì, ma eravamo d’accordo per 140-150 e così ...”

Fulvia infilza l’insalata con insolita violenza. Carla ritira istintivamente la mano dal tavolo.

“Così questo ti è sembrato un motivo sufficiente per interrompere il processo, eh? A parte ogni considerazione etica, che con te è come parlare in cinese, prova a lamentarti ancora che non hai abbastanza soldi per farti il giro del mondo in Concorde.”

“Io voglio solo che mio figlio sia messo nelle condizioni migliori per affrontare la vita: che cosa c’è di male in questo? Ogni madre lo desidera.” replica Carla aggressiva.

“Certo, è naturale.” interviene Laura conciliante, spezzando la spirale di tensione. “Quello che Fulvia voleva dire è che il tuo può sembrare un eccesso di zelo, comunque non mi sembra il caso di farne una telenovela. A proposito, Fulvia, hai più avuto notizie di Sandra?” conclude virando la conversazione in acque più tranquille.

“Le mette già le corna a Nicola?” aggiunge Carla scuotendosi di dosso il disagio.

“Sì, ne ho avute e certo, le mette già: Stefano ha perfino lo spazzolino da denti personale a casa di Nicola.”

“Stefano non conta: roba fresca?”

“Mi ha parlato di certi coordinatori federali e del segretario del ministro delle finanze.”

“Si è buttata definitivamente in politica.” conclude Laura divertita.

“A proposito, per chi votate alle Federali? Daniele è intrippatissimo con i conservatori: credo che si sia perfino candidato nella loro lista.”

“Non vorrai mica dire che lo dobbiamo votare?” esclama Fulvia inorridita.

“Figurati, non lo voto neanch’io. Resto fedele agli ambientalisti.”

“Che è la stessa cosa.”

“Non è vero! Il fatto che siano in coalizione è l’unica garanzia che le tematiche ambientali verranno tutelate!”

“Questa l’ho già sentita ai tempi delle manipolazioni mediali e vedi un po’ come è finita la garanzia del diritto all’informazione!”

“Sì ma quelli erano i democratici: gli unici pirla a farsi beccare con le mani nel sacco.”

“Sai che sacco! In confronto a quelli dei conservatori era un barattolo di Nutella!”

Laura è costretta ad intervenire di nuovo: “OK, adesso basta, non siamo ancora in campagna elettorale e detto francamente tra tutti non mi sembra che ci sia da stare allegri: tanto per cambiare tutti si scannano su chi deve intascare i soldi delle tasse che paghiamo noi ma nessun partito ha in programma la diminuzione della pressione fiscale.”

“Se è per quello nemmeno la liberalizzazione degli stupefacenti.”

“Capirai che problema! Basterebbe ridurre le tasse e poi ce ne potremmo permettere carrettate, di stupefacenti.”

“Proprio tu parli che hai gli sconti quantità più alti del mercato! Io mi riferivo al sistema per fare crollare profitti della mafia.”

 “La solita demagogia democratica. La liberalizzazione è una finta soluzione: da quando c’è la guerra delle cosche i prezzi sono crollati comunque. La verità è che ci basterebbe la depenalizzazione del consumo.”

“La solita ignoranza conservatrice. Il consumo è già stato depenalizzato quindici anni fa. Leggiti la sezione giuridica dei Media almeno una volta all’anno prima di parlare a vanvera.”

Laura si inserisce precipitosamente nel silenzio indignato: “Ho saputo che Diana e Cat sono diventate grandi amiche. E’ vero?”

“Così pare: si vedono spesso. Cioè, si saranno viste tre volte da agosto, ma dato che Diana passa la vita attaccata all’homecom ...”

“Non mi sembra che stia facendo molti sforzi per riadattarsi.” commenta Carla ancora risentita.

“Devo purtroppo ammettere che è così. Sono abbastanza delusa: non era questa la Diana che ricordavo. Non la capisco più.”

“Perchè dici così?” interviene Laura in difesa “Diana è sempre stata un tipo riservato e dieci anni dall’altra parte del mondo sarebbero debilitanti per chiunque. Secondo me sta solo prendendosela con calma, in fin dei conti è qui da quattro mesi: bisogna darle tempo.”

“A me invece sembra che il suo atteggiamento sia già piuttosto definito: è quello dell’imperatrice che aspetta che il mondo vada a renderle omaggio. Tralaltro mica è una novità: l’ha sempre avuto, questo atteggiamento, solo che adesso è più evidente.”

“Adesso sei proprio ingiusta, Carla.” interviene Fulvia. “Come puoi dire una cosa del genere di Diana che tra tutte è quella che se l’è sempre tirata di meno.”

“In quanto a questo non ne sarei così sicura.”

“Vi sento parlare e mi chiedo come facciate ad aver dimenticato tutto: sembra che non la conosciate affatto!” sbotta Laura. “Diana è una persona estremamente sensibile. Se è chiusa più del solito vuol dire che non si sente ancora sicura di affrontare il mondo esterno, non che è presuntuosa! Se si attacca morbosamente a qualcosa vuol dire che è l’unica cosa che le riesce a dare sicurezza!”

“Sono d’accordo, ma cercare sicurezza nella Rete o nei Media non è la risposta giusta: così finirà per alienarsi completamente dal mondo reale e le sue insicurezze diventeranno patologiche. Quando dico che non era questa la Diana che mi ricordavo intendo proprio questo: io me la ricordavo molto più decisa e coraggiosa.”

“Io invece non sono affatto d’accordo.” esplode Carla infuriata. “Primo perchè mi sembra che Diana sia decisissima come sempre, semmai molto più decisa adesso di prima. Secondo perchè la sua cosiddetta riservatezza è in realtà frutto della sua decisione, non delle sue presunte insicurezze. La verità è che lei vive in un mondo in cui noi non siamo degne di entrare.”

Laura e Fulvia si guardano in silenzio per decidere chi deve parlare per prima.

“Quando è stata l’ultima seduta col tuo analista?” chiede infine soavemente Fulvia.

 
24.

Un raggio di debole luce grigiastra filtra dalle persiane chiuse. Sandra apre gli occhi e fissa la pendola a muro che oscilla silenziosa. Tutta la grande casa è silenziosa, come se non ci fosse nessuno. Lentamente Sandra mette a fuoco la situazione: è l’alba, è sabato, la servitù ha la mattina libera. Di colpo i particolari diventano nitidissimi: è il tredici ottobre, pausa dei lavori del Parlamento Federale, Nicola sta per tornare da Strasburgo. Con un lungo brivido si siede sul letto e strattona la sagoma avvolta nelle coperte accanto a lei, che risponde con un lungo gemito assonnato.

“Sono le sette: alzati, vestiti e vattene prima che arrivi la cameriera.” ingiunge Sandra seccata e, senza aspettare una risposta, butta le coperte di lato, infila le pantofole di velluto, va alla finestra e spalanca le imposte sulla mattina sporca di nuvole basse e pioggerella gelida. Dietro di lei Stefano si alza e raggiunge il bagno, il rumore dell’acqua che scorre segna il passaggio tra il sonno e la veglia, la fine della notte e l’inizio del giorno. No, sospira Sandra massaggiandosi il braccio carico di lividi bluastri, non era questo quello che si aspettava dalla sua vita. Doversi nascondere, ricevere i suoi amanti tra i viaggi di Nicola e le assenze della servitù, imbottirsi di stupefacenti per fingere di non essere lì, imbottirsi di tranquillanti per sopportare di esserci stata. Dopo tutta la fatica che aveva fatto, dopo tutta l’energia spesa per arrivare ad essere quello che era, non poteva finire così: non poteva ammettere di avere sbagliato così clamorosamente la sua vita. C’era stato un tempo non ancora troppo lontano in cui le era sembrato di avere tutto in pugno, lei, Sandra Libutti, ultima rappresentante dell’antico ceto medio ormai proletarizzato. Era il tempo in cui le bastava esprimere un desiderio per vederlo realizzato: i rampolli delle famiglie più potenti di Milano si sarebbero buttati nel fuoco per lei. Era il tempo in cui avrebbe potuto avere qualunque uomo ed aveva scelto Nicola.

Adesso, nella luce malata dell’autunno, il pensiero è tragicamente ridicolo. Ma allora, un anno fa, anche solo sei mesi fa, Nicola sembrava il cavallo vincente. Era arrivato, era potente ed era ambizioso, smisuratamente ambizioso. Le aveva fatto un’offerta molto chiara ed il fatto che nessuno dei due fosse innamorato dell’altro aveva reso tutto più facile, più diretto. Quando era cominciato a cambiare? Quando era finito il sogno ed era cominciato l’incubo?

 

“Allora io vado.” Stefano, vestito di tutto punto, la fissa incerto sulla porta.

“Esci da dietro, come al solito. Ti telefono io.” dice Sandra guardando fuori dalla finestra per non essere obbligata a ricambiare il suo sguardo. Il pensiero che sicuramente la vita con Stefano non sarebbe stata meglio di quella con Nicola riusciva sempre a lenire il suo sconforto. Troppo vigliacco, Stefano, per mantenere anche solo una delle sue mille promesse. Conosceva perfettamente la sua condizione eppure non avrebbe mai fatto un passo per aiutarla: troppa fatica e lei non ne era degna. Perfino Nicola e le sue bassezze assumevano una dignità confrontate alla gelida indifferenza di Stefano. Almeno, per Nicola, lei era degna di qualcosa di più di una scopata a domicilio. Non molto di più, d’accordo. Dietro la facciata c’era sempre la stessa cosa, l’unica cosa che gli uomini sembravano volere da lei; l’unica cosa che lei avesse mai saputo fare. Perchè si era illusa che con Nicola le cose sarebbero state diverse?

All’inizio non era così. C’erano i colleghi di Nicola, i suoi contatti, i suoi superiori, i suoi clienti, i postulanti e i fornitori: una vasta corte di cui aveva dovuto imparare prontamente le regole non scritte. Poi naturalmente c’erano gli affari, le alleanze, i patti e le guerre: una rete intricata di accordi e faide, una trama continuamente tessuta. Il gioco grosso, come lo definiva lui: il gioco in cui Nicola si era inserito strappando il testimone ai suoi predecessori e facendo ogni sforzo per mantenerlo alto e saldo nelle sue mani. Questo comportava una grossa dose di spregiudicatezza, che a Nicola non era mai mancata, come non gli era mai mancato il sangue freddo necessario per rovinare decine di aziende pur di non mollare su un punto percentuale della sua fetta di torta personale. Forse Sandra era stata ingenua nel pensare che la politica fosse molto diversa dalla malavita organizzata e aveva sottovalutato l’impegno che lei, come moglie di un politico, avrebbe dovuto dedicare per lenire lo stress che ogni battaglia parlamentare comportava. O forse aveva semplicemente sopravvalutato Nicola, scambiando la sua spregiudicatezza e la sua freddezza da killer per forza di carattere, mentre probabilmente era solo irresponsabile incoscienza che si sarebbe incrinata alla prima vera difficoltà.

Avrebbe dovuto capirlo già in occasione della delibera sui rifiuti tossici: Nicola aveva concluso un accordo con il lobbysta di un gruppo di aziende di smaltimento austriache che prevedeva un compenso nell’ordine di qualche decina di milioni di Euro in cambio dell’approvazione di un certo comma. Qualcosa però era andato storto: gli ambientalisti avevano contestato il comma, oppure l’opposizione aveva presentato emendamenti, insomma, per una lunghissima settimana tutti i telefoni avevano suonato in continuazione, le stampanti avevano eruttato messaggi ad ogni ora del giorno e della notte, auto blu arrivavano negli orari più inusuali e Nicola era rimasto sveglio, chiuso nel suo studio, in riunione, al telefono. Alla fine il comma non era passato, l’accordo era saltato e Nicola era piombato in un profondo stato di depressione. Da allora le cose non avevano fatto altro che peggiorare. Al tempo del disegno di legge sull’immigrazione clandestina il suo compito era quello di informare i vertici del suo partito delle proposte del governo prima che queste venissero presentate in Parlamento: sebbene avesse portato a termine in maniera soddisfacente la missione il terrore di essere scoperto con le mani nel sacco lo aveva ridotto una larva febbricitante. A seguito di questo episodio, Nicola era venuto a conoscenza del fatto che i vertici del suo partito avevano espresso dei dubbi sulla sua idoneità per il lavoro a cui era stato destinato e questo lo aveva fatto entrare in un loop maledetto nel quale la crescita della tensione nervosa era esponenzialmente proporzionale allo sforzo per dissimularla.

Ecco, pensa Sandra mente la lunga auto blu divora il ghiaietto del viale e si ferma sotto la sua finestra, mentre l’ombra scura si allunga sul selciato e apre la portiera posteriore, mentre Nicola scende barcollando e l’ombra lo sorregge, scortandolo fino al portone. La variabile che non era stata considerata nel contratto, la causa e la conseguenza, il principio e la fine di tutte le sue pene, la malattia che sta divorando Nicola dall’interno: Gerolamo.

Gerolamo organizza la casa e la vita di Nicola molto più efficientemente dei due segretari federali, pallidi efebi provenienti dalle più tradizionali famiglie della diplomazia internazionale e visibilmente provati da secoli di matrimoni consanguinei. Il rapporto di interdipendenza che c’è tra Gerolamo e Nicola è spaventoso: Nicola si fida di Gerolamo totalmente e incondizionatamente. Le origini subproletarie ed il carattere predatorio li hanno affratellati più di un patto di sangue. Ultimi di una dozzina tra fratelli e sorelle, l’infanzia di entrambi è durata fino all’ultima poppata al seno materno, dopo è stata solo lotta per il cibo nella giungla dei quartieri di periferia. Entrambi hanno votato la loro vita all’acquisizione di soldi e di potere, ma Gerolamo è molto più sottile di Nicola: ha capito che il potere non significa tanto stare nella stanza dei bottoni quanto essere in grado di origliare alla porta. Il potere del maggiordomo di un coordinatore federale è molto grande, Gerolamo ne è divenuto anche il pusher: il suo potere è smisurato.

 

“Con permesso, signora.” sibila adesso il demonio scortando Nicola esanime fino al letto sfatto ancora caldo del corpo di Stefano.

“Credo che sia meglio farlo accomodare nella sua stanza. Questa deve essere riordinata.” dice Sandra con perfetto autocontrollo fissando Gerolamo nel bianco degli occhi, che subito si stringono in due fessure feline.

“Naturalmente, signora.”

“Passate di qua.” aggiunge Sandra aprendo la porta di comunicazione tra le due stanze e sorreggendo Nicola per un braccio. Respira appena e il suo viso è contorto in una smorfia di dolore.

Nella stanza odorosa di ammorbidente per biancheria Gerolamo spoglia Nicola con rapidi gesti esperti e lo infila sotto le coperte. Pochi istanti dopo appare l’infermiera con l’abituale vassoio. Sandra si gira di scatto ed esce disgustata richiudendo la porta di comunicazione dietro di sè. Invano. Gerolamo riappare, come evocato, all’altra porta.

“Il signore la prega di raggiungerlo nella sua stanza.”

“Credevo dovesse riposare.”

“Questi sono stati i suoi ordini.” conclude Gerolamo chiudendo la porta e se stesso fuori dalla stanza. No, non era questo quello che avevo immaginato, pensa Sandra respirando profondamente prima di riaprire la porta di comunicazione. L’infermiera è in piedi vicino al letto da cui Nicola la fissa vitreo, l’ipodermica pronta. Sandra allunga il braccio.

“Come è andata a Strasburgo?” chiede prima che la nuvola tempestosa della droga si abbatta sul suo cervello ed esploda riaprendo tutte le ferite doloranti dei suoi incubi.

 
25.

“Che cos’è questa storia?” chiede Cat nervosa. La luce grigiastra di una giornata piovosa di novembre filtra dalle vetrate dello stretto ufficio di Diana nel complesso smisurato della Stepless-Browe: una cattedrale postmoderna nel deserto dell’hinterland, silenziosa e inquietante come una fabbrica abbandonata, abitata da multiformi androidi e guardie armate in divisa bianca come in una brutta copia della Death Star di Lucas. Sono le cinque del pomeriggio, gli uffici si stanno svuotando silenziosamente, tra un’ora resteranno solo le guardie notturne e le donne delle pulizie. Diana ha insistito per vedere Cat proprio a quell’ora e ha dato istruzioni alla reception per un pass riservato, che significa nessun obbligo di rilasciare e registrare le generalità del visitatore. Tutto era cominciato con un messaggio alla segreteria della Starnet: Diana parlava di ‘novità inaspettate nella ricerca’ che richiedevano una consulenza urgente di Cat. Cat aveva mantenuto una faccia impassibile sopra lo sbigottimento: il messaggio non aveva senso, a meno che non si trattasse di un messaggio in codice. Con la più grande naturalezza aveva fatto confermare l’appuntamento dalla segretaria e aveva richiamato Diana dall’auto. Al telefono Diana le aveva rifilato un’altra serie di insensatezze, comportandosi come se la linea fosse sorvegliata. Solo l’autocontrollo di marca Starnet aveva consentito a Cat di arrivare al quindicesimo piano della S-B come se la situazione fosse perfettamente sotto controllo, ma una volta chiusa la porta il suo nervosismo era esploso.

“Ti stai comportando come se fossimo in un film di Crichton. Mi vuoi spiegare che cosa succede?”

Diana sorride e la invita a sedersi di fronte ad una larga scrivania ingombra di carte e di monitor.

“Ti ringrazio per essere venuta e mi scuso per i messaggi cifrati. Ma quello che ho da dirti è piuttosto delicato e non ci tengo particolarmente che si venga a sapere. Quando ti chiederanno che cosa abbiamo fatto stasera tu dì che avevo bisogno di capire il funzionamento delle finestre di e-shopping nella soap delle dodici, perchè erano saltati fuori dei problemi di copyright con la S-B e dato che sei una mia cara amica preferivo sistemare la cosa in via informale prima di ricorrere alle vie ufficiali.”

“E’ vero?”

“Sì, incidentalmente e riguarda tutte le finestre di e-shopping usate nelle soaps della Starnet. Ma la S-B ha già avviato un’azione legale con la Starnet, per cui un tuo intervento non modificherebbe assolutamente niente: è quello che scoprirai domani riferendo l’argomento al tuo ufficio legale. Fine dell’incidente.”

 “Bene, il vero motivo invece?”

“Ho scoperto una cosa che scotta: la vera funzione della CPD.” risponde Diana con estrema gravità.

Cat la guarda attonita “Forse c’è qualcosa che mi sfugge?” azzarda con un sorriso incerto, ma Diana non raccoglie l’ironia e continua sullo stesso tono:

“Certo, perchè la cosa è molto complessa. Non può essere spiegata solo in relazione al PGP. O meglio, il PGP non è che un minuscolo anello di una catena molto lunga.”

“Scusa, ma chi se ne frega?”

“Non capisci. La CPD è una macchina mostruosa fuori dal controllo dello Stato della Federazione. Lo scopo principale della CPD è diventato quello di continuare ad esistere e riprodursi come un cancro. Ci sta distruggendo.”

“E questo è quello che ogni sana multinazionale e ogni apparato paragovernativo ha come missione, per cui ripeto: chi se ne frega?”

“Ascolta. Ti chiedo solo di ascoltare. Ti racconterò una storia e se alla fine non sarai convinta non ne parleremo mai più. Non ne parlerò mai più con nessuno.”

“Una storia? Che storia?”

“La guerra delle auto.”

 

Nell anno Uno Schengen, i bordi delle strade ed i marciapiedi delle grandi città erano invasi dal numero sempre crescente di automobili private, che, mancando le infrastrutture più elementari di smaltimento, stazionavano notte e giorno in qualunque rettangolo non altrimenti utilizzato. Dapprima erano state invase le aiuole spartitraffico, poi i piccoli giardinetti, le piazzette, i recessi delle vie secondarie; infine il serpente di metallo aveva occupato perfino i triangoli di vernice bianca agli svincoli delle strade. Per i parcheggi temporanei era in vigore la doppia o anche tripla fila. Tanto le auto parcheggiate sul marciapiede o accanto ad esso non si sarebbero potute muovere comunque, pena la perdita del posto.

Le proteste dei sempre meno numerosi cittadini sprovvisti di auto e degli ambientalisti non scalfivano la marmorea indifferenza dell'amministrazione che, eletta dalle grandi industrie automobilistiche nazionali, anteponeva la crescita del loro fatturato alla salute pubblica.

Poi arrivò la nuova amministrazione. Eletta con una maggioranza risicata al termine della campagna elettorale più scorretta del secolo (si era parlato di deliberata manipolazione dell'opinione pubblica attraverso promesse di interventi amplificate a dismisura dai Media ma non supportate da analisi di fattibilità) rappresentava gli interessi dell'industria edilizia.

 

“A questo proposito il newslog dei radicali parla di Prima Manipolazione Mediale.” dice Diana risvegliando lo schermo del computer che inizia ad eruttare titoli e citazioni. “La teoria è molto interessante: il gruppo di potere economico che sta dietro al partito vincente controllava quasi tutte i principali newslog e i notiziari AV attraverso grappoli di società finanziarie e quindi era in grado - volendo - di costruire campagne di persuasione molto ampie.”

“Questo non vero: la deregulation degli anni novanta aveva già fatto entrare molti capitali esteri nel mercato dei Media.” ribatte Cat annoiata.

“Apparentemente sì, ma in realtà la maggior parte delle società estere erano in qualche modo collegate alle aziende edilizie italiane. Tralaltro la deregulation ha investito soprattutto il mercato dell’intrattenimento, non i notiziari e tantomeno i newslog. Comunque sia andata, nei sei mesi precedenti le elezioni il partito che ha vinto ha avuto una copertura giornalistica e pubblicitaria tre volte superiore al principale antagonista: questo è un fatto.”

 

Cavallo di battaglia del partito che aveva vinto era stata la promessa di una migliore qualità della vita: questa iniziò con la costruzione di centinaia di autorimesse sotterranee al fine di togliere le automobili dalle strade e dai marciapiedi.

Alla fine dei lavori un posto auto per appartamento era garantito dalle autorimesse sotterranee. Nonostante ciò le auto continuavano ad invadere strade e marciapiedi e non avrebbe potuto essere diversamente dato che il numero medio di auto per nucleo familiare era arrivato a 2,3 grazie all'abbattimento dei prezzi che si era nel frattempo determinato in seguito all'inasprimento della concorrenza nel mercato automobilistico; inasprimento dovuto peraltro principalmente ad una miope legge liberistica promulgata dal governo degli Edili, gli odierni Conservatori, per mettere in ginocchio l'opposizione dei Meccanici.

Il provvedimento successivo riguardò quindi l'ampliamento del servizio di trasporto pubblico: decine di nuove linee metropolitane ad alta velocità furono varate, seguite da una massiccia campagna di persuasione a base di offerte speciali di abbonamento annuale praticamente gratuito a chi rinunciava ad utilizzare l'automobile per recarsi al lavoro. La campagna ebbe molto successo; di fatto le nuove linee metropolitane erano pratiche, veloci e collegavano tutti i principali punti delle città, ma fu soprattutto grazie alla proposta di tassare pesantemente l’acquisto della seconda e terza auto per nucleo familiare - legge opportunamente varata nell’anno Due Schengen - che il numero medio di auto per nucleo familiare scese a 1,4. Le aiuole spartitraffico ed i giardinetti, dopo decenni di devastazione, tornavano a coprirsi di erba.

 

"Ma l'ampliamento delle linee di trasporto pubblico non faceva parte del programma di governo degli ambientalisti?" osserva Cat con un inizio di interesse.

"Certo, e anche la proposta di tassare la seconda e terza auto per nucleo familiare." sotto le dita di Diana lo schermo si riempie di linee colorate: i rapporti del ministero dell'Industria scorrono accanto alle date di delibera delle nuove leggi fiscali.

"Quindi i Conservatori avrebbero sposato una serie di proposte ambientaliste solo per fare fuori i Meccanici? Mi sembra una tesi fragile, a meno che non ci fosse un’altra ragione."

"Ce ne erano almeno altre due. Primo: gli ambientalisti andavano placati dopo la cementificazione selvaggia delle campagne: oltre ai parcheggi sotterranei erano stati costruiti 200 shopping center, 25 centri direzionali e almeno 20 nuovi quartieri residenziali. Interi parchi erano stati sacrificati, decine di specie animali si erano estinte. Secondo: il Due era l'anno delle elezioni locali; i Conservatori sapevano di non avere la maggioranza assoluta e avevano bisogno di alleati. Con una sola mossa si sono assicurati l'appoggio di un movimento d'opinione importante che fino al giorno prima era alleato dei democratici, hanno messo in crisi i Meccanici e hanno disorientato gli elettori di tutta l’opposizione."

 

Sarebbe potuto bastare se il leader dei Conservatori non avesse voluto assicurarsi che l'opposizione fosse totalmente annientata. Non potendo apertamente proibire l'uso delle automobili tirò fuori una legge federale caduta in disuso durante il governo dei Meccanici: il controllo della qualità dell'aria.

Centraline di rilevamento vennero posizionate ai principali incroci urbani e nelle aree residenziali. Per la prima volta da quando la legge era stata varata venne considerato pericoloso per la salute pubblica il livello di anidride carbonica/solforosa superiore dell'1% al livello "ottimale" (e non "tollerabile") stabilito dalla Federazione Europea. Bastava che la metà delle centraline più una iniziassero a lampeggiare perchè venisse decretato lo stato di emergenza ambientale e tutto il traffico privato venisse sospeso fino a che le centraline non smettevano di lampeggiare. La mossa inizialmente si rivelò molto impopolare: nella prima settimana di blocco del traffico migliaia di lettere di protesta invasero Camera e Senato. La reazione doveva essere stata prevista e valutata: di colpo tutte le città vennero ricoperte di manifesti, tutti i Media vomitarono convegni, atti, dibattiti, tavole rotonde, documentari e tutti i cataloghi, dai newslogs a quelli di moda e costume illustrarono un solo argomento: i danni irreparabili dell'anidride carbonica e solforosa per l'organismo umano, in particolare quello dei feti e dei neonati, in un bombardamento senza precedenti di notizie allarmistiche a cui la popolazione fu sottoposta per più di due mesi.

 

“Il solito newslog radicale parla a questo punto di Seconda Manipolazione Mediale.” il computer ora mostra una serie di titoli e campagne pubblicitarie. "Effettivamente è abbastanza impressionante la totale uniformità delle fonti di informazione: solo i newslogs di chiaro orientamento Meccanico trattano l'argomento dal punto di vista del sopruso." mormora Cat, suo malgrado avvinta dalla trama.

"Vero, ma in questo caso la manipolazione è stata molto più sottile e diabolica della prima. I newslogs dell'opposizione non potevano contestare un argomento che era parte integrante del loro patrimonio culturale. Immagino che per gli ambientalisti dovesse essere come per i bambini il giorno di Natale: come potevano pensare di essere strumentalizzati?"

"Mi stupisco che nessuno abbia perlomeno sospettato un secondo fine all'operazione. Che nessuno abbia discusso le ragioni di una presa di posizione così opportunista."

"Due spiegazioni possibili: o non hanno voluto farlo apertamente, sui mezzi di comunicazione, in periodo preelettorale per paura di perdere consensi, oppure veramente non se ne sono resi conto. Pensa al modo in cui ci si è arrivati. Prima la qualità dell'ambiente circostante, poi la qualità dell'aria, infine la salute dei figli: è un ordinamento di valori che non può che produrre consensi in una società dove le prime due condizioni sono pessime e l'ultima è vissuta a livello paranoico. Infatti solo le eterne Cassandre della politica parlano di manipolazione e se non sbaglio il numero di menzioni è al livello di altri argomenti standard, per esempio i licenziamenti in corso presso le fabbriche metalmeccaniche - Diana digita rapidamente - Ecco: Licenziamenti industria metalmeccanica: 170 menzioni tra gennaio e marzo. Seconda Manipolazione Mediale: 120 menzioni nello stesso periodo."

 

Alla fine dell'operazione, l’opinione pubblica era schierata compatta contro l'utilizzo delle auto per uso privato, la federazione Madri d'Italia chiedeva misure repressive più dure e le argomentazioni dei sostenitori delle marmitte catalitiche e delle energie alternative riuscirono solo a salvare dall'olocausto i mezzi commerciali, industriali e pubblici. La Seconda Manipolazione Mediale convinse anche gli ambientalisti ad appoggiare le liste dei Conservatori nelle città più grandi e le liste edil-ambientaliste vinsero in quasi tutti i collegi. Il governo, approfittando della congiuntura favorevole presentò vari disegni di legge per la riforma dei trasporti; a causa dei fortissimi disaccordi tra Senato e Parlamento si ricorse al referendum popolare. 80% dei votanti scelse il disegno di legge più drastico, che applicava alla lettera le disposizioni Federali e di fatto sanciva la definitiva scomparsa dei mezzi di trasporto inquinanti a favore dei mezzi di trasporto ecologici. Era la fine del partito dei Meccanici, ma anche la fine dell'industria automobilistica italiana, in quanto le fabbriche di autovetture tedesche detenevano quasi tutti i brevetti di costruzione per i veicoli ecologici. Le principali industrie italiane si dovettero fondere con le industrie tedesche e moltissime fabbriche chiusero lasciando sulla strada oltre centomila operai che entrarono immediatamente in agitazione.

Ingentissime risorse vennero stanziate per convertire strade ed autostrade secondarie in ferrovie elettriche ad alta velocità e assorbire gli ex operai meccanici nelle nuove industrie. Le agitazioni degli ex operai meccanici ancora senza lavoro continuarono comunque fino allo scoppio dell’epidemia di PGP nell’anno Cinque Schengen. Allora il Governo varò il piano di costruzione delle gallerie che, nelle intenzioni, avrebbero dovuto diventare vere e proprie città sotterranee.

 

"OK, questo me lo ricordo. Ne hanno parlato tutti i cataloghi e i notiziari AV della Federazione. Impiegarono qualcosa come 300,000 operai per finire i lavori entro l’estate. Faraonico. Ricordo che a Parigi erano estremamente impressionati dall’efficienza del governo italiano in quell’occasione."

"Anche gli italiani, suppongo: l'indice di popolarità del governo nel Cinque è il più alto da quando esistono i sondaggi d'opinione. Ti faccio notare che i Conservatori proseguono nella tecnica di prendere tre piccioni con una fava: occupazione, protezione civile e naturalmente salvaguardia del business edilizio."

 

Il governo è comunque sottoposto ad enormi pressioni per debellare una volta per tutte l’epidemia di PGP che si abbatte puntuale sulla Nazione a giugno. Ogni rimedio chimico impiegato ha finora procurato più danni ambientali che benefici e gli ambientalisti, forti nelle amministrazioni locali, iniziano a proibire l’impiego di insetticidi tossici nelle provincie da loro amministrate, che sono anche le più colpite dall’epidemia. Il governo è alle strette e “viene costretto” a delegare il problema ad un comitato controllato al 100% dagli ambientalisti.

 

“La CPD.” conclude Diana gravemente.

“La CPD? La CPD era ambientalista?”

“Se vuoi te lo stampo: è sulla Gazzetta Ufficiale.”

“OK, adesso sì che la storia è diventata interessante. E le virgolette?”

“Adesso ci arriviamo. Abbi pazienza e seguimi ancora per un po’”

 

Il Sette è un anno cruciale. L’attività della CPD viene messa continuamente in discussione sia dalla maggioranza di governo che dalle opposizioni per motivi che i Media non rendono assolutamente chiari. L’intera sequenza di polemiche è talmente intricata e contraddittoria che si ha l’impressione di un sistematico depistaggio da parte di oscuri gruppi di potere: ogni volta che un’interpellanza parlamentare sull’operato della CPD sta per essere presentata scoppia una polemica sui finanziamenti o sulle nomine della stessa commissione, che prende inspiegabilmente la precedenza sull’interpellanza originale. La scoperta di un insetticida “ecologico” poi chiude definitivamente il capitolo interpellanza, che viene ritirata in fretta e furia e di cui non resta più traccia nei documenti ufficiali.

Il Sette è anche l’anno delle elezioni nazionali e proprio verso la fine del mandato l'indice di popolarità dei Conservatori declina bruscamente a causa di una delibera sull'aumento straordinario delle tariffe per l'energia elettrica. L'incremento di ferrovie e metropolitane elettriche, centri commerciali e gallerie abitabili, slegato da un programma di ricerca di fonti alternative di energia non poteva che portare a questo - tesi sostenuta dall'opposizione democratica - ma il governo aveva assicurato che gli incrementi tariffari sarebbero stati molto contenuti. La campagna elettorale inizialmente vede favorita l'opposizione, ma la situazione viene capovolta bruscamente a marzo, quando uno scandalo investe il leader dei democratici, accusato di avere falsificato le sue dichiarazioni dei redditi degli ultimi cinque anni. Le accuse vengono sostanziate e il leader dell'opposizione è costretto a ritirarsi.

 

"Perchè ha fatto una cosa così stupida?"

"Non credo che l'abbia fatto di proposito: ha semplicemente continuato a dichiarare un vecchio codice di addebitamento per una proprietà che era stata riclassificata per un’aliquota superiore; a quanto pare lui non ne aveva ricevuto comunicazione."

"E' possibile?"

"Tecnicamente improbabile, ma possibile: una serie di glitch alla centrale del catasto, un disguido sulle linee ... è curioso che l'ufficio delle imposte non se ne sia accorto fino al momento delle elezioni, ma anche questo è possibile. Non è questo il punto: il caso è stato montato oltre ogni ragionevole limite. Appurato l'errore, provato che questo era involontario, l'entità dell'evasione non era tale da mandare in rovina le casse dello Stato e il poveraccio ha subito versato il dovuto con tanto di interessi e more. Però la cosiddetta opinione pubblica era assetata di sangue dopo l'aumento dell'elettricità e il taglio ai contributi sociali e lui era la vittima ideale. Il programma del suo partito prevedeva la ridistribuzione degli oneri fiscali come punto di forza dell'intera politica economico-sociale e certo lui era l'ultima persona al mondo che poteva permettersi sviste fiscali: lo hanno ucciso a colpi di editoriale."

"Terza Manipolazione Mediale?"

"Secondo il solito newslog radicale sì, a me pare normale amministrazione giornalistica. Comunque sia andata, il suo programma venne screditato dallo scandalo e lui fu costretto a ritirarsi dalla politica. In compenso però il partito dei Conservatori è stato costretto a coalizzarsi formalmente con gli ambientalisti per avere la maggioranza alla Camera.”

“Se Atene piange Sparta non ride?”

“Non ti facevo così letteraria.”

“Infatti non lo sono: questa è la citazione preferita dell’amdel della Cripta, Signore e Padrone della Starnet. Adesso ho capito che cosa vuol dire.”

“Adesso stai attenta perchè viene il peggio.”

 

Una delle principali conseguenze del governo di coalizione è che la CPD perde di fatto il suo status di ente sopra le parti: gli ambientalisti, che dovevano essere i garanti di tale status, fanno adesso parte del governo e hanno anche il controllo totale della CPD. Di fatto questa enorme anomalia passa del tutto inosservata data l’enorme aspettativa del pubblico per il famoso insetticida ecologico, a cui si è innestata la questione federale e il problema dell'autonomia amministrativa dell'Italia.

 

“Anche questo me lo ricordo bene: stavo per trasferirmi in Italia ma sono rimasta bloccata a Parigi finchè non si è risolta la questione delle autonomie: il governo italiano aveva bloccato l’immigrazione. L’Italia ha rischiato di essere espulsa dalla Federazione in quell’occasione.”

“Veramente i Media nazionali riportano che l’Italia aveva minacciato di uscire dalla Federazione se non si fosse riconosciuta la sua autonomia amministrativa.”

“Pluralismo dell’informazione.” conclude Cat conciliante.

 

Mentre l’attenzione del pubblico era rivolta alla Federazione, il governo faceva passare tutte le norme restrittive riguardanti la disinfestazione, dal coprifuoco all’istituzione del corpo di vigilantes speciali, all’obbligo dell’osservazione medica per i presunti intossicati o infetti. Tutte norme ai limiti dell’anticostituzionalità.

 

“E adesso devo chiederti di abbandonare la cronaca e passare al campo delle ipotesi.” dice improvvisamente Diana disattivando il monitor.

“Perchè?”

“Perchè le informazioni che ti sto per fornire non sono pubbliche e quindi se dichiarassi che sono fatti commetterei un reato. Legge Federale numero ottocentoventisei, articolo sette, protezione delle informazioni su banche dati elettroniche.”

“Fantastico: adoro commettere reati!”

“Avrai pane per i tuoi denti tra pochi minuti. Adesso però ascoltami.

“Supponiamo che una delle primissime scoperte del gruppo di studio della CPD sulle cause scatenanti del PGP sia stata modificazione delle condizioni ambientali. Supponiamo che la diminuzione di biossido di carbonio dovuta alla diminuzione del traffico automobilistico prima ed all’impiego di auto ecologiche poi, insieme all’incremento di dimetilketazone dovuto alla costruzione di gallerie e metropolitane climatizzate artificialmente avesse causato la proliferazione degli ibridi responsabili della malattia. Ne conseguirebbe per esempio che innaffiando i nidi delle zanzare con una soluzione di biossido di carbonio e qualche derivato invertito del dimetilketazone gli ibridi morirebbero. Semplice e - se non proprio ecologico - sicuramente più definitivo e meno dannoso dell’attuale metodo di disinfestazione.

“E’ chiaro però che un’informazione del genere, ancor prima che alla ricerca della soluzione del problema PGP, si presta ad un’enorme strumentalizzazione da parte degli oppositori del governo, responsabile attraverso la sua politica di diminuzione del traffico automobilistico e quindi del biossido di carbonio, nonchè responsabile della costruzione di gallerie e metropolitane e quindi dell’aumento di dimetilketazone.

“Ora questo mette in una nuovissima luce tutta la storia della CPD.

“Supponiamo che la CPD non sia stata imposta al governo dalle opposizioni per risolvere un problema, bensì che sia stata appositamente istituita dal governo col preciso scopo di fallire.

“Di fatto non c’è mai stato bisogno della CPD. La soluzione per debellare le zanzare-killer era già stata trovata: solo gli ambientalisti si opponevano all’utilizzo di una sostanza reputata dannosa per l’ecosistema, che in realtà si è rivelata meno dannosa della sostanza attualmente impiegata.

“La caratteristica principale di questo governo sembra essere quella di trarre il massimo profitto da ogni situazione, pertanto è perfettamente plausibile che la CPD sia stata costruita a tavolino dagli strateghi governativi per togliere di mezzo un alleato troppo ingombrante: se la CPD avesse fallito il governo sarebbe stato legittimato a ripristinare la soluzione già sperimentata, a screditare tutto il movimento ambientalista e ad addossare la responsabilità delle vittime del PGP alle opposizioni: i soliti tre piccioni con una fava.

“La CPD era la fava. E’ stata progettata per fallire: è stata data in mano ad un pugno di fanatici accuratamente selezionati tra gli ambientalisti più radicali, è stata intralciata in tutti i modi con un calendario programmato di scandali fasulli che però venivano puntualmente amplificati dai Media e che servivano tralaltro a distogliere l’attenzione dal vero problema, pur sollevato da qualche zelante gruppo parlamentare: a che diavolo serviva la CPD?

“Nessuno se ne è accorto, ma questa è stata la più grande Manipolazione Mediale.

“Però succede l’imprevisto: il gruppo di scienziati che studia le cause della malattia si imbatte nella soluzione del tutto incidentalmente. Un insetticida “ecologico” viene trovato ma soprattutto viene scoperta la causa della proliferazione delle zanzare mutanti. Un bel guaio, ma fortunatamente lo scandalo preelettorale (probabilmente precucinato) e la questione dell’autonomia amministrativa tengono occupata l’opinione pubblica e consentono al partito dei Conservatori la manovra di riserva altresì detta ‘se non puoi batterli, inglobali’, ovvero il matrimonio tra Conservatori e ambientalisti.

“Così non solo le informazioni relative alle cause della proliferazione delle zanzare-killer vengono sepolte sotto i codici di riservatezza a norma di legge federale, ma la CPD diventa un potentissimo strumento di controllo governativo, con una rispettabilissima facciata altruista e benefattrice.

“Visto che l’insetticida ha effettivamente debellato il pericolo zanzare e gli antidoti sono in grado di prevenire conseguenze dannose per l’organismo umano - che incidentalmente si possono verificare solo se si riceve in piena faccia una ventata di insetticida appena spruzzato - le misure precauzionali attualmente in vigore sono talmente sproporzionate che possono essere strumentali solo a tutt’altra funzione.”

“E cioè?” chiede Cat completamente disorientata.

“Chiediti quali strutture di accoglienza sono previste per i cosiddetti emarginati sociali senza fissa dimora - immigrati abusivi, disadattati, nomadi, tossici - durante la disinfestazione. Non lo sai vero? Beh, la ragione per cui non lo sai è che non è prevista alcuna struttura di accoglienza, anzi, durante la disinfestazione non è nemmeno possibile accedere alle gallerie e alle abitazioni dalla strada: chi è dentro è dentro è chi è fuori è fuori. Non capisci? Allora chiediti perchè in periferia l’insetticida viene spruzzato a tappeto dagli elicotteri mentre in centro si utilizzano le pompe a mano. La ragione ufficiale è che le pompe a mano sono utilizzate nelle aree di maggior intensità abitativa, la realtà è che gli elicotteri sono utilizzati nelle aree di maggior concentrazione dei suddetti emarginati sociali senzatetto.”

“Un momento. Frena. Stai forse cercando di dirmi che l’insetticida viene deliberatamente spruzzato sugli emarginati sociali?”

La voce di Cat trema come quella dei bambini quando scoprono chi è Babbo Natale.

“Diana, tu hai bisogno di vedere un dottore: uno bravo!”

Lo sguardo di Diana è lucido e inesorabile come quello dei bambini che sanno chi è Babbo Natale.

“Non sono io quella che ha bisogno di vedere: sei tu. Non ti chiedo di credere a castelli in aria: ogni ipotesi che ti ho fornito è supportata da fatti e questa non fa eccezione. Ma i fatti da soli non bastano. Occorre avere la capacità e la volontà di analizzarli, correlarli ed interpretarli per vedere qualcosa.”

Diana sospira profondamente e chiude gli occhi. Sa che sta perdendo tutta la fiducia di Cat, ma non può più fermarsi adesso: è andata troppo oltre, deve finire e farla finita.

“Ecco i fatti. Sai quanti sono e chi sono i morti per le malattie collegate all’intossicazione dalle sostanze chimiche contenute nell’insetticida?”

“Sì, certo, lo sanno tutti. Ci sono stati otto casi di intossicazione tre anni fa: tutti si sono suicidati, sei hanno ucciso anche familiari e vicini di casa. In tutto una cinquantina di morti collegabili all’intossicazione.”

“E che cosa mi dici dei casi in osservazione per presunta intossicazione?”

Cat guarda Diana completamente basita.

“Già, i Media non ne parlano, quindi non esistono.” commenta Diana amara riattivando il computer. “Sai qual è la cosa più allucinante di tutta questa storia? Questi dati sono pubblici, sono contenuti nei rapporti annuali del Ministero della Sanità: bastava chiederli.”

Lo schermo si riempie di numeri: una tabella di sei colonne. Nella prima sono elencati gli anni, nella seconda i casi schedati di presunta intossicazione, nella terza la quantità di decessi nei sei mesi successivi alla schedatura, nella quarta i decessi entro l’anno, nella quinta il totale dei decessi. L’ultima colonna riporta la scritta “percentuali di incidenza”. Cat legge trasognata.

“95% di incidenza. Che cosa vuol dire?”

“Vuol dire che 95% dei presunti intossicati muore entro un anno dalla schedatura. Adesso chiediamo le cause della morte.”

Il video erutta una nuova tabella.

“Tutti suicidi?” chiede Cat incredula.

“Definizione molto comoda. Una volta schedati come presunti intossicati, qualunque tipo di morte violenta può essere catalogato come suicidio indotto dall’intossicazione. Ma non è finita qui. Chiediamo un incrocio dei morti con il profilo sociodemografico. Qui c’è pure il grafico.”

Davanti agli occhi sgranati di Cat i dati sulle morti si trasformano in istogrammi colorati che crescono e si modificano. L’ultima barra in fondo al grafico, quella intitolata ‘non classificati’ cresce rapidamente fino a riempire la schermata, fino a che l’evidenziatore “out of bounds” comincia a lampeggiare insieme alle cifre 99.99999.

 

“Eccettuati gli otto casi che citavi, tutti i morti collegati all’intossicazione da insetticida ‘ecologico’ sono persone non classificate all’anagrafe, cioè immigrati clandestini, vagabondi, emarginati: senza documenti, senza residenza, senza identità. Da un punto di vista legale non sono mai esistiti, quindi non sapremo mai come sono veramente morti.”

“Ma sono tantissimi!” esclama Cat strozzata.

“Oltre seicentomila. Vogliamo aspettare che diventino sei milioni oppure fermiamo questo olocausto adesso?”

26.

Cat riemerge lentamente dal pozzo profondissimo e vischioso dei suoi incubi, guidata da una linea di dolore acuto che si trasmette lungo tutto il braccio sinistro, passa per la spalla e si annida pervicace nella fascia di pettorali sotto la clavicola. Apre un occhio con molta fatica cercando di mettere ordine nelle sensazioni ingarbugliate. Il braccio sinistro le fa un male cane, ma soprattutto non risponde agli impulsi nervosi e non si trova. L’occhio sinistro non si può aprire perchè è affondato col resto della faccia nel cuscino. Apparentemente Cat non è in grado di modificare la posizione della faccia e si deve arrangiare con quello che riesce a controllare. Con il braccio destro libera le gambe dal groviglio di lenzuola e comincia a capire in che posizione si trova: bocconi con il braccio sinistro piegato all’indietro e completamente insensibile. Facendo forza sulle ginocchia e sul gomito destro riesce a voltare la testa e a ritrovare il braccio sinistro: è rimasto ammanettato alla testata del letto e adesso è pieno di lividi verdi e blu.

“Giò.” il suono roco e impastato della sua voce le gratta la gola e le orecchie. Il corpo dietro al suo non dà segno di vita.

“Giò, slegami.” l’incitamento viene rinforzato da un calcio. Il corpo ha un sussulto e ricade nell’immobilità assoluta.

Quella scopolamina era una vera merda, pensa Cat ruotando lentamente attorno alla spalla sinistra e allungando la mano destra per raggiungere la serratura delle manette. “Giò, cazzo, svegliati, mi devi slegare.” ripete senza convinzione armeggiando con la serratura. Finalmente le manette si aprono e il braccio sinistro, insensibile, piomba sul corpo inerte di Giorgio, che ha un altro sussulto. Cat si siede sul letto e comincia a massaggiare il braccio, dondolandosi avanti e indietro per svegliarsi. Una vera merda, che schifo. Da annotare: mai più, nemmeno se mi pagano, nemmeno se è l’unico sballo rimasto sulla faccia della terra.

Il sangue comincia a rifluire e il braccio riprende lentamente la sensibilità, Cat riesce a piegare le dita, poi il polso, poi il gomito. Il sangue scorre insieme al ricordo della sera prima, delle ore precedenti al sonno tormentato, delle parole di Giorgio. Di colpo Cat è perfettamente sveglia e lucida: la mascella si serra, il viso si indurisce, gli occhi brillano della tonalità prossima alla follia. Cat si alza di scatto evitando di toccare e di guardare il corpo esanime di Giorgio, gli occhi fissi al di là dello spaziotempo presente, pieni di orrore.

 
27.

La neve è caduta silenziosa per gran parte della notte e ha ricoperto tutte le strade di un manto bianco e soffice come schiuma antincendio. Tutti gli homecom di Milano-Est si sono attivati alle 04:34 non appena la temperatura interna è scesa sotto 9° mandando in tilt la centrale elettrica. Il servizio è stato ripristinato solo alle 7:03, quando il primo operaio del turno di giorno si è accorto del guasto. Così, quando il sibilo insistente dell’interfono penetra le pareti spesse del sonno di Fulvia e la costringe ad alzarsi ancora in stato semi-sonnambulico, il gelo della stanza la schiaffeggia e la sveglia bruscamente. Una lunga ed elaborata bestemmia fa da controcanto all’irritante sibilo e la voce che urla “Chi è” al monitor ha un preoccupante accento omicida.

La faccia congestionata di Sandra, avvolta in un cappuccio di visone sagra, appare sul monitor.

“Fammi entrare. Sto gelando.” dice la bocca di Sandra emettendo quattro nuvolette candide che appannano la lente della telecamera.

“Buongiorno, scusa per l’ora e perfavore me li mandi per posta?” commenta Fulvia irritata schiacciando violentemente il pulsante dell’apriporta.

“Che cosa succede?” chiede Diana, la voce assonnata, in piedi contro lo stipite della porta, avvolta nella trapunta del letto.

“Abbiamo visite. La moglie dell’onorevole.” dice Fulvia secca. “Che ore sono?”

“Le sette e un quarto. Perchè fa così freddo?”

“Il fottuto computer avrà fatto saltare la centralina del climatizzatore: succede almeno due volte all’anno e sempre quando fa un freddo cane o si crepa dal caldo. Secondo te che cosa vuole la moglie dell’onorevole a quest’ora?”

“Avrà ucciso Nicola e vorrà un alibi.”

“Se è vero giuro che sono disposta a testimoniare che è stata a letto con me. Ma secondo me non ha abbastanza palle per uccidere quel coglione.”

“Ti sbagli. Ho intenzione di fare anche peggio.” Sandra è in piedi sul pianerottolo, in cappa di visone e abito da sera, una grossa borsa e una valigia appoggiate per terra. Quando il cappuccio le scivola sulle spalle Fulvia e Diana vedono i grossi lividi blu sul collo e ammutoliscono.

“Beh, posso entrare?” sbotta Sandra impaziente.

“Accomodati.” bisbiglia Fulvia.

“E’ stato Nicola a ridurti in questo stato?” chiede Diana calma prendendo la valigia e chiudendo la porta. Fulvia non si è ancora ripresa dallo shock e guarda Sandra come se la vedesse per la prima volta.

“No, Babbo Natale. Ma questa è l’ultima volta. Mi dispiace di avervi svegliato, ma non sapevo dove andare. Com’è che qui si gela?”

“Il computer deve aver fatto casino.” dice Fulvia meccanicamente. “Come sarebbe a dire questa è l’ultima volta? Vuoi dire che Nicola ti picchia?”

“Solo quando è fatto, il che accade mediamente tre/quattro volte alla settimana. Prima si limitava a violentarmi con qualche dildo, ma da quando è passato al crack le cose si sono messe veramente male. A tutto c’è un limite e il limite è adesso. Ho elementi sufficienti per mandarlo in galera, ma mi accontenterò di ridurlo sul lastrico e screditarlo: ucciderlo in queste condizioni sarebbe fargli un favore. Mi posso sistemare qui finchè non trovo qualcosa di meglio?”

“Stai qui quanto ti pare: lo sai che c’è sempre la stanza degli ospiti. Se va bene anche a Diana, cioè.”

“Certo che va bene, figurati. Sentite, perchè non andate a rimettervi in ordine tutt’e due e io intanto preparo la colazione?” propone Diana avvertendo un’incrinatura pericolosa nella maschera di spavalderia di Sandra.

“Prendo io le valigie: la strada la sai.” aggiunge Fulvia, abbassando gli occhi per non costringere Sandra a restituire lo sguardo.

 

Davanti alle tazze fumanti le tre donne rimangono silenziose per parecchi minuti. Sandra, in jeans e maglione, con i capelli tirati in una coda di cavallo, senza trucco, senza maschere, sembra un’adolescente timida e fragile. Fulvia giocherella con l’eterna pseudosigaretta senza decidersi ad accenderla, guardando ora Sandra ora Diana con apprensione, come se sentisse il peso di una responsabilità troppo grande. Tocca a Diana rompere il silenzio e lo fa con la praticità che Fulvia usa solitamente per riportare ordine nei pensieri di tutte.

“Avremo bisogno di un buon avvocato e di parecchi soldi. Su chi possiamo contare?”

“Il marito di Carla. Tutti i suoi amici sono avvocati.” Fulvia riprende il controllo della situazione e comincia a succhiare la pseudosigaretta.

“Per i soldi non c’è problema: ho trasferito tutto quello che potevo su un conto a cui Nicola non può accedere. Tutti i soldi del mio conto personale e anche quelli del conto di casa. Siccome la responsabilità di entrambi i conti è di Gerolamo, Nicola non può rivalersi su di me.” aggiunge Sandra con un sorriso perfido. “E’ da mesi che aspetto questo momento.”

“Chi è Gerolamo?”

“Il maggiordomo. Un grandissimo stronzo. E’ lui che rifornisce Nicola di quella merda di crack. Fa tutti i lavori sporchi per Nicola.”

“Bene, allora ci conviene telefonare subito a Carla: devi avere un avvocato prima che Nicola ti trovi.” conclude Fulvia alzandosi.

“Carla ti ucciderà: sono le otto e mezza di sabato!” le ricorda Diana.

“Me ne frego. E’ un’emergenza. Se fosse toccato a lei ci avrebbe tirato giù dal letto alle cinque.” dice Fulvia inesorabile componendo il numero. Aspetta, tamburellando impaziente le dita sull’orlo dell’apparecchio, che la segreteria si sia inserita, quindi urla il suo messaggio con l’evidente intento di svegliare tutto il caseggiato dall’altra parte del filo. Un ghigno di soddisfazione segnala che il ricevitore all’altro capo è stato attivato. Dopo pochi secondi Fulvia interrompe la comunicazione.

“Ha detto che arrivano subito. Tutt’e due.”

“Che bisogno c’è che vengano entrambi?” chiede Sandra seccata.

“Sai com’è Carla: non può sopportare di essere tagliata fuori dall’azione.”

L’interfono sibila di nuovo a lungo.

“Che cosa hanno, il teletransporter?” esclama Sandra.

Fulvia si alza ancora e torna subito, perplessa.

“E’ Cat. E’ fuori come un balcone. Dice che deve assolutamente parlarti.” dice a Diana.

“Meno male che ero venuta qui per la privacy.” conclude Sandra.

 

Cat si schianta in cucina come un Cruise impazzito, larghe chiazze bluastre sotto gli occhi fosforescenti nel pallore madreperlaceo e malato del viso, larghi lividi verdi sui polsi e sul collo, la giacca a vento di un uomo sopra pantaloni macchiati di ruggine, forse sangue. Sandra non si sforza di trattenere una smorfia di disgusto, Fulvia la fissa incantata. Cat si pianta di fronte a Diana, il respiro breve e affannoso, un raschio agonico, le mani aggrappate al bordo del tavolo la guarda senza parlare per molti secondi, le pupille quasi invisibili nel grigio sporco e saettante degli occhi. Diana, immobile, tende una corda invisibile attraverso il tavolo: la traiettoria dei suoi occhi negli occhi di Cat, segue il movimento come un cobra, come un cobra domina lo sguardo, rallenta il movimento incontrollato, lo ferma. Cat chiude gli occhi, respira profondamente, si siede.

“Che cosa dovevi dirmi?” chiede Diana calma lacerando il silenzio come un lenzuolo. Cat riapre di colpo gli occhi: la sua voce è una lima sulla lavagna.

“E’ tutto vero ... le squadre della morte ... le esecuzioni ... loro le chiamano ... curare ... curare i malati. Tutto vero. Tutto esatto. Che cosa facciamo adesso? Che cosa possiamo fare?”

 
28.

“Tutto a posto. Dormono. Catherine dormirà per almeno dodici ore, Sandra forse anche di più.” dice Stefano rimettendosi il cappotto.

“Grazie.” dice Fulvia.

“Chiamami quando si svegliano. Soprattutto se Catherine si mette a vomitare o cose del genere. Non che abbia più molto da vomitare, ma con quella roba non si sa mai.”

“Sei un amico. Vorrei che ci rivedessimo in condizioni meno emergenziali.”

“Anch’io. Salutami tutte e fammi sapere, d’accordo?”

“D’accordo.”

Fulvia chiude la porta, spegne la luce e appoggia la fronte contro lo stipite freddo. Lasciata la maschera sociale, la stanchezza la coglie di colpo, le gambe non le reggono più e lei si lascia scivolare lentamente per terra. Il silenzio della sera è punteggiato di ronzii: il frigorifero, il condizionatore, il computer. Piccole scariche di energia illuminano l’oscurità, piccole presenze elettriche. Una piccola ombra si staglia nella porta della cucina, illuminata dal chiarore della strada filtrato dalle finestre.

“E’ andato?” chiede Diana. Fulvia annuisce e si passa una mano sugli occhi.

“Sei esausta. Vai a letto, alle ragazze ci penso io.”

“No!” dice Fulvia decisa. “Ho diritto a qualche spiegazione, mi pare, e la voglio subito.”

“Non so se è il caso. Non ti piacerà affatto.”

“Questo lo avevo intuito.”

Diana non insiste. “Qui per terra o davanti ad un bicchiere di qualcosa?”

“Entrambe le cose. Portami la bottiglia della vodka e anche un paio di capsule della roba che Stefano ha dato alle ragazze: penso che dopo ne avrò bisogno.”

Dopo una lunga sorsata Fulvia riapre gli occhi e fissa Diana.

“Allora, che cos’è questa storia delle squadre della morte?”

“Secondo me hai già capito.”

“Ha a che fare con la tua ossessione, vero? La disinfestazione.”

“Appunto.”

“Fammi indovinare: puoi essere arrestata per contravvenzione di legge federale? LF n°826, art.7, protezione delle informazioni su banche dati elettroniche. Dico bene?”

“Non ancora. Ho solo esaminato un paio di banche dati riservate per verificare certe cose. Penso che potrei beccare da sei mesi a due anni per violazione di proprietà privata. Ma questo è solo l’inizio. Dovrò violare la ottocentoventisei di sicuro e probabilmente non solo l’articolo sette.”

“Temevo che mi dicessi qualcosa del genere. Sai che rischi da due a otto anni e l’interdizione alla Rete?”

“Se non lo faccio rischiamo tutti molto di più. Mi dispiace che Cat abbia dovuto ricorrere alla scopolamina per provare quello che le ho detto. Spero che tu ci creda solo in base al fatto che ho già violato abbastanza leggi per non trovare più lavoro in una società informatica nemmeno come hacker.”

“Per Cat violare la legge è una forma di training professionale. Con me vai sul sicuro. Ti credo sulla parola. Basta che mi dici qualcosa.”

 

La notte gocciola silenziosa tra il ronzio dell’homecom e il brontolio delle centrali elettriche. Diana finisce di parlare quando la prima navetta diurna esce dal deposito per dare il cambio al turno di notte. Fulvia guarda pensosa il fondo della bottiglia e riavvita il tappo.

“No. Dopotutto non ce ne sarà bisogno, di queste capsule. Non è peggio di come me l’ero immaginato.”

“Vuoi dire che sapevi già?”

“Sapere è una parola troppo definitiva. Penso che molti avessero immaginato quello che succedeva. Forse neanche molti, forse solo i soliti dietrologi. Con tutte le porcherie che sono saltate fuori negli ultimi vent’anni qualche sospetto era più che legittimo, mi pare.”

Diana è sconcertata. “E allora perchè ...”

“Perchè nessuno ha mai fatto niente? Già, bella domanda. Perchè. Da dove posso cominciare? Dalle bombe negli asili nido? Dalla guerriglia chimica metropolitana? Dalle epurazioni etniche dell’Est e dell’Africa? Dalla guerra delle banane? Dalla repressione della Cecenia? Dallo sterminio di Cuba? Dai fuochi di Rostock? Dai linciaggi di Roma? Oppure preferisci parlare degli esperimenti nucleari americani, dei test virali russi, dell’inseminazione dell’AIDS? Tutti orrori che abbiamo subito o a cui abbiamo assistito senza poter muovere un dito. Sai di che cosa sto parlando? No naturalmente, tu eri in Cina, l’unico posto al mondo dove ancora si venera un imperatore, si studia calligrafia e si commemora il massacro di Tienanmen come se non esistesse nient’altro che valga la pena di considerare. Tu hai percorso soltanto una vena della storia, magari nemmeno la vena principale. Io potrei darti almeno un’altra dozzina di strade da percorrere, in ognuna delle quali scopriresti un tale campionario di orrori che questi ti sembrerebbero partite di allenamento di una squadra di serie C. La verità è che noi siamo sempre più piccoli ed impotenti di fronte all’enormità dei soprusi, tanto più impotenti quanto più riusciamo a porre nuovi limiti all’inimmaginabile. La verità è che nella tanto osannata società dell’informazione sei costretto a confrontarti quotidianamente con una realtà in cui la tua vita vale quanto quella di una cavia da laboratorio e molto meno di una partita di crack. Orwell si rivolterebbe nella tomba se sapesse che ci hanno definitivamente tolto ogni illusione residua rispetto al nostro ruolo sul pianeta a colpi di informazione.”

“Non sono affatto d’accordo.” ribatte Diana con insolita veemenza: “Prima di tutto conoscere è potere, per cui il tuo squallido tentativo di trovare giustificazioni velleitarie per la tua personale apatia è del tutto inaccettabile. E visto che ci siamo, mi dispiace rompere l’incanto in cui sei vissuta finora, ma il fatto di essere stata dall’altra parte del mondo non mi ha trasformato in un’idiota. Anche se nello Yunnan superiore non c’è la TV interattiva e CNN trasmette solo otto ore al giorno, le notizie arrivano lo stesso. Quindi, non solo sono perfettamente al corrente dei massacri che hai citato, ma so anche che altro è successo. Vediamo, da dove posso cominciare? Dalla Fase Stable Cleaning A e B? Dal maxi processo CAF? Dalla disfatta dei Gladiatori? Dalla svolta di Buscetta? Sai di che cosa sto parlando? No naturalmente, tu sei sempre stata in Italia, l’unico posto al mondo dove ancora c’è un mercato per l’MDMA e gli altri spappolacervello.”

“Molto spiritosa. Sai che fine hanno fatto i giudici del maxi processo CAF? Giustiziati dalla Mafia. Sai come è finito Stable Cleaning? Con l’incazzatura della Federazione e conseguente rappresaglia economica che ci ha portato sull’orlo della bancarotta e che ha portato al potere il partito che adesso ammazza gli afroasiatici a colpi di insetticida.”

“Non mi aspettavo di sentire una simile vaccata proprio da te. Ma capisco che sia infinitamente più comodo fare la cinica ad oltranza piuttosto che essere costretta ad ascoltare la voce della coscienza. Te lo ricordi ancora che cosa è? E’ quella scossa fastidiosa che senti ogni volta che stai facendo una porcheria, quello scomodo impulso che ti obbliga a nuotare verso la riva invece che lasciarti trascinare dalla corrente. Ma guardati! Da quando sono tornata faccio fatica a riconoscere in te la persona che un tempo stimavo. Faccio fatica a riconoscervi tutte: dove sono finite le militanti della nuova controcultura? Come avete potuto permettere che vi addormentassero le coscienze a questo livello? Non vi rendete conto che ormai non siete più capaci di affrontare la realtà senza la vostra soma, per trovare il coraggio di conversare, bere e scopare con degli assassini!”

Diana è in piedi, fremente, quasi cianotica, imponente e terribile nella sua ira. Fulvia chiude gli occhi, stanca.

“Va bene, va bene, basta! Sapevo che era solo questione di tempo e poi te ne saresti venuta fuori con la tua crociata. Sei sempre stata molto brava a puntare il dito sulle nefandezze altrui, tu. La nostra soma, eh? E la tua? Credi di essere molto migliore di noi tu, che per affrontare la realtà hai bisogno di scavarti continuamente un ruolo da eroe, da salvatore del mondo? L’idea che il mondo non abbia nessuna voglia di essere salvato da te non ti ha mai sfiorato? Ma lasciamo perdere. Scommetto che hai già un piano e che ti servono solo un pugno di martiri della libertà per portarlo a termine.”

Le parole di Fulvia raggiungono il bersaglio. Diana, colta alla sprovvista, si lascia scivolare per terra.

“Probabilmente ho un piano, certo.” farfuglia confusa. “In quanto ai martiri della libertà, non ho mai chiesto a nessuno di essere immolato al mio posto, mi pare.”

 “Allora che cosa vuoi da me?”

“Niente. Sei tu che hai voluto iniziare questa conversazione.”

“Adesso sei tu che insulti la mia intelligena. Io ti conosco ancora perfettamente: è dall’estate scorsa che ci stai girando intorno. Se Cat ti avesse mandato al diavolo io ero la seconda sulla lista, prova a negarlo. Allora?”

Un lungo silenzio, punteggiato dai rumori soffici del traffico, nella strada.

“Non posso sperare di farcela da sola.” capitola infine Diana. “Mi serve parecchio supporto, soprattutto morale. Tu e Cat siete le uniche di cui mi posso fidare.”

“Supporto morale, eh? Se le cose vanno male quel tipo di supporto si chiama favoreggiamento. Da sei mesi a cinque anni. Non ci siamo: non mi hai ancora convinto. Secondo te perchè una cinica ad oltranza dovrebbe rinunciare alla sua comoda esistenza imbevuta di stupefacenti a basso prezzo per un futuro incerto e sicuramente non migliore di questo?”

“Adesso basta. Sono quasi le sei e mezza, devi dormire. Ne parliamo un’altra volta: non c’è nessuna fretta.” conclude Diana alzandosi e tendendo una mano a Fulvia, che si alza malferma, piena di dolori alle articolazioni e brividi. Si lascia togliere di mano la bottiglia, condurre in camera, coricare sotto la trapunta, rimboccare le coperte e dare il bacio della buonanotte senza reagire. ‘Canaglia.’ è il suo ultimo pensiero prima di crollare esausta in un sonno inquieto ‘Sai benissimo che lo farò. Sai sempre tutto, tu.’

 
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