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le eredi della terra

Memoria di Massa e Memoria Nascosta

Una lacrima
da conservare
per vedere l'universo

15.

La luce viola dell'interfono lampeggia furiosamente. Sandra la osserva dapprima con lo sguardo vitreo dell'eroina, poi, faticosamente, allunga un braccio e aziona il microfono.

"Che c'è?" farfuglia faticosamente cercando di liberarsi dalla massa inanimata di Nicola, che giace di traverso, bocconi, su di lei dopo l'ultimo, disgustoso assalto.

"L'Onorevole Schultz desidera parlare all'Onorevole Bacci in privato." scandisce impassibile il maggiordomo.

"Digli che l'Onorevole Bacci è impegnato e che non può riceverlo adesso."

"Mi sono permesso di prendere questa iniziativa senza consultarla, ma l'Onorevole Schultz insiste che è una questione importante."

Sandra sbadiglia nauseata e si passa una mano sugli occhi.

"Va bene. Intrattienilo, fallo bere, dagli tutto quello che chiede mentre sveglio l'Onorevole. E manda qui Cristina, subito."

"Cristina sta aspettando fuori dalla porta, Signora. Mi sono permess ..."

"Sì, sì, va bene, risparmiami il tuo efficientismo." Sandra spegne il microfono dell'interfono e afferra una vestaglia. Barcollando va ad aprire la pesante porta di mogano, dietro la quale l'infermiera privata di Nicola aspetta impassibile, l'ipodermica pronta su un vassoio sterilizzato.

"Come va la festa?" le chiede Sandra appoggiata allo stipite, cercando di allacciare la cintura della vestaglia senza molto successo.

"Ottimamente." risponde Cristina avvicinandosi al letto sfatto. Nicola ha gli occhi semichiusi e respira a fatica. "Gerolamo mi suggeriva di aiutarla a rivestirsi per fare un giro di sotto."

"Si sente la mia mancanza?" commenta Sandra ironica.

Cristina non risponde: scopre con gesti esperti il braccio di Nicola, pratica l'iniezione e massaggia la pelle bluastra finchè Nicola riapre di colpo gli occhi.

"Sì. Sono pronto. Qual è il problema?" dice con una voce profonda e rassicurante.

"L'Onorevole Schultz desidera parlarti. E' urgente." dice Sandra sprezzante avviandosi verso il bagno. "Cristina ti aiuterà a rivestirti."

 

L'Onorevole Schultz non ama gli italiani. Come coordinatore della produzione di apparecchi elettronici per la casa gli tocca passare almeno un paio di giorni al mese alla Zanussi, ma cerca sempre di concludere le visite in tempo per l'ultimo aereo della sera. Preferisce cenare con sua moglie a casa sua, una villa bianca, fredda e austera come la signora Schultz, affacciata su un'ansa dell'Elba, piuttosto che dover passare del tempo con imbonitori da strapazzo e palloni gonfiati, come solitamente definisce i suoi colleghi italiani fuori dalle sedi ufficiali di lavoro. Questa volta Bacci lo aveva incastrato promettendogli Brunello riserva speciale e donne focose, due piaceri ai quali Schultz non sapeva resistere, ed ora, passeggiando nervosamente avanti e indietro sul tappeto della biblioteca di casa Bacci, con il rumore della festa attutito dalle spesse pareti di pietra, rimpiange amaramente di aver dato ascolto ai suoi ormoni invece che al suo cervello.

Nicola entra da una porta nascosta, gli occhi lucidi e tirati, un pallore malato appena attenuato dal fondotinta, la mano tesa e leggermente tremante.

"Hans, sono venuto appena ho potuto. Qual è il problema."

"Nicola, mi dispiace di averti disturbato e mi dispiace ancora di più doverti fare questa domanda, ma purtroppo non ho scelta. Una delle ragazze mi ha sottratto il portafoglio. La domanda è: chi te le procura? Ci si può fidare?"

Nicola deglutisce un paio di volte, la gola improvvisamente secca, mentre un lampo gli attraversa il cervello: il tedesco sta cercando di incastrarlo. Risponde lentamente, prendendo tempo.

"Ti prego di credere, caro Hans, che le ragazze sono assolutamente fidate. In realtà, caro Hans, le ragazze non sono affatto quello che pensi tu: sono tutte ragazze di ottima famiglia. In particolare, Diletta è la figlia di Carlo Enrico."

La freccia ha raggiunto il bersaglio. L'Onorevole Schultz arrossisce e sussulta alla menzione del nome del ministro mentre lo stesso lampo gli attraversa il cervello: il dannato italiano lo ha incastrato. Sicuramente ci sono telecamere nascoste in ogni camera.

"Comunque, caro Hans, posso senz'altro aiutarti personalmente a ritrovare i tuoi documenti. Anzi. Sono sicuro che Gerolamo li ha già ritrovati e messi sotto chiave, se li hai perduti nel salone. Controlliamo."

Il maggiordomo si materializza dieci secondi dopo che Nicola ha premuto un bottone invisibile sullo scrittoio del Quattrocento toscano.

"Gerolamo, ascolta la descrizione dei documenti che ti farà l'Onorevole Schultz e dimmi se per caso sono stati ritrovati nel corso della serata."

L'Onorevole Schultz, a denti stretti, descrive accuratamente il portafoglio smarrito sotto lo sguardo impassibile di Gerolamo.

"Credo, signore - dice quest'ultimo alla fine senza alcuna emozione - di avere effettivamente rinvenuto l'oggetto in questione. Era sotto un divano del salotto rosa, che come lei ha ordinato è stato riordinato mezz'ora fa. Naturalmente non l'ho aperto, ma se i signori mi consentono vado a prenderlo e l'Onorevole Schultz potrà verificare se l'oggetto è di sua proprietà. Con permesso."

Nicola annuisce congedando Gerolamo, quindi accende una sigaretta e sorride affabilmente all'Onorevole Schultz che invece adesso ha una pessima cera.

"Sono sicuro che si tratta proprio del tuo portafoglio, o Gerolamo non si sarebbe sbilanciato: quell'uomo è assolutamente impagabile. Sandra ed io saremmo persi in questa casa senza di lui."

 

Sandra, che è riuscita a rivestirsi e rifarsi il trucco nascondendo anche i segni blu lasciati da Nicola e dall’ipodermica, sta distribuendo sorrisi tirati agli invitati che sembrano voler piantare le radici nel salone di casa sua, ma segue con la coda dell'occhio i movimenti di Gerolamo e appena lo vede eretto nel suo solito punto di osservazione gli si avvicina.

"Che cosa voleva quello stronzo?" sibila senza muovere le labbra e continuando a sorridere.

"Aveva perso il portafoglio. E' stato ritrovato. Tutto risolto." risponde Gerolamo senza muovere un muscolo. Sandra annuisce impercettibilmente e ricomincia a navigare per il salone sempre sorridendo. Un giorno - pensa faticosamente - avrò il piacere di sbatterti fuori a calci in culo maledetto lacchè. Un giorno quel figlio di puttana del tuo padrone commetterà un errore a cui non potrai porre rimedio e allora sarà finita anche per te. Voglio vederti strisciare tra gli accattoni della stazione centrale, voglio vederti costretto a farti della stessa merda di cui rifornisci quell’imbecille di Nicola, tu e tutti i tuoi amici pusher. Giuro che ti farò pagare tutto quello che mi stai facendo, a te e al tuo degno padrone: nessun prezzo sarà mai abbastanza alto per il modo in cui mi state trattando.

Una mano le sfiora il braccio e Sandra sobbalza tradendosi per una frazione di secondo: una bellissima e giovanissima ragazza bionda completamente fatta e discretamente discinta le sorride vaga.

"Ciao Diletta, ti stai divertendo?" chiede Sandra attivando automaticamente il programma padrona-di-casa-modello.

"Moltissimo." biascica la figlia del ministro appendendosi al braccio di Sandra per non cadere "Solo che adesso devo proprio tornare a casa o papi si incazza davvero. Che ore sono?"

"Le cinque e mezza. Vuoi fare colazione prima?" e Sandra lancia un'occhiata a Gerolamo, che si avvicina subito.

"No, no. Vado. Sveglia l'autista. O forse ero qui con Massimo? Non ricordo più." ed esplode in una risata sgangherata.

"Massimo non è in condizioni di riportarti a casa. Gerolamo ti farà accompagnare dal nostro autista. Sono felice che ti sia divertita." Sandra la consegna a Gerolamo e resta ferma, il sorriso incollato alla faccia come tappezzeria, fino a che la schiena nuda di Diletta scompare sotto la cappa di visone chiaro. Allora si gira e sente qualcosa scricchiolare sotto la suola della scarpa. Solleva il piede distrattamente: sul pavimento scintilla un rettangolo di plastica argentata, con una banda magnetica, leggermente incrinato dal tacco della scarpa di Sandra.

"Dev'essere l'apricancello di Diletta." pensa Sandra infilandolo nella minuscola tasca del vestito da sera, dove si incastra alla perfezione. "Appena torna lo stronzo lo rispedisco indietro a riportarglielo."

 Ma quando Gerolamo riappare nel salone Sandra è riversa, priva di sensi, sul divano del salotto azzurro tra le braccia dell'Onorevole Aspesi, che, probabilmente ignaro, ha infilato una mano sotto il vestito e le sta baciando con gusto il collo ed il seno.

 
16.

“A noi due. Sono tutta orecchi.”

Cat è sdraiata sul divano del soggiorno di Fulvia. Una lattina di birra trasuda gocce di condensa sul tavolino, il ghiaccio nel the freddo di Diana si sta sciogliendo rapidamente: la notte non ha placato il caldo afoso dell’estate milanese.

“Non c'è veramente molto da dire.” comincia Diana giocherellando con il bicchiere di thè sempre meno freddo. “La mia vita è sicuramnte molto più banale della tua.”

“Don’t give me that crap. Sei la persona più misteriosa che conosco. Non credere che non abbia notato la tua tattica di rimbalzare le domande dirette. Ma con me non attacca: non ho l’ego ipertrofico di Carla e Sandra o la logorrea di Fulvia e Laura, stasera sono anche pulita come un fischietto e quindi non hai scampo. Ti ho salvato la vita. Ti ho raccontato tutto di me comprese le parti scabrose – non che mi ricordi niente ma so che cosa succede quando mi faccio di speed. You owe me. Comincia e vedi di essere esauriente.”

Diana sorride, sorseggia il suo the e sospira.

“Comincio con la mia nascita o saltiamo alle parti salienti?”

“Comincia dalle parti salienti, il che potrebbe anche includere la tua nascita.”

“Per carità: parto naturale, i miei erano e sono ancora regolarmente sposati, in provincia di Varese, nel ventre della vacca. Ho un fratello maggiore che lavora in banca e la mia vita è stata noiosissima fino all’università.”

“Che cosa è successo all’università?”

“Molti uomini, quasi tutti solo per una notte. – risponde pronta Diana - Avevo gli ormoni impazziti: alle volte mi sentivo così male che sarei andata letteralmente col primo che passava. Se mi trattenevo era solo per paura di restare incinta e dell’AIDS, nota bene: in questo ordine!”

Diana ride, ma Cat scuote la testa.

“No cara, questa è la tua bella cortina di fumo per sviare di nuovo il discorso. E va bene, se non vuoi parlarmi della tua vita parlami almeno dei tuoi amori. Coraggio: le tue amiche mi hanno già detto tutto, ma voglio la versione originale.”

“Ma ho davvero poco da dire! Ho amato solo tre uomini finora. Scommetto che il primo non si ricorda nemmeno che esisto, ma non per questo l'ho amato di meno. Ero al liceo: lui insegnava ginnastica, aveva ventisei anni, io sedici. Era bellissimo, per i canoni estetici del tempo, aveva gli occhi verdi ed i capelli biondi, lunghi fino alle spalle, che buttava indietro con uno scatto laterale del collo, sempre lo stesso: i suoi muscoli guizzavano sotto la pelle perennemente abbronzata ed io non capivo più niente. Non sono stata la sua prima minorenne, ne' l'ultima. Credo che non abbia nemmeno pensato per un attimo che io fossi qualcosa di più di una scopata. Io ero vergine e ho fatto l'amore con lui perchè avevo deciso che almeno la prima volta avrebbe dovuto essere con qualcuno che amavo veramente. Mi dicevo che non era importante se lui non mi amava e che se anche l'avessi fatto con lui solo per una volta ne sarebbe valsa la pena. Beh, la cosa più ridicola di tutta la storia è che lui nemmeno si è accorto che ero vergine. Cioè, io non sapevo come dirglielo e lui ha dato per scontato che non lo fossi. Perdipiù non c'è stato nessuno spargimento di sangue, tanto che poi per anni ho creduto che la verginità fosse una balla inventata dalle nostre madri.

“Comunque, lui mi ha cercato ancora un paio di volte, per scopare, e io l'ho adorato in silenzio per anni. Ero così innamorata di lui che non mi accorgevo nemmeno dell'esistenza degli altri ragazzi: una volta ho perfino umiliato pubblicamente un povero tizio, un mio compagno di classe, che apparentemente mi aveva fatto una corte spietata fino dalla prima liceo. La cosa era di dominio pubblico, ma come sempre l'ultima a saperlo sono stata io. Alla festa di fine corso, evidentemente disperato, mi ha invitato a ballare e ha tentato di baciarmi. Io sono rimasta interdetta per qualche secondo e poi gli sono scoppiata a ridere in faccia. Devo anche aver fatto una battutaccia terribile, tanto per peggiorare le cose. Lui non si è ripreso per mesi, io ho vissuto per anni con il rimorso di avergli rovinato la vita e con una pessima reputazione.”

“Sì, vabbè, roba da liceali, appunto. Gimme more, sister!” incalza Cat inesorabile.

“Vuoi dire Stefano? Quello di cui ti hanno sicuramente parlato tutte? Non so se c’è ancora qualcosa che non sai. Comunque, vediamo ... ci siamo trovati vicini di banco ad un seminario di filologia e alla fine dell'ora siamo andati a casa sua. Siamo stati insieme per tre anni, siamo andati insieme in Cina; poi è finita come era cominciata: da un momento all'altro. Una mattina di settembre ci siamo alzati, abbiamo fatto colazione, lui ha detto che doveva decidersi ad andare a Beijing per discutere gli ultimi capitoli della sua ricerca sulle industrie tessili e io ho detto che alcuni ricercatori di un'altra spedizione avevano noleggiato un aereo per recarsi a Beijing il giorno stesso. Abbiamo concluso che sarebbe stata un'ottima opportunità per andare, tantopiù che avevamo bisogno di vestiti per l'inverno e oggetti per la casa difficili da trovare in paese. Due ore dopo Stefano era partito e quando l'aereo è tornato la settimana dopo c'era un pacco con le cose che avevo chiesto, nient'altro. Sapevamo entrambi che sarebbe stato così: nessun dolore, nessun risentimento, nessun rimpianto. Questo forse non rientra nella definizione di amore, ma la storia con Stefano è senz'altro la più bella che abbia mai avuto. E' stata l'unica in cui non mi sono mai sentita inadeguata, insicura, fuori luogo. Stefano è uno di quei rarissimi esemplari di maschio che ama le donne in quanto tali: totalmente, appassionatamente e lucidamente al tempo stesso. Mi ha portato fino ai confini dell'amore, della felicità e del piacere tra un uomo ed una donna. Ma non bastava, non bastava a nessuno dei due. Stefano è poligamo: il suo amore è cosi grande che non può limitarsi ad una sola donna. Nessun problema in questo. Non c'è mai stato bisogno di cercare o trovare scuse: nel nostro quotidiano c'era posto anche per gli altri amanti, senza drammi ne' fanfare. Non ho la minima idea di chi fossero le sue altre donne ai tempi in cui stavamo insieme, ne' a lui interessava sapere quali erano i miei amici. All'inizio sembrava tutto molto semplice e naturale, ma con il passare del tempo abbiamo capito che non avrebbe potuto funzionare. Stavamo benissimo insieme, ci volevamo bene, eravamo buoni amanti, ma era come se mancasse qualche elemento nella nostra chimica di coppia e non siamo mai riusciti a capire che cosa. In realtà non ci abbiamo mai nemmeno provato: stavamo troppo bene per occuparci di problemi così triviali.”

“Commovente, se non lo avessi già sentito dalle tue amiche e a dir la verità la loro versione non è stata nemmeno così diversa dalla tua  Quindi mi vorresti dire che non ti crea nessun problema sapere che Stefano si scopi Sandra?”

Diana fa spallucce.

“Fosse solo lei! Stefano scopa qualunque femmina che ci sta. In Sandra ha trovato una specie di anima gemella e il loro rapporto sarà eterno. Mi fa piacere per entrambi, mi devi credere.”

“E ti credo perchè conosco Stefano e da quello che ho capito di Sandra quei due si meritano.” dice Cat e si accorge troppo tardi di quello che ha detto. Diana la guarda sorniona, un sorriso appena accennato. Cat balza in piedi stizzita, evitando il suo sguardo.

“OK, comunque non divaghiamo. Siamo arrivati al grande amore numero tre?”

“Xiao Li. – riprende Diana cancellando il sorriso – Avrei potuto cominciare da lui, adesso che ci penso. E' entrato nella mia vita in maniera impercettibile, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, finchè ha occupato tutti i miei pensieri, tutte le mie azioni, tutti i miei giorni e le mie notti. Alcune volte mi svegliavo ansimando da un incubo in cui lui mi voltava le spalle e se ne andava mentre le porte dell'ascensore in cui mi trovavo si chiudevano e l'ascensore cominciava a muoversi su, su, su, sempre più su, fino ad uscire dal palazzo e iniziare una folle corsa in tutte le direzioni. Altre volte lui restava nell'ascensore con me, imperturbato dal mio terrore crescente, silenzioso, guardando con interesse l'impossibile paesaggio fuori dallo specchio, poi schiacciava un bottone e l'ascensore rallentava dolcemente, si fermava e le porte si aprivano normalmente al piano terra. Ma il più delle volte restavo sveglia, mentre lui dormiva vicino a me. Non mi stancavo mai di guardare la sua pelle, così bianca, incredibilmente vellutata, i suoi capelli neri, lisci e lucenti sparsi sul cuscino bianco come alghe sul fondo del mare. Non mi stancavo mai di vederlo muovere, mangiare, leggere, scrivere, sorridere, respirare. Quando parlava ero incantata dalla sua voce, dal suo modo di pronunciare alcune parole, di costruire le frasi. Parlava poco e quando lo faceva mi sembrava che pronunciasse solo profonde verità, o comunque concetti su cui meditare. Le altre donne lo consideravano affascinante, per me era spaventosamente inquietante perchè sapevo che non sarei più riuscita a fare a meno di lui. Sua madre si lamentava che io le avevo stregato il figlio e consultava febbrilmente fattucchiere e maghi perchè lo liberassero dall'incantesimo, ma avrebbe dovuto dirigere altrove i suoi sforzi: avrei potuto dimostrarle facilmente che la vittima di qualunque incantesimo ero io, se ne avessi avuto la forza.

“Per qualche strana ragione le ragazze sono convinte che io abbia lasciato Stefano per Xiao Li: naturalmente non è affatto vero. Certo, lo conoscevo già: faceva parte del gruppo di ricercatori dell’università di Beijing ed è stato lui a farmi assumere dalla S-B, ma questo è successo più di un anno dopo che Stefano è partito e ancora non era iniziata quell'intimità che porta all'innamoramento. E quando è iniziata, Stefano non era nemmeno più un ricordo: apparteneva ad una vita che non era più la mia.

Sono stata io invece a lasciare Xiao Li. Ho chiesto di essere trasferita perchè sapevo che qui non mi avrebbe potuto raggiungere. Non perchè volevo sottrarmi al suo incantesimo, oh no, al contrario: l'ho fatto perchè non voglio perderlo e se fossi rimasta con lui l'avrei perso sicuramente.”

“Come sarebbe a dire? Non capisco.”

“Noi occidentali tendiamo a relazionarci all'ambiente in termini squisitamente egoistici; ci preoccupiamo solo di risolvere le difficoltà immediate che incontriamo sulla nostra strada o che i cambiamenti ambientali comportano per noi stessi, ma molto raramente pensiamo ai traumi che noi causiamo all'ambiente circostante e questo è - oltrechè egoista - molto stupido perchè inevitabilmente nel lungo periodo, questi traumi si ripercuoteranno su di noi. Amare Xiao Li non era facile, significava adattarmi ad un modo di vivere e di pensare radicalmente diverso da quello a cui ero abituata, ma io perlomeno avevo già deciso di andare a vivere in Cina, di imparare la lingua, di conoscere e adottare le abitudini locali: desideravo fare tutto questo indipendentemente da Xiao Li; sapevo che in qualunque momento sarei potuta tornare indietro, a casa. Ma dal suo punto di vista, amare me era quasi impossibile.

“Lui avrebbe dovuto vivere da straniero in patria, ripudiato da tutta la sua famiglia e dalla maggior parte degli amici, oppure seguirmi in un paese per il quale non aveva il minimo interesse, imparare una lingua oscura e costumi primitivi. Avrebbe dovuto ripudiare la propria famiglia, regredire nella scala sociale, sradicato da tutto, senza altro centro di gravità se non me. Quante possibilità di rimanere legati pensi che ci sarebbero state, in queste condizioni? Quante occasioni di rimpiangere una decisione impulsiva si sarebbero presentate? Ma non basta: difficilmente Xiao Li avrebbe potuto tornare sui suoi passi, una volta presa la decisione: l'ultima cosa che un cinese può permettersi è di perdere la faccia.

“Xiao Li sarebbe stato disposto a fare tutto questo e anche di più, se glielo avessi chiesto o anche solo permesso, ma io non me la sono sentita di prendere un rischio così grande: le ragioni del cuore hanno ceduto alle ragioni della mente. Anche questo è contrario alla definizione di amore, ma è facile dire segui il tuo cuore dalle pagine di un libro e chiudere il libro quando la storia è finita: la vita continua, il tempo passa e non si ferma a vissero tutti felici e contenti. La vita è sofferenza: io ho scelto la sofferenza minore.

“Non so se ho fatto la cosa giusta, certo. Quando non riesco a dormire, quando la vita mi sembra troppo dura o solamente non abbastanza interessante, è praticamente inevitabile abbandonarsi alle fantasie morbose, alle ipotesi. E' inevitabile rinnegare le decisioni prese, qualunque queste siano: non c'era un libretto di istruzioni allegato alla mia vita.

“Ci sentiamo, ogni tanto, non troppo spesso: ogni volta sono devastata per giorni. Altre volte mi prende il desiderio di rivederlo, ancora una volta, solo per una volta e poi basta: anche questo mi fa male come un attacco di malaria. Ma poi passa: tutto passa e ritorna e se ne va di nuovo. Tranne Xiao Li. E' dentro di me, ci resterà per sempre. So - non è una sensazione, è una certezza - che fra molti, forse moltissimi anni, quando riusciremo ad essere oltre ogni passione carnale, al centro della grande ruota, Xiao Li verrà a riprendermi e vivremo - moriremo - per sempre, insieme.”

 

"OK - dice Cat dopo una breve pausa densa di pensieri - una cosa è sicura: il tuo Xiao Li scopa da schifo, altrimenti non avresti bisogno di tutte queste seghe."

 

Ed entrambe si abbandonano alla risata che suggella l’inizio della loro complicità.

17.

Laura e Andrea abitano nel centro storico, in una casa di ringhiera affacciata sul Naviglio Grande, ai bordi del vecchio quartiere degli artisti. L’edificio è stato ristrutturato con i canoni estetici in voga alla fine degli anni ottanta, ora stridenti nella fase di declino inesorabile che precede la demolizione o una nuova ristrutturazione radicale.

“Amo questo quartiere.” dice Laura scolando la pasta. “Forse lo amo di più ora che è palesemente fuori moda di quando ci siamo venuti ad abitare. Allora era pieno di jazz club e birrerie rumorose, c’era traffico fino alle tre di notte e nei weekend neanche i doppi vetri ci salvavano dal chiasso. Adesso è così silenzioso che sembra di stare in campagna: doveva essere così un secolo fa.”

“Anche solo cinquant’anni fa.” dice Fulvia trangugiando salatini. “E’ stato il blob degli anni ottanta che l’ha rovinato. Io invece non ho mai capito perchè tu e Andrea abbiate scelto di abitare in un posto così fighetto invece che rimanere a Porta Venezia.”

“E’ l’aspetto decadente che ci ha convinto. Andrea ha sempre amato il postmoderno e dieci anni fa Porta Venezia si stava avviando verso l’infighettamento mentre i Navigli cominciavano ad essere leggermente passè.”

“Passè o no le zanzare, gli scarafaggi e i ratti che ci sono sui Navigli fanno concorrenza a Milano Sud.” commenta Cat stappando il vino. “Quello che mi fa impazzire di Milano è che i prezzi delle case sono inversamente proporzionali al comfort e all’igiene. Perchè la gente paga di più per stare nei vicoli e nelle paludi?”

“Perchè non tutti hanno il privilegio dell’equo canone in piazza Duomo.” ribatte Carla acida.

“Non so di che cosa stai parlando: il mio contratto è uso foresteria nel quartiere africano.”

“Parla di Sandra e Nicola, naturalmente.” dice Laura. “Carla, devo dire che la stai prendendo troppo male questa storia. Ci saranno sempre persone più ricche di te e Daniele al mondo.”

“Non è il denaro che mi fa incazzare, sono i privilegi di quella gente!”

“OK, allora rassegnati al fatto che ci saranno sempre persone più privilegiate di te al mondo. Di che cosa ti lamenti? Daniele fa più soldi di quelli che riuscirete a spendere in due vite.”

“Una vita sola insieme a quell’ameba è più che sufficiente, grazie.”

“Quando fa così la strozzerei.” sibila Cat a Diana che è rimasta silenziosa nel suo angolo ad assistere al teatro delle sue amiche.

“E’ molto difficile non desiderare nulla. Più difficile che desiderare troppo.” sussurra Diana sorridente come Monna Lisa. “Avrai molti desideri anche tu.”

“No, non direi. A dire il vero non ci ho mai pensato. Quello che voglio di solito me lo prendo.” e Cat trangugia un gran sorso di vino.

“Cat è spaventosamente simile ad un uomo delle caverne.” commenta Fulvia inserendosi nella conversazione. “Che cosa arriveresti a fare per ottenere qualcosa che desideri?”

“Molto poco.” Cat, sfidata, erge spavalda il mento e afferra la bottiglia per il  collo. “Se non posso avere facilmente quello che desidero perdo subito interesse: non spreco tempo ed energie in battaglie impossibili, io.”

“Questa poi!” esclama Carla schiacciando le patate come se fossero la testa di Cat. “Vogliamo parlare della tua scalata ai vertici della Starnet?”

“Io non scalo un bel niente. In Starnet si va avanti a gare, io gioco per vincere. Se so che non posso vincere una gara non partecipo nemmeno. Se è così che si fa carriera bene, a me interessa solo divertirmi.”

“E i soldi?”

“Se non ci sono i soldi non mi diverto.” conclude Cat sbattendo la bottiglia sul tavolo, gli occhi fiammeggianti. I duellanti rimangono immobili per un attimo, congelati: Cat in piedi, con i muscoli tesi e la mano appoggiata al collo della bottiglia, pronta a scattare in avanti; Carla con lo schiacciapatate come una clava, pronta a colpire Cat se si avvicina. Laura batte le mani.

“Fine del primo round, signore. Adesso andiamo a tavola.”

 

Le cene di Laura non sono mai state celebri per il cibo, consistente in massima parte di piatti pronti riscaldati nel microonde, ma per l’atmosfera rilassata e familiare che induce alle chiacchiere e alle confidenze. Il matrimonio con Andrea non aveva modificato la capacità di intrattenimento della casa, soprattutto perchè le cene con le amiche di Laura venivano organizzate esclusivamente in sua assenza. Laura non si faceva intimorire dalle apparenti divergenze inconciliabili delle ragazze: sapeva per istinto quali strumenti utilizzare per sdrammatizzare ogni situazione e lasciava libero sfogo alle scaramucce rituali prima dell’antipasto. Tra una portata e l’altra scioglieva la tensione tra Carla e Cat, risvegliava l’istinto mondano di Fulvia, coccolava la timidezza di Diana. Risultato: le amiche arrivavano al caffè in perfetta sintonia.

“Quando siamo insieme come adesso, mi sembra che il tempo si sia fermato.” dice raggiante sedendosi su un grande cuscino ricamato.

“Magari fosse così! Invece le rughe incalzano.” sospira Carla.

“Le rughe non contano, basta che non siano nel cervello.” rilancia Cat. “Però a me non piace questa sensazione di immobilità temporale: mi sembra di girare in un cerchio senza mai combinare niente.”

“E che cosa vorresti mai combinare? Tanto alla fine devi morire proprio come tutti gli altri.” commenta Fulvia soffiando in aria una grande boccata di fumo.

“Oddio, non sono neanche le dieci e siamo già al senso della vita!” sbotta Carla.

“Veramente io volevo solo dire che sto bene con voi come stavo ai tempi della scuola” puntualizza Laura “ma forse Cat ha ragione: passano gli anni e noi trascorriamo la nostra vita senza lasciare un segno memorabile del nostro passaggio.”

“Questo proprio non si può dire. Abbiamo un broker rampante, una sociologa di chiara fama, due guru della comunicazione multimediale e una futura madre felice.”

“Che cosa intendi dire, futura madre felice?” chiede Fulvia interrompendo a mezz’aria il tragitto della sigaretta verso il posacenere. Le altre sono protese verso Carla, perplesse. La cenere cade sul tavolo ma nessuno si muove.

“Ebbene sì. Sono una mamma in attesa.”

“Come puoi fare una cosa simile!” esplode Cat avvampando. Laura sgrana gli occhi e sembra cadere in avanti, Fulvia schiaccia il mozzicone con deliberata meticolosità. Solo Diana rimane calma, ma gli occhi si muovono rapidi indagando le espressioni delle amiche. Carla si guarda intorno divertita.

“Perchè? Ho sempre desiderato un figlio.”

“E per farne che?” abbaia Cat aggressiva.

“Come sarebbe a dire per farne che?” si difende Carla cercando con lo sguardo la complicità delle altre “Per farlo crescere, per farlo vivere ... insomma, che razza di domande fai!” conclude stizzita evitando lo sguardo accusatore di Cat.

“Non pensavo che volessi un figlio da Daniele.” interviene Fulvia lanciando a Cat uno sguardo di disapprovazione.

“In quanto a questo puoi dormire tranquilla: non è suo.”

“Non dirmi che è il regalo di qualche rimorchio da strada.”

“Spiritosa. Inseminazione artificiale, DNA controllato. Abbiamo fatto le cose per bene.”

“Lo porti tu?” chiede Laura ignorando Cat che si sta producendo in una serie di smorfie di disgusto e lancia chiari segnali di disagio fisico.

“Neanche per idea. Incubatrice svizzera, ci costa un patrimonio, ma Daniele non vuole correre rischi e del resto neanch’io.”

“Beh, francamente la notizia mi lascia sconcertata.” dice Fulvia con il tono di chi si è già stufato dell’argomento. “Diana, sei così silenziosa, c’è qualcosa che non va?”

Diana lancia un silenzioso messaggio di solidarietà a Cat, che si è rinchiusa nel suo universo interiore circondato da un silenzio imbronciato, prima di rispondere.

“No, niente. Sono solo un po’ frastornata perchè le cose stanno cominciando a tornare nella mia memoria, tutto qui. Continuate a parlare: è molto piacevole ascoltarvi.”

 

La sensazione, fortissima, di essere fuori da un acquario, nella platea di un cinema, di vedere e sentire i personaggi muoversi in un mondo a cui non si appartiene. Poi un movimento di lento risucchio verso l’acquario, verso lo schermo e di colpo ritrovarsi dentro la scena e contemporaneamente guardarsi. Le parole, le espressioni, le situazioni irrompono nella parte cosciente della mente: la Cina è solo un vago ricordo, un vecchio film. Torna la sua vita precedente, le sue vite precedenti. Torna la vita in cui era succube di genitori iperprotettivi, la vita imbozzolata nel loro affetto e nelle loro immani aspettative, quella che voleva finire dopo soli sedici anni, quella che ha finito poi andandosene via da casa. Tornano gli anni dell’università, delle follie, delle lunghe notti e dei giorni talmente brevi che il ricordo sembra impiantato, quegli anni in cui era così povera da non avere i soldi per mangiare, ma era così libera da esserne quasi smarrita. Torna la vita in cui l'unica cosa di cui avesse paura era la polizia, la vita in cui tutto girava intorno ai cinque sensi ed alle loro alterazioni: la più eccitante e la più spaventosa delle sue vite. Torna, con il dolore di allora, con il dolore che l’aveva fatta fuggire, la consapevolezza di non contare nulla, di non avere nessun ruolo, nessun significato, di essere solo un errore genetico sul bordo estremo di un universo indifferente.

 

“Vorrei sapere che cosa ne pensa Diana.” le parole di Laura aprono un varco nella coscienza, Diana si riscuote e sorride imbarazzata.

“Che cosa dici? Non sono stata attenta all’ultima parte della conversazione.”

“Sei d’accordo che le nuove chatrooms sui Media sono un chiaro sintomo della decadenza dei rapporti interpersonali nella società dell’informazione oltre che una truffa legalizzata?”

Laura è seria, ma le altre ragazze esplodono in risatine di scherno.

“A quanto ho potuto osservare la maggioranza della popolazione le ritiene un servizio utile ed è disposta a pagare parecchio per le abilitazioni.” dice Diana prendendo tempo.

“E questo perchè favoriscono i rapporti interpersonali, come potresti facilmente constatare se solo ti degnassi di provare!” aggiunge Fulvia.

“Ci ho provato, ma ho solo perso del gran tempo.”

“Ovvio. Tu non hai bisogno di quel tipo di rapporti interpersonali: sei l’unica di noi felicemente sposata.” commenta Carla.

“Non è quello, è che io preferisco ancora guardare in faccia la gente prima di decidere se parlarci o no.”

 

Laura, solare e sincera, l’unica capace di guardare negli occhi il male e riderne. Gli anni sembrano esserle scivolati addosso lasciando solo qualche ombra sotto gli occhi vivaci di sempre, ma la sua fiducia nell’innata bontà del mondo splende incrollabile nel viso rotondo, nella bocca piena, nei gesti ariosi, nell’energia instancabile che comunica gioia di vivere. Solo l’energia positiva di Laura era in grado di risollevare il morale delle amiche dopo gli esami falliti, le crisi amorose ed esistenziali: i mille problemi dell’adolescenza; lei era sempre lì, disponibile, per tutte, in qualunque momento. Adesso Diana aveva visto per un attimo, un solo istante, la sua essenza spirituale, l’epicentro della sua forza. Cercava di ritrovare quella sensazione ora, in mezzo alle chiacchiere fatue del dopocena, tra le battute e gli sguardi così familiari ma ancora distanti. No, l’aveva perso, l’estraniamento si scioglieva come il gelato nella coppa dimenticata sul tavolo. Stava tornando, stava tornando in quel mondo da cui era fuggita e a cui non aveva potuto sfuggire. Tutto si stava ricomponendo inesorabilmente nella sua mente: già le parole perdevano l’alone di indeterminatezza che stimola visioni, assumevano contorni semantici netti a cui il cervello si avviluppava come un parassita.

 

“Come va il riadattamento? Ti sei abituata alla disinfestazione?” la mano di Laura sul suo braccio, la voce piena di calore, genuina attenzione.

“Bene. Sì, è tutto a posto.” mente Diana cercando di trattenere la sensazione, sempre più lontana, sempre più inafferrabile “Ultimamente anch’io passo molto tempo navigando sui Media.”

 
18.

Leggere la storia degli ultimi anni dai Media è come sfrecciare a duecento all'ora su una strada di campagna: ogni dieci minuti bisogna fermarsi a ripulire il parabrezza dal fango e dagli insetti spiaccicati o si rischia di finire in un fosso. La quantità di informazioni accumulate nelle banche dati pubbliche è talmente grande che Diana ha impiegato quindici giorni solo per selezionare le fonti. Alla fine ha deciso di utilizzare solo le serie storiche di dieci newslogs e dieci notiziari AV oltre alla Gazzetta Ufficiale e perfino così alla voce PGP sono risultate oltre cinquantamila referenze. Naturalmente più della metà sono ripetizioni, ma Diana ha dovuto pazientemente confrontarle una per una per scoprire quali. In quanto al resto, tra contraddizioni, smentite e precisazioni c'è da stupirsi che qualcuno sia in grado di ricordarsi che cosa è il PGP e come si prende, lasciando perdere come si cura. I fatti principali, riportati dai Media, sono i seguenti:

 

Anno cinque Schengen - A giugno si verificano i primi 47 casi di PGP (paralisi generale progressiva). Le cause non sono individuate ma la teoria che il PGP è infettivo compare subito, viene alimentata per mesi dalle TV, nessuno si occupa di smentirla. A settembre i morti di PGP sono 578, la cura non è stata trovata, ma la causa è stata individuata: la puntura di zanzare mutanti, riconoscibili da striature sul ventre e sulle ali. Nota: è praticamente impossibile identificare la razza delle zanzare prima di venir punti.

 

Anno sei Schengen: Viene varato il piano di potenziamento delle metropolitane e di costruzione delle gallerie ad aria condizionata, che il pubblico viene incoraggiato ad utilizzare nelle ore di massima attività delle zanzare. Nonostante questo in maggio l'epidemia di PGP fa 180 vittime. Viene dichiarato lo stato di calamità nazionale e il governo è in crisi: gli ambientalisti si oppongono all'impiego di insetticidi tossici, l'opposizione appoggia gli ambientalisti e la battaglia dell'insetticida va avanti fino alla fine di agosto, mentre l'epidemia falcia altre 270 vite. Infine si raggiunge un compromesso: gli ambientalisti controlleranno la disinfestazione del territorio con i mezzi che riterranno più opportuni per la salvaguardia dell'ambiente e delle vite umane. Viene costituita una speciale commissione con potere esecutivo che risponde direttamente alla presidenza della camera, formata esclusivamente da scienziati e tecnici ambientalisti: la Commissione Protezione e Disinfestazione.

 

Anno sette Schengen: La Commissione Protezione e Disinfestazione ha istituito il suo quartier generale in una fabbrica dismessa. I suoi chimici sono al lavoro per trovare gli insetticidi più idonei all'eliminazione delle zanzare assassine nel rispetto dell'ecosistema, i biologi studiano il meccanismo di riproduzione delle zanzare e le Squadre di Protezione pattugliano campagne e città in cerca dei nidi dei malefici insetti. Si accende una confusa e violentissima polemica sull’operato dei chimici e dei biologi, che termina di colpo alla fine di maggio, quando la CPD annuncia la scoperta dell'insetticida miracoloso che distrugge le zanzare senza danneggiare l'ambiente. Il Parlamento approva immediatamente il provvedimento straordinario per la distribuzione dell'insetticida. Al mese di settembre i decessi per PGP sono solo 8, in compenso ci sono stati oltre 200 casi di intossicazione da insetticida di cui 28 mortali. Viene così dimostrato che l'insetticida "ecologico" è in realtà mortale per l'uomo, ma invece di ritirarlo dalla circolazione il Parlamento approva l'istituzione delle misure restrittive proposte dalla CPD: coprifuoco durante la disinfestazione e nomina di un corpo speciale di polizia per controllare il corretto svolgimento delle operazioni (Agenti di Protezione). Nota: Nel 2005 il processo di integrazione dell'Italia nella Federazione Europea era arrivato ad un punto critico: la Federazione iniziava a centralizzare alcune funzioni amministrative togliendole agli stati federati. L’argomento di discussione principale era diventato l'autonomia politico-amministrativa dell'Italia e il contenzioso era degenerato fino alla minaccia di secessione. Questa sembra la principale ragione per cui l’emergenza PGP è passata in secondo piano e l'opera della CPD e delle Squadre di Protezione è proseguita indisturbata nell'indifferenza generale.

 

Anno otto Schengen: la CPD annuncia la scoperta dell’antidoto all’insetticida e vende il brevetto a sei case farmaceutiche. Le misure restrittive in vigore vengono inasprite con il fermo e l’isolamento per osservazione in seguito agli 8 casi di “comportamento deviato” causato dall’intossicazione da insetticida.

 

Di fatto la CPD è diventata uno Stato nello Stato, con potere legislativo, esecutivo e perfino giudiziario dal momento in cui è in grado di trattenere e analizzare chiunque non rispetti il coprifuoco. Nessuno sembra rilevare l'estrema irregolarità della situazione, nessuno sembra aver protestato per gli evidenti soprusi compiuti in nome della Protezione Civile, nessuno ha mai indagato nelle attività della CPD, della quale non è nemmeno pubblicato il bilancio. Diana ha iniziato la ricerca in preda alla rabbia ed all’esasperazione per quello che considerava un’iniquità sociale. Adesso la collera si è completamente raffreddata per lasciare posto ad una sottile, indefinibile quanto persistente, inquietudine.

 
19.

“Sono piuttosto preoccupata per Diana - dice Fulvia tra una boccata di fumo e l’altra - Da quando le ho fatto la ramanzina per la sua scappatella notturna passa giorno e notte attaccata ai Media.”

“E’ sempre stata una secchiona - commenta Carla - Non ha digerito la figuraccia che ha fatto e adesso si starà studiando a memoria la storia dell’ultimo decennio. Il che non può che farle bene.”

“Dissento profondamente. Si è buttata sulla storia con un accanimento morboso, come se fosse questione di vita o di morte, senza chiedere niente a nessuno: sola con i Media, o dovrei dire contro i Media. Qualche volta la sento mormorare, come se stesse insultando l’homecom: in questo modo si farà solo del male.”

“La sua reazione alla disinfestazione è stata decisamente esagerata - aggiunge Laura - E’ stato come se una corda profonda del suo subconscio si fosse spezzata e le sue paure più irrazionali fossero venute a galla. Chissà a che cosa è collegata? Forse a qualcosa che le è successo in Cina.”

Le tre amiche sono sedute al solito tavolo del solito bar. E’ la solita ora di pranzo e solo il fatto che luglio sta per lasciare il posto ad agosto procura qualche variazione ambientale al continuum spaziotemporale degli intervalli di pranzo, dove i discorsi vengono ripresi nel punto esatto in cui erano stati sospesi il giorno precedente. Dove, nel giro di pochi minuti, vengono prese decisioni operative di portata largamente superiore a quelle faticosamente negoziate in infinite riunioni di comitato. Dove si processano imputati contumaci più freddamente e velocemente che nei tribunali ufficiali, con condanne severissime ed inappellabili: più di una vita era stata socialmente stroncata in seguito alle discussioni dell’ora di pranzo.

“Qualunque corda sia stata toccata è chiaro che l’ha completamente debilitata - taglia corto Fulvia rimettendo la pseudosigaretta nella borsetta - Il punto è: c’è modo di aiutarla?”

“Io direi piuttosto che il punto è: vuole essere aiutata?”

“E se il punto fosse: perchè dovremmo farci i cazzi suoi?”

Due occhiate silenziose mettono immediatamente in minoranza la mozione di Carla, che reagisce stizzita.

“Oh, insomma, ha passato i trenta come tutte noi: è matura e responsabile più di tutte noi messe insieme e non accetta consigli dai tempi delle elementari. Perchè dovremmo preoccuparci tanto? Si stuferà presto di questo videogame e tutto tornerà come prima. Non è sempre stato così?”

“Non direi. Quando Diana si stufa di qualcosa niente è più come prima. Non ricordi quello che è successo quando Diana si è stufata dell’università?” ribatte Laura.

“E quando si è stufata di Stefano?” incalza Fulvia.

“Che cos’è che stiamo scrivendo, la prefazione del nuovo libro di Stephen King? Va bene, quando Diana si stufa di qualcosa a cui prima era attratta morbosamente cambia vita: vorrà dire che se ne tornerà in Cina o se ne andrà in Oceania. O volete insinuare che potrebbe imbracciare una scure e farci tutte a pezzi?”

“Questa è un’ottima idea. Se non lo fa Diana ci posso provare io?”

Le tre donne sobbalzano alla voce improvvisa, ma in un attimo riconoscono l’accento di Cat e attaccano la subroutine sorpresa-e-delizia.

“Adesso che ci hai stanate ti fermi a pranzo con noi?” chiede Carla.

“In realtà sapevo di trovarvi qui e contavo su un invito spontaneo. Ho una fame da lupi e solo dieci minuti di tempo. Mi date un sommario delle notizie e del cibo?”

“La nostra Fulvia è in ansia per Diana. Il suo pallore mortale ed il suo sguardo infiammato sono forieri di foschi auspici.” dice Laura offrendo il suo piatto.

“Non le avete detto che per la roba è meglio se si rivolge a me?” farfuglia Cat riempiendosi la bocca di insalata.

“Grazie, ma non è questo il problema. La causa della debilitazione è lo studio della nostra storia contemporanea: Diana aveva un buco di dieci anni da riempire e si sta ingozzando di Media.”

“Allora è giunto il momento di invitarla ad uno dei miei party. Ne do uno venerdì prossimo, cioè, in realtà lo dà un mio amico, ma venite pure tutte quante e portatecela, a forza se è necessario. Poi vi faccio sapere l’indirizzo.”

“Perfetto, così se ancora c’era la speranza di farla ritornare in sè ce la fumiamo definitivamente.” sbotta Fulvia.

“E che cosa ve ne frega di farla tornare in sè? Lasciatela fuori che sta sicuramente meglio. Adesso devo scappare, ma ci conto per venerdì, OK?” Cat si alza in fretta trascinando metà tovaglia ed il cestino del pane nella fuga. Sei mani afferrano il resto delle suppellettili e ripristinano gli equilibri del tavolo sconvolto.

“Forse l’idea non è poi così malvagia.” osserva Carla lisciando la tovaglia.

“Credi che portarla ad un’orgia di Cat la possa distrarre?” ribatte Fulvia sarcastica.

“Perlomeno le darebbe una dimostrazione pratica degli usi e costumi contemporanei. Meglio che studiarli sui Media.” commenta Laura.

“Ma sì, in fin dei conti da quando è tornata non mi sembra che abbia avuto molte occasioni di evasione. E’ sempre attaccata al computer, per un motivo o per l’altro.”

“E sia - cede Fulvia - proviamo questa cura-shock. Tralaltro credo che debba stare in città tutto agosto per finire sa dio quale lavoro per cui questa sarà la sua unica occasione mondana fino al Grande Rientro.”

“Sarebbe un delitto non approfittarne.” aggiunge Laura con un sorriso malizioso.

“E’ deciso allora.” conclude Carla con un sospiro “A proposito, voi dove avete detto che andate in vacanza?”

 
20.

La caratteristica principale delle feste di Cat è che non è mai Cat a darle. In realtà nessuno ha mai capito chi è il padrone di casa delle feste di Cat e soprattutto se il padrone di casa è a conoscenza del fatto che Cat ha invitato alla sua festa una cinquantina di amici suoi. Un’altra caratteristica delle feste di Cat è che invariabilmente degenerano in mega-orge di sesso e droga, entrambi di prima qualità. Volendo si può decidere di rinunciare a partecipare alle attività, ma da un certo punto in poi diventa meno imbarazzante partecipare che fare da spettatori: questa è la ragione per cui le feste di Cat sono sempre memorabili e si concludono sempre con l’intervento delle forze dell’ordine.

La festa a cui Diana è stata invitata è organizzata in una villa isolata, alle spalle del Cimitero Maggiore, il che è presago di intenzioni degenerative piuttosto serie. All’arrivo di Fulvia e Diana la sbarra del parcheggio sotterraneo è abbassata e sul piazzale sono parcheggiate una trentina di automobili.

“Merda, le solite feste di Cat! Mai che si trovi un posto!” sbuffa Fulvia ingranando la marcia indietro per insinuarsi faticosamente tra le auto parcheggiate ai bordi della strada.

“Credevo fosse vietatissimo parcheggiare in strada.” osserva Diana.

“Per quello che me ne frega possono anche portarsela via. Comunque sicuramente metà della Stradale è alla festa, per cui non c’è pericolo.”

“Hai idea di che tipo di gente c’è a questa festa?”

“A giudicare dalle auto la maggioranza sono uomini Starnet, ma in realtà sarà il solito fritto misto. Cat ha amici delle origini più disparate. Ehi - aggiunge Fulvia osservando lo sguardo turbato di Diana - ci sono problemi?”

Diana si riscuote. “No, niente. Solo, le feste con tanta gente mi rendono nervosa.”

“Non ti preoccupare: c’è sicuramente un sacco di gente che conosci. E anche se non fosse così, tu scegliti un gruppo che ti ispira, piazzati lì con un drink e non muoverti più. Sorridi alle battute, emetti qualche monosillabo ogni tre minuti e dopo massimo venti minuti scusati e passa ad un altro gruppo: tutti penseranno che sei l’amica di qualcun altro e si chiederanno che cosa hanno detto che ti ha seccato.”

“E’ questa la strategia sociale corrente?”

“Funziona alle feste di Cat: sono tutti talmente fatti che socializzano con qualunque cosa si muova. Intanto prendi questo.” le ingiunge porgendole un bicchiere di liquido scuro e una specie di mentina.

“Che roba è?” chiede Diana sospettosa.

“La nostra versione di Cuba Libre. MDMA al posto del rum. Aiuta a socializzare. E non fare quella faccia: è roba da liceali! La roba vera te la danno solo su specifica richiesta, e pagando.”

Diana inghiotte la pastiglietta controvoglia.

“Che effetto fa?”

“Con il tuo umore al massimo un bel mal di testa. Se ti rilassi un po’ ti sentirai tranquilla, felice e desiderosa di conversare con il tuo prossimo. Tra un’ora è tutto finito, ma qui ce n’è per un esercito. Sono in quei recipienti d’argento. Beh, coraggio, buttiamoci: se ci perdiamo di vista non ti preoccupare. Ti terrò d’occhio in ogni momento e se ti vedo in pericolo corro alla riscossa. Ehi! Marina, Sissi, ragazze! Come va?” e Fulvia sparisce immediatamente inghiottita da un gruppo di donne già abbondantemente sopra le righe, lasciando Diana completamente a se stessa in un oceano di teste, voci e corpi sconosciuti.

“Come va l’insonnia?” un gigante biondo torreggia sopra le teste, piacevolmente sbronzo.

“Non ti riconoscevo senza la maschera antigas.” commenta Diana asciutta mettendo lentamente a fuoco l’immagine.

“Strano, dicono che ci somigliamo molto, a parte il colore.”

Giorgio, l’amico di Cat, il braccio armato della CPD. E’ quasi più inquietante in divisa da ragazzo di vita che in divisa da AP.

“Allora, come dormi?” insiste faceto.

“A pancia in giù. E tu?”

“Sopra qualcuno, di solito. Concilia il sonno.”

“Sai dov’è Cat?”

“C’è anche lei? No, non l’ho ancora vista: non la sento da mesi. Sta bene?”

“Come al solito, credo.”

“Conosci qualcuno qui? Io sono venuto con l’amico di un amico di un amico e tu sei l’unica altra conoscenza che ho incontrato finora. C’è un sacco di gente strana.”

“Perchè ho la netta sensazione che tu non sappia come uscire da questa conversazione?”

“Veramente non so come entrarci. Stai sistematicamente ignorando i miei ami.”

“Sì? Credo che sia un riflesso condizionato. Ritenta e sarai più fortunato.”

“Ricominciamo da capo? Ti avevo chiesto come va l’insonnia. Senti ancora bisogno di fare giretti notturni?”

“Sì, ma mi tengo fino al mercoledì come una brava bambina. Va meglio così?”

“Puoi sforzarti di più.”

“OK, allora parlami di te. Come vanno le zanzare di questi tempi?”

“Il solito: dopo il picco di giugno tendono a calare. Ancora sei settimane e abbiamo finito.”

“E’ una data ufficiale?”

“Sicuro al 90%. Dipende dalle piogge di agosto ... dio, questa conversazione è ancora peggio di prima.”

“No, non è vero. Da quella notte sono morbosamente attratta all’argomento. Non sapevo di stare rischiando la vita.” rilancia Diana maliziosamente.

“Oh, adesso poi, la vita! Non è poi così drammatico.”

“I rapporti ufficiali non la pensano così.”

“Oh beh, sai com’è. Se non mettessero un po’ di paura alla gente tutti se ne fregherebbero del divieto e allora sì che sarebbero guai. I primi tempi gli idioti guardavano in alto mentre gli elicotteri sganciavano il disinfestante, si beccavano una bella ventata in piena faccia e addio! Poi naturalmente arrivavano al pronto soccorso quando era troppo tardi e di chi era la colpa? Della CPD. Siamo stati praticamente obbligati a richiedere il coprifuoco per il bene della comunità.”

“Da allora i casi di intossicazione dovrebbero essere rarissimi, no?”

“Beh, qualche idiota c’è sempre.” risponde Giorgio vago. “Almeno tu avevi avuto l’intuizione della maschera antigas.” aggiunge dopo una pausa impercettibile nella quale a Diana pare di cogliere un crescente - anche se ancora subliminale - disagio.

“E quando non vai in giro a disinfestare che cosa fai?” chiede Diana cercando di virare la conversazione su argomenti meno delicati.

Ma prima che Giorgio possa rispondere, lo sguardo di Diana è attirato da una figura che avanza determinata, fendendo la folla con deviazioni tattiche e complesse acrobazie tese ad evitare gli agguati di pseudosigarette affilate, tacchi a spillo, borchie e speroni. E’ Daniele, il marito di Carla, che si ferma come per caso alle spalle di Giorgio, lo sguardo fisso a Diana, in attesa di un cenno di benevolenza. Quando ritiene di averlo ricevuto si affianca, tende la mano: routine di riconoscimento, routine di annusamento. Giorgio si dileguerà alle sue prime parole con uno sguardo di disgusto.

“Come ti trovi? Non ci si vede da quella sera.”

Sciorina banalità con pedante perizia, incurante della calura e della calca. Diana ha innestato il pilota automatico e si è richiusa nelle sue riflessioni private, fino a:

“ ... un momento particolarmente pregnante della nostra epoca: il ruolo dell’Italia nella Federazione è destinato a crescere. Abbiamo bisogno di tutte le nostre migliori menti.”

che colpisce Diana come una sferzata. Ritorna alla guida manuale con un sorriso:

“Scusa, non capisco, di che cosa stai parlando?”

“Del turno presidenziale, naturalmente.”

Il sorriso di Diana si allarga:

“Da quando sono tornata il mio lavoro mi ha assorbito totalmente: non credo di essere molto al corrente degli avvenimenti del mondo reale. Di che cosa si tratta esattamente?”

Daniele è solamente troppo felice di poter elucidare Diana sull’argomento, magari in un posto meno chiassoso, tipo il patio, che raggiungono arrancando mentre la festa sembra aver raggiunto il culmine. Qui Daniele illustra amorevolmente la costituzione federale ed i suoi emendamenti principali, descrive con meticolosa diligenza la struttura, le competenze e l’organizzazione di tutti gli organi governativi, monologa appassionatamente del programma di governo e delle implicazioni per gli stati membri. Una strana calma si è impadronita di Diana, che ascolta attenta e lucida, dimentica del tempo e del luogo. Solo una lontana eco della sua mente suggerisce l’omicidio come unica via di scampo da quella interminabile discussione, ma si confonde presto e tace. Finalmente Daniele arriva al punto:

“La consuetudine in vigore ai tempi dell’Unione Europea di concedere a turno ad ogni stato membro la presidenza del Parlamento è stata mantenuta a garanzia dell’imparzialità e della parità di diritti di ogni stato. Se però originariamente questa carica era esclusivamente rappresentativa, oggi ha assunto una valenza squisitamente politica: è compito del Presidente del Parlamento infatti proporre gli emendamenti alla costituzione federale al Parlamento stesso. Va da sè che ogni stato membro approfitta dell’anno di presidenza per proporre gli emendamenti più favorevoli allo stato stesso e l’anno prossimo è il turno dell’Italia.”

“E quali emendamenti vogliamo?” chiede Diana, ora dolorosamente conscia di essersi guadagnata un ulteriore quarto d’ora di strazianti dettagli. Daniele è già ripartito felice, palesemente nel suo elemento naturale, ma un’interferenza esterna lo interrompe.

“Non mi dire che stai ancora torturando qualcuno con l’autonomia contributiva.”

E’ Andrea che, piacevolmente alterato, gli posa una mano sulla spalla e si intrufola nell’esiguo spazio tra i due. Il suo sorriso bonario si spegne alla vista di Diana, o è una coincidenza? In ogni caso l’incantesimo è rotto; Daniele accoglie Andrea nel cerchio della conversazione e Diana cerca di allontanarsi progressivamente per sparire tra la folla. Inutilmente.

 “Daniele è convinto che tutti ci dobbiamo candidare alle prossime elezioni per il Parlamento al solo fine di vincere la battaglia dell’autonomia contributiva.” le sta dicendo Andrea. “Ne fa una questione patriottica.”

“Le stavo appunto spiegando la questione, dietro sua specifica richiesta.” ribatte Daniele rilanciandole la palla.

“Sì, è vero, è colpa mia. Non sono molto al corrente delle questioni politiche italiane.”

“E’ meglio che ti aggiorni alla svelta, visto che fra sei mesi si vota per il Parlamento Europeo. Ma non dare retta a Daniele, lui è un inguaribile conservatore.”

Andrea emana ostilità da tutti i pori e Diana ricambia di cuore.

“Tu invece saresti un irriducibile democratico?”

“Da quando ci sono solo queste due possibilità di scelta. Prima ero un maledetto comunista.”

“Ed io uno stronzo fascista, suppongo.” conclude Daniele conciliante. “Ma quei tempi sono finiti, grazie al cielo. Adesso si può discutere di metodo, ma c’è sostanziale accordo sui principi politici di base.”

“Perfino sull’autonomia contributiva. Anche se io non vedo l’urgenza di fare passare addirittura un emendamento costituzionale. Perchè tanto accanimento su questo dettaglio quando ci sono in agenda problemi più gravi, tipo la riconversione dell’industria automobilistica? Ma naturalmente il vostro partito non ha nessun interesse a sollevare la questione ...”

“Credo proprio che potremmo discuterne per anni senza smuoverci di un millimetro dalle nostre posizioni.” interviene Daniele leggermente imbarazzato.

“Credo proprio che in questo caso mi annoierei a morte.” dichiara Diana perentoria.

“Questi due individui ti stanno molestando?” interviene Laura ridendo e infilandosi tra i due uomini. “Ragazzi, mentre voi discutete di massimi sistemi di là sta iniziando la solita orgia. Sarà meglio andarcene prima che arrivi la pula.”

“Metà commissariato sarà sicuramente nell’ammucchiata.” commenta Andrea infastidito.

“Sì, ma la metà che è rimasta di servizio non vede l’ora di intervenire. Fuggiamo col malloppo finchè siamo in tempo.” ribatte Laura imperturbata battendo le mani sulle tasche del vestito. Solo ora Diana si ricorda della pastiglietta di MDMA e si chiede se è ancora sotto il suo effetto, senza ricordarsi che tipo di effetto si deve aspettare.

“Vado a cercare mia moglie e ci vediamo alla macchina.” Daniele sparisce nella folla.

“Io ero con Fulvia.” dice Diana guardando distrattamente il magma indistinto di umanità chiassosa e chiaramente incontrollata.

“Lascia perdere, ti accompagniamo noi.”

“E Fulvia?”

“Ha altro da fare.” dice Laura ammiccando. “Stai tranquilla, l’ho vista prima e siamo già d’accordo. Perchè non vieni a casa nostra con Carla e Daniele a proseguire la festa in forma più privata? Cat mi ha fornito roba di primissima qualità.”

Ma Diana ritiene di avere già festeggiato a sufficienza e si affretta a simulare un’improvvisa emicrania nel timore che Laura, in un eccesso di zelo, le proponga anche un partner con cui dividere il resto della notte.

 
21.

Agosto in città scorre lento e pesante come l’afa e le interminabili giornate piene di un sole spietato. Il progetto di ricerca che Diana sta seguendo è pieno di gomiti e si impantana ogni due giorni in qualche palude giuridica, tanto che Diana ha fatto abilitare la sua login sull’homecom di Fulvia per seguire l’evolversi della situazione senza essere costretta a perdere ore e giorni interi in ufficio. Fulvia è partita per un altro dei suoi misteriosi viaggi, come quasi tutti gli abitanti di Milano: in città sono rimasti solo i turisti e i vecchi, come sempre. E gli AP, tetri sciamani della cerimonia a cui Diana ancora non riesce a rassegnarsi. Un giorno uguale a tutti gli altri Diana trova uno strano messaggio nella sua mailbox elettronica: g122@chat.ita callback, cioè la richiesta di richiamare un nick su una chatline anonima. Perplessa, Diana esegue e subito una linea di testo prorompe dal video:

...don't go away while i'm being paged it won't take a minute...

Pochi secondi dopo un’altra linea di testo, composta manualmente, compare lentamente:

...ok i'm on send message now...

Diana esita qualche secondo prima di rispondere:

...diana@chat.ita answering callback.

Lo schermo si illumina in un’esplosione di colori simulanti fuochi artificiali mentre una linea a caratteri cubitali viene composta rapidamente:

...ciao diana sono giorgio. ti ho trovata finalmente! vieni a fare un giretto con me stasera?

“Questa poi!” mormora Diana tra sè, più sorpresa che risentita, suo malgrado.

...perchè dovrei?

digita e - con un secondo di delay - si vergogna di aver digitato: civetteria di basso livello anche per una sedicenne, siamo decisamente fuori allenamento mia cara. La risposta, scontata, arriva immediatamente:

...credevo soffrissi ancora di insonnia.

A questo punto le alternative sono: disconnettersi, iniziare una lunga schermaglia videotext, arrendersi. Diana non ama i duelli e la disconnessione suona troppo definitiva:

...ok dopo le 2300. dove?

...vengo da te. solong.

...solong.

Che Giorgio la chiami da una chatline anonima non la stupisce tanto quanto la sua proposta di fare un giretto proprio in una notte di disinfestazione. Probabilmente non è in servizio stasera e intende sedurmi in una galleria poco illuminata, pensa scegliendo un abito minimale quanto impenetrabile, ma quando Giorgio si presenta alla sua porta in piena uniforme, con un pacco scuro sottobraccio al posto dei fiori, Diana è costretta ad esercitare il massimo autocontrollo per non sgranare gli occhi:

“Che cosa vuol dire questo?” chiede sapendo già la risposta.

“Quando Cat mi ha detto che rimanevi in città ho pensato che era meglio offrirti una visita guidata prima che ti ritornasse la voglia di combinare qualche cazzata.” risponde Giorgio gioviale e aggiunge sogghignando dopo una lunga occhiata panoramica “Ti consiglio di cambiarti: sotto la tuta latex e fibbie sono un inferno e quelle scarpe non sono il massimo della vita per camminare. Il completino antistupro tienilo buono per la prossima volta.” 

 

Fuori, di nuovo, nella notte punteggiata di sagome fosforescenti e falò. Giorgio ferma una jeep e fa salire Diana. L’autista non guarda nemmeno i passeggeri e riparte senza una parola, del resto faticosa sotto la pesante maschera. Percorrono in perfetto silenzio numerosi isolati deserti fino ad arrivare ad un largo spiazzo circolare pieno di alberi tra le case. Qui parecchi AP sono occupati ad irrorare le piante con un liquido nebulizzato, proveniente da grossi tubi collegati a zaini metallici sulle loro spalle. Giorgio si china verso Diana e urla:

“Procedura di spargimento dell’insetticida in centri densamente popolati.”

Diana articola faticosamente:

“Non usano gli elicotteri?”

“Solo in periferia e nei parchi: troppo rischioso in centro.”

“E per le case?”

“Troppo complicato. Dopo.” conclude Giorgio gesticolando. La jeep, che aveva rallentato durante la circumnavigazione della piazza, riprende velocità. Le strade si dipanano con tetra regolarità, i palazzi riccamente decorati del centro storico cedono il posto ai grattacieli brillanti di specchi dei quartieri nuovi, poi agli inquietanti formicai grigi della periferia. Finalmente la jeep si ferma di fronte ad un largo spiazzo erboso, un’enorme distesa di denso inchiostro di seppia. Gli uomini si tolgono le maschere e l’autista rivela una larga faccia da pugile suonato con una corta zazzera rossa scolpita a forma di stella di David.

“Toglitela pure.” dice Giorgio a Diana sorridendo. “Qui non serve.”

“Che cosa c’è di bello da vedere qui?” chiede Diana scompigliando i capelli appiccicosi, un colpo di vento le congela il sudore sulla nuca e sul collo.

“Aspettiamo che ci portino la roba.” dice Giorgio accendendosi una sigaretta.

“Quale roba?”

“Dipende da che cosa è passato. Speed e coca, generalmente; psylocibina e hydergina se è atterrato il cargo dal Sudamerica. Ero e crack solo su ordinazione, ma io non tratto quella roba.”

“Fammi capire, è passata la legge sulla liberalizzazione degli stupefacenti o arrotondi lo stipendio spacciando?”

“Ne’ l’uno ne’ l’altro. E’ tutto illegale come sempre. La differenza fondamentale è che se ti beccano con MDMA o canapa lasciano perdere, il resto sono cazzi. Per cui chi può fa qualche favore agli amici.”

“Come Cat.”

“No, per Cat è diverso. Sa benissimo che rischia grosso: è questo che la fa eccitare.”

“Cat sarebbe la bambola bionda con gli occhi grigi e il culo a mandolino?” interviene l’autista. Giorgio annuisce e l’altro schiude la bocca sgangherata in un grugnito di approvazione. Giorgio sorride allo sguardo inorridito di Diana.

“Non ti preoccupare. Cat sa quello che vuole e lui non è il suo tipo. Ma sognare non è ancora proibito, no?”

Diana annuisce senza parlare, scrutando l’oscurità illuminata a tratti dalle luci lontane delle jeep. L’immagine di Cat, evocata, invade la sua mente. L’astrazione di Cat: un vortice di energia ululante in fuga. Lo sai quello che mi eccita veramente? Non è il sesso, il sesso è roba da teenager, fanatici della carne. No, il vero sballo è l’adrenalina che scorre nelle vene, fa venire i brividi alla schiena, la pelle d’oca e il sudore freddo alle mani. Bene, tu mi dirai, che c’è di eccitante in questo? E’ come un brutto viaggio. Invece c’è una differenza fondamentale: l’adrenalina la puoi dominare. E’ allora che sale veramente e quando arriva al cervello esplode come un orgasmo multiplo, ma dura mooolto di più. Hai capito il concetto? Beh, almeno non hai fatto la faccia che fanno tutti quando tento di spiegarglielo, è già qualcosa. La gente che ho conosciuto finora è completamente senza fantasia; le donne non fanno altro che parlarmi dei loro uomini: quelli che hanno avuto, quelli che vorrebbero avere, quelli che hanno perso. Gli uomini invece si affannano a dimostrarmi che ce l’hanno più duro loro: una noia mortale. C’era questo coglione, un collega di Giorgio, hai presente? Beh, questo qui prima ascolta tutto tranquillo - stavamo aspettando che ci portassero la roba, si chiacchierava per ammazzare il tempo - poi mi fa “Io invece immagino la faccia di tutti quelli che incontro quando glielo metterò dentro tutto, per esempio adesso stavo cercando di visualizzare la tua.” no dico, ti rendi conto? Questo era il suo massimo dello sballo. OK, d’accordo che gli AP li scelgono tra quelli con meno di 90 di IQ, ma non è che gli altri sono molto meglio. Prendi l’amministratore delegato della Starnet, praticamente dio in terra. Beh, quello lì si eccita solo quando vede i soldi. No, lo so che piacciono anche a me, ma a lui piacciono proprio i denari, la cartamoneta, tipo Paperon de Paperoni. Quando qualcuno gli porta un nuovo contratto lui va in estasi: se lo gira tra le mani per ore, più è grosso e più se lo accarezza, se lo palpa, se lo annusa, insomma, una cosa grottesca. Il suo wicom è in live streaming coll’amministrazione che è incaricata di aggiornare il fatturato in tempo reale: se lo guarda per ore. Tutti pensano che stia guardando le ultime notizie e le quotazioni di borsa, ma lui guarda solo il livello dei dollaroni nel suo deposito. Sai come gli è venuto il primo infarto? Il giorno che un buontempone dell’amministrazione ha scambiato i titoli sui grafici dei ricavi e delle spese. Doveva essere uno scherzo per la riunione di board e lui a momenti ci lascia la pelle.

 

Due coni bianchi appaiono dietro la curva e in un attimo si sono trasformati in una luce abbagliante. L’autista della jeep impreca ad alta voce e i fari si spengono subito lasciando stelle filanti multicolori negli occhi di Diana. La transazione avviene rapidamente: prima che Diana abbia finito di stropicciarsi gli occhi ingiuriati il pusher è risalito in macchina, ha riacceso i fari ed è schizzato via in retromarcia. Giorgio conta le piccole bustine trasparenti ordinandole in varie file sullo spazio di sedile tra sè e Diana e infine dice:

“Dieci psylocib, dieci hydergine, venticinque speed, cinque acidi. Ancora niente coca, maledizione. Quanto fa Ric?”

“Quindici sacchi. Lui ne ha voluti diciotto.” dice l’autista accendendo una sigaretta.

“Ancora buono, considerando il trasporto. Bene, che cosa ci facciamo subito?”

L’autista indica noncurante un mucchietto di bustine piene di pillole rosse.

“Sei un porco!” esclama Giorgio dandogliene una. “Chi ci riporta in centro?”

“La metro.” risponde Ric calmo e fa saltare le pillole in bocca come noccioline. Giorgio si gira verso Diana, che scuote la testa in segno di diniego.

“Non sai che ti perdi.” conclude Giorgio e raccoglie un cucchiaino di speed: tira, ne raccoglie un altro, tira ancora, richiude la bustina con cura, la infila in tasca, quindi infila il resto delle bustine nelle altre tasche della tuta.

“Bene. Che ore sono?”

“L’una meno un quarto.” dice Diana gelida.

“Ehi, ma tu non ti diverti mai?” esplode Giorgio fissandola con le pupille grandi e lucide degli imballati. Ric sorride fissando l’inguine di Diana e sospira.

“La mia accezione di divertimento non comprende questa particolare attività, ma se ci tieni posso accettare una dose di quello che preferisci.” risponde Diana gelida, accavallando le gambe e incrociando le braccia sul petto.

“Non ci tengo affatto: questa roba costa un sacco di soldi e la tengo per gli intenditori.” ribatte Giorgio irritato. “Allora, come intendi passare il tempo che ci resta?”

“Finirei volentieri il giro guidato. Non mi hai portato qui per questo?”

“Certo. Andiamo allora.” conclude Giorgio saltando giù dalla jeep e dirigendosi a grandi passi verso la strada principale senza aspettarla. Ric osserva ogni movimento di Diana finchè la sua figura si confonde con il nero della notte, quindi chiude gli occhi e si abbandona sullo schienale del sedile.

Camminano in silenzio per parecchie centinaia di metri, poi il silenzio è interrotto da un lontano borbottio di tuono.

“Stanno arrivando gli elicotteri.” dice Giorgio apatico. “Infilati la maschera e tieni giù la testa. Continua a camminare. Non correre.”

Il borbottio diventa crepitio di mitraglia, poi frastuono sempre più intenso. Diana stringe i denti e quasi non respira mentre una ventata gelida la sferza e uno scroscio di pioggia la colpisce: è un attimo, poi il frastuono si scompone nel crepitio delle pale e ridiventa borbottio sempre più remoto. Diana solleva appena lo sguardo appannato dalla maschera: la strada e la schiena curva di Giorgio sono lucenti di rugiada. In pochi minuti la rugiada evapora e si trasforma in un denso vapore grigiastro che si dissolve lentamente. Solo quando l’aria è di nuovo perfettamente limpida Giorgio si toglie la maschera e fa segno a Diana di non imitarlo.

“Non ci sei abituata: è meglio se la tieni fino a che non siamo nelle gallerie.” spiega. “Così - aggiunge - hai assistito allo spargimento dell’insetticida dagli elicotteri. Che esperienza, eh?”

“Quanto è veramente pericoloso questo insetticida?” borbotta Diana attraverso la maschera.

“Molto, se lo respiri. Per questo in centro non usiamo più gli elicotteri. Lì la disinfestazione viene fatta porta a porta con gli spruzzatori che hai visto.”

“Fino a dove arrivano gli elicotteri?”

“Fino alla circonvallazione esterna.”

“Ci sono molti quartieri fuori dalla circonvallazione esterna.”

“La disinfestazione porta a porta costa un sacco di soldi e la CPD è sempre a corto di fondi. Non possiamo permetterci di disinfestare a mano tutta la città: sono state selezionate le aree più densamente popolate.”

Diana non ribatte, in parte perchè la fatica della conversazione attraverso la maschera è notevole, in parte perchè percepisce un crescente quanto inconsapevole disagio da parte di Giorgio, a cui non riesce ancora ad attribuire un motivo preciso, ma che le sembra di aver già colto in un determinato punto di una conversazione similare. In silenzio medita sulle ultime spiegazioni. Come tutte le giustificazioni sull’operato della CPD suonano apparentemente razionali, ma profondamente inquietanti. Questioni di base restano irrisolte: l’insetticida fa male o no? Se fa male perchè viene permesso il suo utilizzo? Se gli effetti sono meno dannosi di quello che sembra, perchè la distribuzione è differenziata? Le sue riflessioni sono interrotte negli ultimi metri che li separano dalla bocca aperta di una galleria: qui Giorgio prende sottobraccio Diana.

“E’ il regno dei tossici: non sono felici di fare nuove conoscenze.” spiega quasi scusandosi. “Se mi stai vicino e fai finta di essere vagamente interessata a me penseranno che sei la mia donna e ti lasceranno stare.”

 

La galleria è molto meno illuminata, pulita e profumata delle gallerie del centro: assomiglia anzi drammaticamente all’ingresso dei vecchi vespasiani cinesi, i primi ad essere soppressi dal governo di Beijing nel processo di occidentalizzazione. Uomini e donne scarsamente coscienti, molto sporchi, vestiti con avanzi di tute dismesse, tappezzano il percorso. Giorgio cammina passando con lo sguardo sui corpi come se non li vedesse: loro restituiscono gli sguardi con una frazione di interesse poco superiore. La galleria discende in gomiti sempre più stretti e pieni di umanità degradata fino ad una porta a due battenti, nera, di metallo verniciato. Giorgio estrae un piccolo telecomando e lo punta alla telecamera che occhieggia dalla parete sopra la porta. Dopo un breve scambio di impulsi luminosi la porta si apre silenziosamente rivelando una stretta cabina ed un’ulteriore porta identica alla prima. “Dopo di te.” offre Giorgio accompagnando le parole con l’apposito gesto. La porta si richiude dietro di loro e dopo qualche secondo la seconda porta si apre su un grande spiazzo fortemente illuminato, completo di ristoranti, bar, sale giochi e terminali Media. La cabina pneumatica segna il confine tra il regno dei morti viventi e il regno dei portatori di morte: ai tavoli del bar, insieme ad alcuni AP, sono seduti multicolori individui di varie provenienze e aspetto, ma l’inconfondibile comune denominatore dei pusher.

“Vuoi bere qualcosa mentre cerco un passaggio per il centro?” offre Giorgio di nuovo calmo e perfettamente in controllo. Diana addita un distributore di bibite analcoliche e Giorgio sogghigna.

“Ti pareva! Spero che non ti disturbi se non condivido la tua scelta.” dice servendosi una doppia dose di vodka liscia. Una coppia di AP gli fa un cenno di saluto e Giorgio accompagna Diana al loro tavolo.

“Siete motorizzati?” chiede Giorgio senza preamboli. Il più grosso dei due si dondola annoiato sulla sedia, l’altro fuma impassibile un grosso cylum.

“Dove è finita la tua jeep? Non eri di turno stanotte?” profferisce lentamente tra una boccata e l’altra.

“No, ero in giro a fare spese.”

“Dov’è la bionda?” chiede il più grosso squadrando Diana con un sorriso volgare.

“In vacanza. Allora ce lo date un passaggio?”

“Dipende da quello che hai comprato. Ce ne hai di speed? Questi figli di puttana non sembrano capaci di produrre altro che merdoso crack.”

“Tranquillo.”

Il volto butterato dell’AP grosso si schiude in un grande sorriso.

“OK. Tu vieni Mac?”

Mac continua a fumare imperturbato.

“OK, Mac non è più tra noi. Prendiamo l’ascensore.” dice buttando indietro la sedia con un calcio e caracollando verso il fondo dello spiazzo.

“Dove ti piacerebbe andare adesso?” chiede Giorgio con gentilezza per cercare di mitigare la volgarità del suo compagno. “Ci sono parecchie feste hype in centro. Ci sei mai stata? Sono veramente divertenti.”

“Sono piuttosto stanca e non mi dispiacerebbe tornare a casa.”

Lo sguardo sbigottito di Giorgio sorprende Diana.

“Che cosa c’è adesso? Che cosa ho detto?”

“Non puoi tornare a casa adesso, non ci puoi tornare fino alle cinque di mattina. Le gallerie chiudono dopo l’ultimo treno e le porte che danno sulla strada sono blindate durante la disinfestazione. Si può uscire dalle porte antincendio, ma non entrare dall’esterno. Credevo lo sapessi.”

Diana si accascia contro la parete dell’ascensore sospirando rassegnata.

“Mi sto rendendo conto che ci sono molte cose che non so.”

 
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