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le eredi della terra

MODEM

Quello che vedi fuori
hai deciso tu.
Non c'è altro.

8.
Carla strappa nervosamente i bottoni della camicia e affonda le lunghe unghie laccate di rosso nel torace muscoloso e riccioluto dell'uomo. Non si ricorda nemmeno il suo nome, ma ha poca importanza, tanto tra mezz'ora sarà tutto finito e non ci sarà niente da ricordare. Lui comincia ad ansimare, sempre di più, ma ha ancora abbastanza presenza di spirito per ricordarsi quello che deve fare. Con gesti rapidi e bruschi le afferra le mani, le torce e le spinge dietro la schiena. Adesso Carla è in ginocchio e vede solo il biancore quasi accecante del lenzuolo, uno spicchio di moquette verde, un lembo di tappezzeria a delicati disegni floreali crema, senape e verde. Lui le ha legato le mani con la camicia e adesso le alza la gonna sui fianchi. Carla chiude gli occhi, aspettando il bavaglio delle sue mutandine di pizzo.
Lui adesso è dentro di lei: si muove bene, ha ritmo, non cincischia e va subito al sodo. Carla continua a tenere gli occhi chiusi e cerca di concentrarsi sulle sue sensazioni: ognuno per sè, questo è l'accordo. Ma il disegno della tappezzeria si insinua tra le pieghe della sua mente e i fiori senape e verde diventano sempre più grandi, netti, definiti, finchè tutto il suo universo sensoriale è un disegno geometrico di fiori senape e verde su fondo crema, con l'odore acuto delle lenzuola lavate in una macchina a vapore ed il sapore piccante del profumo di cui sono impregnate le sue mutandine di pizzo.
Quando lui le slega i posi e le toglie il bavaglio, Carla si alza in silenzio, va in bagno, apre il rubinetto lucido dell'acqua fredda senza guardarsi allo specchio e si inginocchia sull'orlo della tazza. Tra un conato di vomito e l'altro osserva i sontuosi marmi del pavimento, rosa salmone venati di bianco e arancione, e pensa che l'accostamento salmone-verde è passato di moda da almeno tre stagioni. Quando chiude il rubinetto sente la voce lontana di un commentatore e l'odore acre del fumo: lui ha acceso il televisore e una sigaretta.
 
"E' successo altro che vuoi raccontare?"
La voce dell'analista naviga oleosa nell'aria secca e sale verso il soffitto a cassettoni. Bianco su bianco.
"No, a parte la cena di sabato."
"La cena di sabato? Ti hanno invitato o invitavi tu?"
"Invitavo io. Una vecchia amica. Ma non c'è niente da dire."
Una lunga pausa: Carla chiude gli occhi, nauseata. Non mi serve a niente, oggi, non sono in vena, poi la voce monotona dell'analista riprende, senza alcuna inflessione:
"Ah sì?"
"Che cosa vuoi dire? Pensi forse che le due cose siano collegate?" ribatte Carla seccata, accorgendosi immediatamente della ammissione involontaria. "D'accordo. Forse sono collegate. Parliamone e facciamola finita."
"Certo - riprende l'analista impassibile - Per favore, comincia dall'inizio. Chi è questa vecchia amica?"
"Si chiama Diana - dice Carla stanca passandosi una mano sugli occhi: Dio come è difficile - è una compagna di scuola, dei tempi del liceo. Lei si è specializzata in scienze sociali e poi è andata in Cina. E' tornata settimana scorsa."
"Che cosa c'è in questo che ti disturba?"
"In questo niente, è lei che mi disturba. E' una di quelle donne a cui va sempre tutto per il verso giusto. Genitori aperti, educazione libera, nessuna inibizione, sempre andata bene a scuola, vinceva borse di studio in continuazione, sempre in giro per il mondo, lavoro affascinante, un sacco di amicizie, tutti gli uomini la adorano ..."
"E' questo il problema?"
"E ti sembra niente? Al liceo c'era Davide: biondo, alto, bellissimo, rampollo dell'ottima borghesia, campione di basket, ma per niente stupido, anzi, un genio delle materie scientifiche, insomma: l'idolo di tutte. Lui invece era innamorato di Diana, solo di Diana, non c'era verso di togliergliela dalla mente ... e lei niente, 'è solo un amico' diceva scrollando le spalle. Lo faceva impazzire, povero Davide; lui, che poteva avere tutte le donne del Beccaria e dei licei limitrofi, per lei si sarebbe buttato nel fuoco: la aspettava per ore, la accompagnava dappertutto, alle feste era il suo zerbino. Poi un giorno Diana gli dice 'credo che ci sia un problema, Davide. Ovviamente il sentimento che provi per me non è corrisposto', no dico, ma ti rendi conto? Gli ha detto proprio così, come se parlasse ad un docente di una coltura batterica! Davide a momenti si butta sotto il treno della metropolitana: è stato in crisi per mesi.
Poi, all'università, c'è stato Stefano. Stesso tipo di uomo, stessa storia. Questo addirittura ha cambiato specializzazione per starle vicino: doveva laurearsi in medicina, famiglia di medici, sei generazioni, invece è andato ad antropologia, con il padre che minacciava continuamente di diseredarlo. Quando Diana è partita per la Cina lui le è andato dietro e il padre lo ha diseredato davvero. Cinque anni fa è tornato: non ha mai più parlato di Diana e si è messo a studiare medicina.
Ma naturalmente tutti sanno che cosa è successo, che è poi la vera ragione per cui Diana è tornata: il figlio di un ministro o di qualche equivalente altissimo funzionario statale cinese si è innamorato della nostra e questa volta a quanto pare di problemi non ce n'erano, nel senso che il sentimento era corrisposto. Però siccome lì i matrimoni misti sono impensabili, soprattutto per gli appartenenti alle classi sociali più elevate, Diana ha chiesto di essere rimpatriata. Nota bene: lo ha chiesto lei, mica nessuno l'ha costretta. Il figlio del ministro era pronto a ripudiare famiglia, patria e cittadinanza pur di stare vicino a Diana."
"Tu provi invidia per lei?"
"Invidia? Macchè, mi sento solo una merda."
"Ed è per questo che sei andata con quell'uomo a pagamento?"
"Sì."
"Ti sei sentita meglio dopo?"
"Sì, come no! Certo che no, come potevo?"
"Quanto lo hai pagato?"
"Con la stanza, 450."
"Solo 450?"
"Infatti, è lì che ho sbagliato. Quelli veramente bravi costano almeno il doppio."
"Chi te lo ha detto?"
"Oh, non mi ricordo, qualcuno, un servizio sui Media."
"Hai voglia di riprovare con uno più caro?"
"Forse. Non subito però."
"E subito che cosa hai intenzione di fare?"
"Mi piacerebbe raccontarlo a Daniele. Solo per vedere la sua faccia. Chissà che effetto gli farebbe."
"Pensi che si potrebbe eccitare?"
"Forse."
"Lo pensi davvero?"
"No. Naturalmente no. Mi disprezzerebbe ancora di più."
"Se pensi che ti disprezzerebbe perchè glielo vuoi dire?"
"Non lo so."
"Vuoi farti disprezzare da lui? E' questo che vuoi?"
"No, certo. Non lo so."
"Vuoi pensarci un po' da sola?"
Carla guarda il soffitto. Bianco su bianco. La nausea sale e scende come il rollio lento di una nave. I suoni sono a tratti ovattati, molto distanti, poi tornano a lacerare i timpani: l'eco del computer, il ronzio del condizionatore, le pulsazioni del sangue sulle tempie, sui polsi. Il tintinnio della pioggia sul vetro: la pipa di suo padre contro il vetro del bicchiere. Mio padre. E' tutta colpa sua. Perchè avrei fatto qualsiasi cosa per lui, perchè mi amasse almeno la metà di quello che amava sua moglie. Pensavo che per lui fosse importante che io mi sposassi con un uomo di buona famiglia, con una posizione sicura. Parlava sempre della zia Leda che si era rovinata la vita per seguire quel pittore di quart'ordine in Spagna. Daniele l'ho sposato per questo, perchè era l'uomo che mio padre avrebbe approvato. E invece Daniele a mio padre non piace, non gli è mai piaciuto, e se gli andassi a dire che non piace neanche a me che cosa potrebbe pensare di me? Che sono completamente cretina. Così perderei anche quel poco di affetto che ha per me, quel poco di affetto che può togliere all'amore per sua moglie, naturalmente: mia madre, l'ape regina: l'unica Donna della famiglia. Non poteva tollerare rivali, per questo era sempre così severa con me e così indulgente con i miei fratelli. No, anzi era molto peggio. Io venivo totalmente ignorata, come se non esistessi nemmeno: c'erano solo loro, i maschi. Eppure facevo di tutto per non creare problemi, per non darle occasioni di rimproverarmi. Ho perfino ripudiato la mia femminilità, nascondendomi in vestiti scialbi e incolori, per rassicurarla. Fino al giorno in cui mi sono comprata le scarpette per il ballo di fine corso. Erano blu con il tacco a spillo e la punta bianca, molto, molto raffinate e indiscutibilmente alla moda. Avevo paura di indossarle di fronte a lei: ero terrorizzata dalla sua reazione, per questo le ho nascoste in giardino ed è stato così che si sono rovinate, dopo l'acquazzone.
"Non le fanno più delle scarpe così belle!" urla Carla spezzando la corda della nausea e scoppia a piangere.
 
9.
"E' un vero peccato che tu non sia ancora riuscita a conoscere Catherine. In un modo del tutto perverso ti assomiglia." commenta Fulvia masticando la pseudosigaretta mentre le mani corrono rapide sulla tastiera. Diana, seduta nella poltroncina bassa nell'angolo più fresco dell'ufficio, vicino al condizionatore, annuisce educatamente, ma senza molto interesse.
"Catherine lavora per la Starnet, la società che produce quasi tutto il content dei Media in lingua italiana. Lei sta alla divisione vendita pubblicità. E' un tipo piuttosto spietato ma in gamba: una delle poche persone di buon senso in quel bordello di passacarte e leccapiedi."
"Sei sicura che posso venire a stare da te? Non preferisci stare da sola adesso che Sandra si sposa?" chiede Diana incongruamente.
"Figurati!" esclama pronta Fulvia facendo rotolare la cornetta dalla spalla "E come pensi che potrei pagarmi il mutuo? Scherzi a parte, non amo stare da sola, e francamente penso di non sbagliare se prevedo che la tua compagnia sarà molto più interessante di quella di Sandra."
Ma Diana non ha nessuna intenzione di raccogliere le provocazioni di Fulvia e chiede invece, con quel particolare tono di indifferenza che Sandra le ha copiato e perfezionato nel corso degli anni: "Chi è suo marito? Mi pare di aver capito che è un pezzo grosso, ma che cosa fa esattamente?"
"Nicola un pezzo grosso? Suppongo che si potrebbe definire così, certo. E' un coordinatore del Governo Federale. Ma dimenticavo che tu probabilmente non sai niente del Governo Federale."
"No, infatti, non abbastanza. So che dopo il trattato di Schengen il Parlamento di Strasburgo ha assunto sempre più potere, ma che la sua sfera di ingerenza è ancora limitata alle leggi sulla circolazione di beni, servizi e persone nella Federazione. So che da anni è in vigore il sistema monetario unico, ma che ogni nuovo stato ha ottenuto il diritto di mantenere un sistema monetario parallelo per la compravendita locale."
"E questa è una dannatissima seccatura, per chi come me fa schifo in matematica. OK, quello che ti interessa sapere in questo caso è che i ministeri nazionali stanno gradatamente scomparendo per lasciare posto ad uffici di coordinamento federali. A differenza dei ministri i coordinatori hanno meno potere economico, in quanto dipendono dai ministeri federali: insomma, sono una specie di sottosegretari. Abbastanza potenti per avere diritto a tre residenze e l'auto con autista, ma niente jet privato o scorta armata: quella è solo per i ministri."
"E come si sono conosciuti, Sandra e Nicola?"
"Ottima domanda alla quale vorrei tanto saper dare una risposta. Ma come tu sai la prima regola di un cacciatore è non rivelare il luogo dove si raduna la selvaggina."
"Non credi di essere troppo spietata con lei?"
"Assolutamente obiettiva invece. Sandra ha un solo grande talento e lo sfrutta molto bene. Qualche volta mi piacerebbe essere come lei, ma non ho il fisico, temo, e neanche abbastanza predisposizione al meretricio. Le auguro di spremere Nicola fino all'osso e scappare col malloppo: lui non merita altro."
"Quando vuoi che mi trasferisca?" interviene Diana virando il discorso con perfetto tempismo.
"Per me va bene anche subito: tanto io domani parto, vado in vacanza e torno fra una settimana. Laura ha le chiavi e tutto, fai capo a lei."
 
L'appartamento di Fulvia, al terzo piano di una casa del XIX secolo nei quartieri residenziali ad est di Milano, è spazioso, con soffitti alti, una grande cucina con camino e una veranda coperta. La zona è tranquilla: si respira benessere consolidato e understatement, una situazione apparentemente inusuale per Milano e in ogni caso molto rilassante. La casa è stata cablata e Fulvia ha fatto abilitare l’homecom dell’appartamento allo svolgimento di tutte le operazioni bancarie e amministrative oltre ai servizi commerciali di base forniti dai Media.
“Questo è estremamente stimolante.” commenta Diana ad un'affaccendatissima Laura, che si sta prodigando in mille piccole gentilezze per aiutarla ad inserirsi nella vita di quartiere. “La S-B ha passato almeno cinque anni a cercare di far entrare nel mercato cinese gli sportelli bancomat e nel giro di cinque mesi sono stati sostituiti dai wicom. Mi chiedo se non si potesse saltare questo anello della catena evolutiva e cercare di introdurre direttamente il personal banking. Oppure era necessario passare attraverso l'esperienza della macchina semplice per arrivare alla macchina complessa.”
“Non credo che sia una questione di complessità, ma di funzionalità. Gente come Andrea o mia madre non ha mai imparato ad usare il Bancomat e prova le stesse difficoltà di fronte al personal banking. E' solo grazie ai Media che le masse hanno imparato ad usare l’elettronica, semplice o complessa che sia. Quando Andrea ha capito che digitando il suo codice fiscale sull’homecom e schiacciando un paio di volte il mouse avrebbe potuto vedere tutti i concerti di Coltrane, selezionare le edizioni dei brani che più gli piacevano e stampare gli spartiti direttamente in sala prove è quasi impazzito. Ha imparato a usare l’homecom in due giorni e quando si è accorto che concerti e spartiti l'avevano mandato in rosso ha dominato il personal banking in meno di due ore! In quanto a mia madre, l'idea di poter fare la spesa dalla cucina e mandare mio padre a ritirare i pacchi l'ha fatta diventare un'esperta istantanea di e-shopping. Anche se - aggiunge Laura ridendo - credo che ancora non abbia capito che non c'è nessuna signorina dietro il monitor!"
 
Come è facile ridere dell'ignoranza, pensa Diana. E’ così facile disprezzare il terrore superstizioso dei semplici che si accostano agli strumenti informatici come ai totem, con un misto di timore e reverenza per nulla sminuito dai miracoli che le macchine compiono. E' così facile sentirsi superiori solo perchè si crede di aver afferrato la procedura di accesso all’homecom o al personal banking, ma chi può affermare di poter controllare le informazioni? Chi può affermare che il saldo che appare rassicurante o minaccioso dal video corrisponde veramente ad altrettanti pezzi d'oro o monete in un forziere contrassegnato dal proprio nome? Ci sono ancora contadini nello Yunnan probabilmente che rifiutano di comporre una sequenza di numeri su una tastiera per vedere spuntare dalla bocca sottile del bancomat un fascio di banconote colorate, per un numero imprecisato di motivi che vanno dallo scetticismo sul funzionamento della macchina alla paura di comporre una sequenza di numeri sfortunata, che avrebbe mangiato il denaro anzichè sputarlo fuori, o che lo avrebbe maledetto. I contadini dello Yunnan probabilmente preferiscono ancora tenere il loro denaro in una buca del pavimento, in una scatola di legno e metallo protetta da simboli e formule magiche, convinti che questo sia sufficiente a preservarlo dal rischio di furto, incendio o alluvione. I cittadini della cosiddetta società dell’informazione invece credono di essere molto più progrediti perchè hanno tolto il denaro dal materasso e lo hanno affidato alle banche, dove frutta interessi e macina guadagni. Si sentono estremamente progrediti perchè possono evitarsi la fatica di andare al mercato a fare la spesa, lavare i piatti, la biancheria, perfino andare in libreria, al cinema o ad un concerto, perchè i Media e la Rete portano loro tutto quello di cui hanno bisogno. Eppure anche i cittadini informatici sono in balia delle formule e dei numeri magici, della superstizione legata alle macchine, del panico che si prospetta alla visione, per quanto remota, di un blackout elettrico o di un cybervirus letale. I cittadini informatici hanno progressivamente affidato la loro vita ai computers, si fidano talmente di loro che probabilmente credono più reale la cifra scritta sullo schermo del loro homecom del fascio di banconote, o dei pezzi d'oro, sotto il materasso.
 
10.
"E perchè da oggi non si può più uscire dopo le otto di sera? Che cosa vuol dire questo coprifuoco?" la voce di Diana è alterata, il suo sguardo preoccupato.
"Ah, quello! E' solo iniziata la disinfestazione."
Quando Laura aveva sentito il segnale d'emergenza aveva iniziato a preoccuparsi e l'espressione agitata di Diana non l'aveva certo rassicurata. Meno male, non era niente di grave, ma doveva trovare il modo di dire a Diana che non è il caso di usare l’emergenza per ogni sciocchezza.
"Quale disinfestazione?"
Ovviamente, la poverina non sa nulla. Nessuno l'ha avvertita.
"Per le zanzare. Senti, è tutto OK, non ti devi preoccupare. E' cominciata dopo l'epidemia del cinque."
"Quale epidemia?"
"L'hanno chiamata PGP. E' stata una cosa spaventosa, centinaia di morti, e tutto per colpa delle zanzare."
"Vuoi scherzare?"
"Ti pare che scherzerei su una cosa del genere? Non hai idea di che zanzare c'erano nel cinque, sembravano calabroni, per via della selezione della razza, per via degli insetticidi sempre più potenti che ammazzavano tutte le zanzare normali e di fatto selezionavano gli ibridi. Comunque queste zanzare erano più pericolose del curaro: una puntura e nel giro di mezz'ora si entrava in coma. Se non ti portavano in ospedale entro due ore eri spacciato: paralisi progressiva, si fermavano i polmoni, il cuore; una cosa orribile."
"E allora?"
"Allora è partito il programma di disinfestazione. Caccia ai nidi, distruzione, spargimento di insetticida a tappeto anche in città. Cominciano al tramonto, verso le otto. Proibito uscire in strada, proibito aprire le finestre: l'insetticida ci mette tutta notte ad evaporare."
"Questo succedeva nel cinque. E adesso?"
"Si ripete. Si ripete ogni estate."
"Vuoi dire che in tutti questi anni non sono riusciti a sterminare le zanzare?"
"In teoria sì, ma qualunque insetticida usano le maledette trovano il modo di crearsi gli anticorpi e sopravvivere. Cioè, non tutte ..."
"Gli ibridi e i mutanti, che sono sempre peggio."
"Ecco, appunto." conclude Laura trionfante, ma l'espressione di Diana non è cambiata.
"Diana, che problema c'è?"
"Che problema c'è? Dobbiamo passare tutta l'estate chiusi in casa e mi chiedi che problema c'è?"
"Macchè estate, stai facendo una tragedia per nulla: è solo per due giorni alla settimana: lunedì e martedì!"
"Per quante settimane?"
"Beh, fino a settembre, non so, finchè non torna il freddo; ma insomma, che cosa ti agita così?"
"I coprifuoco non mi sono mai piaciuti: evocano solo immagini negative."
"Tipo guerra? Rilassati: le gallerie sono aperte tutta notte, pattugliate dalla polizia e sicurissime, meglio di Tokyo."
"Che soddisfazione!"
"Ti ci abituerai, non è così male, anzi, con l'afa che c'è a Milano in estate l'aria condizionata delle gallerie è deliziosa. Se soffri di claustrofobia puoi sempre stare in veranda: quello non è mica proibito."
"Grazie tante!"
"Se hai problemi ti passo a prendere e ti porto fuori."
"Fuori?" la voce di Diana è quasi stridula, il tono sarcastico. Laura comincia a sentirsi a disagio.
"Sì, al ristorante, al cinema, o al club se preferisci. Mica è proibito divertirsi, anzi, i club organizzano le feste hype apposta per le notti di disinfestazione: basta passare dalle gallerie."
Diana sembra interdetta dall'ultima affermazione, ma si riprende in tempo per evitare un'ulteriore domanda.
"Grazie, ci penserò. Adesso mi metto in veranda e medito. Grazie per le informazioni."
"Di niente. A proposito, posso consigliarti di non usare il collegamento d’emergenza se non in caso di vera emergenza? Sai, costa un patrimonio: praticamente il triplo di una telefonata in wicom."
 
"Dio mio, bisogna stare attenti che Diana non combini qualche guaio!" esclama Laura quando il collegamento è finito. "Ti rendi conto che non sapeva nemmeno della disinfestazione? Forse farei meglio a spiegarle anche il resto - aggiunge pensierosa - prima che combini qualche pasticcio."
"Ma dai, che cosa vuoi che combini?" ribatte Andrea irritato "E' adulta e vaccinata no? Se è così intelligente come dici se la caverà benone!" conclude alzando le spalle e ricomincia pazientemente il giro armonico che la telefonata aveva inopinatamente interrotto. La sua vita è stata sconvolta dall'arrivo di Diana, ma non nel senso che Carla sospetta; è stato sconvolto l'equilibrio quasi magico della sua quotidianità di musicista e compagno di una donna che, prima dell'arrivo di Diana, non avrebbe esitato a definire meravigliosamente perfetta. Diana ha un'influenza negativa su Laura: questo è certo. Da quando è tornata, Laura non fa altro che scodinzolarle intorno come un cagnolino noioso, desideroso di una carezza anche distratta da parte del padrone sempre troppo occupato; questa non è la donna che lui conosce e certamente non è più la donna con la quale si può costruire un sano rapporto di coppia: come si fa a comunicare con qualcuno che è in costante attesa di comunicazione da parte di qualcun altro? All'inizio si cerca di comprendere, di restringere il proprio egoismo per fare spazio all'intruso, ma quando diventa sempre più difficile attirare l'attenzione su di sè, quando anche gli automatismi della convivenza cominciano a saltare a causa del nuovo venuto, beh, allora la situazione è seria: occorre intervenire e ristabilire l'equilibrio prima che anche il lavoro ne risenta troppo: è già così difficile concentrarsi senza il supporto dell'energia di Laura. Andrea si interrompe di nuovo e la guarda dolcemente.
"Ascolta topolina, ho sentito male o hai parlato di andare fuori a mangiare? Sai, l'idea non è affatto male. Perchè non lo facciamo? Anche senza Diana, voglio dire."
Laura sorride appena, un pensiero nero come una nuvola di tempesta si affaccia dietro il pensiero di Diana: che cosa aveva detto? Che cosa dicevano sempre tutti? "Fuori a mangiare". Fuori ... dove? Fuori da casa, fuori da una casa e dentro un'altra, dentro un altro luogo. Perchè Diana aveva usato quel tono ironico, come se la disinfestazione avesse eliminato il "fuori". E che cos'era mai, il "fuori" di Milano? Strade, superstrade, autostrade, ferrovie, centri commerciali, grattacieli, uffici, palazzi, case, caseggiati, casamenti, casermoni. Anche i parchi, sì, certo: piccole, ridicole oasi imprigionate nel grigio. A Milano era impossibile guardare la linea dell'orizzonte completamente sgombra da nubi, case, fumo, umanità. New Mexico, estate 1994: lo stesso orizzonte che videro i primi pionieri nella polvere delle loro carovane, la completa assenza di umanità, come essere soli in paradiso. Dopo aver visto il vero "fuori" come si può rimpiangere di non potere uscire di casa a Milano? Chi può desiderare di immergersi nelle ansie metropolitane, con l'odore acre del sudore rappreso tra pelle, profumo e camicia, sotto la giacca di mille riunioni di board, quella che ti strappi di dosso ogni sera e che indossi come un cilicio ogni mattina. Milano, la città del lavoro, la galera. Con o senza disinfestazione.
"Andrea, quanto manca alla prossima vacanza?" chiede Laura guardando il cielo nero al di là del doppio vetro, senza notare la sua espressione sbigottita.
"Troppo." dice Andrea asciutto "E' meglio che non ci pensi o ti deprimi. Allora, vogliamo andare a mangiare fuori o no?"
"Certo." dice Laura meccanicamente riattivando l’homecom. "Prenoto al solito posto."
 
11.
Fulvia è in piedi sulla piattaforma semideserta: sta aspettando l'ultimo treno della metropolitana. E' stanca e depressa, come sempre al ritorno da una vacanza; perdipiù a causa della disinfestazione non è possibile prendere taxi e lei odia la metropolitana, per cui il suo umore tende pericolosamente all’omicidio di massa.
Un uomo d'affari vestito di grigio scuro digita nevroticamente il wicom e squadra perplesso la planimetria della metropolitana: è seccatissimo anche lui e si gira incerto verso Fulvia, ma Fulvia sbadiglia guardando ostentatamente in aria e intanto medita seriamente di fare dietrofront e tornare in aeroporto, prendere il primo volo per l'Oceania e togliersi di mezzo: come sempre al ritorno da una vacanza. Invece resta dov'è e, quando lo sconosciuto inevitabilmente le si avvicina e le chiede in inglese malfermo indicazioni per arrivare in centro, evita perfino di fracassargli il cranio col suo stesso wicom e risponde educatamente. Il treno arriva silenzioso, le porte si aprono frusciando, Fulvia si lascia portare via dall'aeroporto e dalla fuga. Le scelte della vita. Il gioco delle possibilità, ma nessuna carta, nessun giro di dadi ti fa tornare a base e ricominciare il giro. E' come scalare una vetta con tre ramponi: devi togliere i ramponi dietro di te appena sei passato, o non vai avanti.
Tutte le volte, la stessa storia. Vorresti ricominciare, azzerare, ripartire. E' il segnale che hai bisogno di una vacanza, la nostra droga, una dose da una settimana e tiri altri due mesi. E' socialmente accettato perchè assicura migliore produttività. Lo schifo. La merda in cui siamo.
Non sarebbe stato meglio se. Se. Se. Se. Se che cosa? Da dove cominciare a cambiare scelte, decisioni. La porta tra i mondi paralleli: il surrogato di fantasia, la nostra fantasia si è esaurita nelle trattative, nelle riunioni operative, nelle guerre delle cole e dei detersivi, ce l'hanno succhiata tutta in cambio di soldi, soldi, solo soldi e con questi ci comperiamo brandelli di libertà: stupefacenti, vacanze, realtà virtuale. Siamo condannati ad interagire con altri coglioni come noi, per sempre.
Avrei voluto nascere in un altro posto. Avrei voluto un'altra madre. Avrei voluto seguire Otto Lidenbrock nella sua avventura al centro della Terra. Avrei voluto annegare a Strasburgo. Invece sono qui, dopo questa settimana di vacanza sono tornata qui, comunque e sempre io, quella che sono, tutto quello che non volevo essere, quello che sono costretta a fingere di sopportare.
Le porte del treno si aprono, si richiudono, fermata dopo fermata. Ancora lunghi corridoi, un'altra piattaforma, un altro treno, le gallerie dove l'ultimo bar sta chiudendo, il garage, l'ascensore. Fulvia respira l'aria polverosa di casa e di colpo la stanchezza ha il sopravvento e Fulvia è disposta a barattare la sua fuga per una doccia, un letto e un sogno rilassante. Perchè no? A Giuda sono bastati trenta denari per giocarsi molto di più, pensa aprendo la porta di casa e inserendo meccanicamente il wicom nel pod dell’homecom. Di colpo si ferma: c'è qualcosa di strano, indistinto, ma decisamente fuori posto. Si riprende in un attimo: certo, Sandra è andata via ed è arrivata Diana: queste sono le sue cose, ha tolto l’ologramma di Jack Blair dalla porta della sua stanza, ha fatto bene: faceva schifo. Spero non si spaventi: è molto tardi e forse non mi aspettava fino a domani.
"Diana, sono Fulvia, sono tornata." grida all'aria greve. Le risponde un'eco di vuoto inquietante: Fulvia non riesce a sentire alcuna presenza, l'appartamento sembra abbandonato. Bussa delicatamente alla porta della stanza di Diana e ancora più delicatamente gira la maniglia, che cede immediatamente. Una lama di luce taglia l'oscurità della stanza seguita dal profilo furtivo di Fulvia. La stanza è vuota: Diana non è in casa. In una notte di disinfestazione.
 
12.
Le parole di Laura rimbalzavano ossessive nella testa mentre Diana consultava febbrilmente i Media per trovare informazioni sull'assurda consuetudine appena scoperta. Con la scusa della protezione siamo tutti agli arresti domiciliari per due notti a settimana, pensava inorridita mentre le informazioni ufficiali comparivano sullo schermo: lunedì e martedì, dalle 22:00 alle 5:00, da giugno a settembre, consentito circolare nelle gallerie. Altra assurdità architettonica concepita originariamente per incoraggiare la popolazione a servirsi della metropolitana: una rete di lugubri cunicoli sotterranei che collegano direttamente le case dei quartieri residenziali con il centro storico e con i principali bar, ristoranti, locali notturni e shopping centers, ma la maggioranza dei locali erano chiusi il lunedì e il martedì, che coincidenza!
Diana si era costretta a sedersi in veranda e ad intraprendere qualche esercizio di rilassamento per cercare di calmarsi: il silenzio intorno era assoluto, le strade deserte. Ad un tratto un'ombra era apparsa sul marciapiede di fronte: un uomo camminava velocemente nonostante portasse una tuta nera ed una maschera antigas che aveva l'aspetto estremamente scomodo. Era sparito dietro l'angolo, ma dopo alcuni minuti ne era arrivato un altro, che andava nella direzione opposta. Qualche minuto dopo era passato un terzo uomo, poi un altro ancora, poi una strana autovettura scoperta, tipo jeep forze di pace ONU, con tre individui a bordo: nel giro di un'ora il silenzioso traffico di uomini e veicoli si era intensificato a tal punto che Diana concluse che il coprifuoco aveva la solita validità delle leggi in Italia: solo per chi ci crede.
Osservando che tutti gli individui portavano un particolare tipo di tuta protettiva e una maschera antigas si ricordò di avere notato un discreto mucchio di quegli oggetti abbandonati in un angolo del locale per l'incenerimento dei rifiuti, nel passaggio sotterraneo della casa che portava alle gallerie. La decisione era stata presa in un attimo: sarebbe uscita in strada e avrebbe fatto un giro intorno all’isolato.
Era scesa nel sotterraneo: tutto era rimasto come ricordava. Le tute erano piuttosto malandate e troppo grandi, ma le maschere erano in buono stato. Impiegò quasi tre ore a sistemare alla meno peggio la tuta meno rovinata: non aveva fatto una cosa del genere dai tempi della ricerca sulle comunità rurali nello Yunnan e il risultato finale era men che mediocre, ma a quel punto niente avrebbe potuto fermarla.
 
Diana impiega qualche secondo ad abituarsi all'oscurità totale, poi segue il marciapiede fino alla piazza principale del quartiere e si ferma, in ascolto. Il silenzio è pressochè totale, ma dopo qualche minuto riesce a percepire un debole mormorio, un fruscio lontanissimo in direzione della stazione centrale della metropolitana. Attraversa la piazza e continua a camminare nella direzione del suono. La tuta è meno scomoda del previsto, ma non è neanche particolarmente comoda e uno dei due bracci, malamente adattato, sfrega contro l'ascella in modo singolarmente fastidioso. Presto Diana riesce a scorgere anche una debolissima e ondeggiante luce e affretta il passo. Le strade sono deserte e silenziose, i semafori spenti: Milano ha l'aspetto di un'enorme tempio abbandonato all'invasione della natura a cui nel corso dei secoli ha conteso il dominio del territorio. A poco a poco la luce si fa più intensa e il fruscio più distinto: sono voci, voci umane, anche se soffocate dalle maschere antigas; Diana si appresta ad attraversare l'ultimo isolato prima di svoltare nel piazzale della stazione quando un'ombra scura le appare davanti: un uomo molto alto con la tuta nera ed alcuni simboli fosforescenti sul petto e sulle maniche.
"Lei dove crede di andare?" dice con tono decisamente intimidatorio l'energumeno alzando un braccio per sbarrare la strada a Diana, che solo adesso si rende conto dell'enorme idiozia che ha combinato.
"Abito qui. Soffro d'insonnia e sto facendo una passeggiata intorno all'isolato. E lei chi è, scusi?" replica Diana sicura e sprezzante, stupita della sua stessa decisione. Lo sconosciuto non sembra impressionato dalla risposta, ma nemmeno più prepotente di prima.
"Guardi che è proibito uscire di casa stanotte." dice asciutto.
"Ho la tuta no? - replica Diana senza cedimenti - Ma lei continua a eludere la mia domanda. Si qualifichi, per favore."
Una risata argentina si intromette nel dialogo: un'altra persona con gli stessi simboli fosforescenti sulla tuta si avvicina ai due e dice semplicemente: "Ciao Diana. Io sono Catherine Silverstone, Cat per gli amici, e questo è il mio amico Giorgio. Hai una fortuna sfacciata: se incontravi degli AP regolari a quest'ora eri già in gabbia."
 
Diana cammina frastornata tra Catherine e Giorgio: ancora non riesce a capacitarsi di essere stata riconosciuta da una perfetta sconosciuta e le spiegazioni di Cat non la convincono. Cat sostiene di essere stata contattata mezz'ora prima da Fulvia, che ha attivato il codice d’emergenza su tutti i ‘com delle sue amiche. Il messaggio diceva che Diana era uscita con una tuta dismessa (Fulvia doveva aver trovato i ritagli di tessuto avanzati nella stanza di Diana) e pregava chiunque la vedesse di tirarla fuori dai guai. Cat le aveva spiegato che le uniche persone abilitate a restare all'aperto durante la disinfestazione erano gli agenti del corpo speciale di protezione della CPD, i cosiddetti AP, e che le tute degli AP portavano contrassegni fosforescenti del grado e del distretto di appartenenza sul petto e sulle braccia: le tute senza contrassegni erano tute dismesse e appropriarsene era reato, oltrechè perfettamente inutile ai fini del mascheramento: l'assenza di contrassegni era la prova lampante dell'irregolarità della persona all'interno della tuta. Cat aveva poi presentato Diana a tutti i personaggi radunati sul piazzale della stazione centrale - alcuni con le tute regolamentari, altri addirittura in abiti normali - come la sua pazza amica appena tornata dall'altro mondo, senza peraltro fornire spiegazioni sulla ragione per cui questi si trovavano lì e tantomeno sul possesso di tute AP palesemente illegali.
Cat aveva attaccato alla tuta di Diana alcuni contrassegni fosforescenti e insieme a Giorgio la stava scortando a casa.
"Naturalmente andiamo a casa mia, visto che a casa tua è impossibile entrare." le annuncia ora.
"Naturalmente." dice Diana automaticamente, troppo impegnata a liberarsi dalla tensione che si è accumulata nel corso della breve avventura per occuparsi di altri dettagli.
Cinque isolati a nord della stazione Cat si ferma di fronte ad un edificio che ha l'aspetto di un magazzino abbandonato e aziona un piccolo telecomando per cancelli elettrici. Una delle quattro serrande del piano terra si alza lentamente e silenziosamente, Cat la ferma quando l'apertura ha raggiunto mezzo metro da terra.
"Striscia sotto, alla svelta. Ah, puoi anche toglierti la maschera adesso: tanto non serve a niente." e si infila a sua volta nell'apertura dopo essersi liberata dalla sua.
"E il tuo amico?" chiede Diana quando sente la serranda riabbassarsi frusciando dietro di lei.
"Non ti preoccupare, se la caverà: lui è un AP regolare." dice Cat disinvolta inserendo il telefonino nel pod dell’homecom. La stanza si illumina di colpo: è un negozio di scarpe, vuoto. Cat osserva l'espressione sbalordita di Diana e scoppia a ridere.
"Ti sta bene, così impari a girare da sola durante la disinfestazione. E ringrazia il cielo che ero in giro con i ragazzi, altrimenti ... beh, adesso sali in casa e parliamo." e Cat si avvia per la scala sul retro del negozio.
"Ma tu chi sei?" chiede infine Diana riprendendosi dallo stupore, dopo essersi liberata dalla tuta e aver accettato una lattina di birra, seduta su uno dei due divani di un salotto pieno di oggetti scombinati e disordinati. Cat, in boxer e canottiera della locale squadra di basket, si sdraia sull'altro divano e butta giù un'impressionante sorso di birra.
"Sono un'amica. Un'amica di Fulvia e Laura. Quindi, per la proprietà transitiva cara a voi italiani, anche amica tua. Soprattutto perchè con tutto quello che le altre mi hanno raccontato di te è come se ti conoscessi da una vita."
“Questo l'ho capito, ma chi sei tu veramente. Come puoi uscire con una divisa da AP nelle notti di disinfestazione, come fai a sapere chi sono io senza avermi mai visto, come hai fatto a trovarmi in meno di mezz'ora: Milano è enorme.”
“Lavoro per la Starnet, non te l'hanno detto?” dice Cat sorniona. “Noi della Starnet abbiamo molti privilegi.”
“Questo non me l'hanno detto.” ribatte Diana piccata. “Sono tenuta a sapere anche quali privilegi avete voi della Starnet?”
Le due donne si fronteggiano in silenzio per parecchi secondi, gli occhi negli occhi, in un duello silenzioso. Alla fine Cat scoppia a ridere.
“Sei proprio un bel tipo, sai? Arrivi in città e cerchi in tutti i modi di metterti nei pasticci. Ti tirano fuori dai guai e invece di ringraziare continui a voler ficcare il naso negli affari altrui. Fai domande ingenue e ti aspetti risposte esaurienti. Non sai che cosa è successo negli ultimi dieci anni e pretendi che te lo vengano a spiegare alla svelta, perchè hai poco tempo da perdere. Insomma!” esclama Cat sempre più divertita osservando attentamente le alterazioni sul viso e nei gesti di Diana: il gatto e il topo, il cacciatore e la preda. “Insomma, mi piaci un casino, hai tutti i miei peggiori difetti!” conclude centrando un cestino traboccante con la lattina di birra.
Diana è confusa, genuinamente sbalestrata ma curiosamente priva di ansia: Cat è un gatto, ma a Diana i gatti piacciono e Diana piace ai gatti. Diana piace ai gatti perchè si lascia annusare e tiranneggiare senza stancarsi: di solito si stanca prima il gatto. Infatti Cat si stira inarcando la schiena come un gatto che fa le fusa e guarda l'orologio.
"Bah, solo le due. Vuoi dormire?"
"No, non ci riuscirei: sono ancora troppo nervosa. Ma non vorrei disturbarti. Se domani, cioè stamattina, ti devi alzare presto ..."
"Amica, sono imbottita di speed fino al collo: entro otto ore al massimo mi arriverà la madre di tutti i down. Tra dieci ore starò dormendo come un sasso e credo che dormirò fino alla fine della fottuta disinfestazione. Ma fino ad allora non avrò problemi, solo, devo fare qualcosa. Non posso stare ferma." Cat si stira di nuovo e per provare la veridicità di quanto ha detto si alza di scatto e comincia a raccogliere e riordinare oggetti in giro per la stanza. Cerimonia sostitutiva, pensa Diana: il gatto si sta calmando, forse ora avrà voglia di farsi coccolare.
"Beh, allora potresti cominciare a darmi un po’ di spiegazioni, se non ti disturba troppo." dice con un tono di voce particolarmente calmo e persuasivo. Cat si ferma con un fascio di stampe sospese a mezz'aria tra il pavimento e la libreria.
"Che tipo di spiegazioni?" chiede diffidente.
“Tanto per cominciare su di te. Poi sui privilegi della Starnet. Infine mi piacerebbe sapere come hai fatto a trovarmi e riconoscermi senza avermi mai visto.”
“Trovarti è stato uno scherzo con i potenti mezzi della CPD a disposizione di Giò e in quanto a riconoscerti, chi altro sarebbe stato così incosciente da girare da solo in una notte di disinfestazione? A parte questo, secondo te perchè dovrei dirti tutto il resto?”
“Beh, mi sembra solo equo, fair, no? A quanto pare tu sai tutto di me, ma io invece di te non so proprio niente e visto che siamo destinate a passare insieme un po’ di tempo ...”
“OK, è logico.” dice Cat mollando le stampe e ributtandosi sul divano. “Da dove comincio?”
"Dall'inizio. Da dove vuoi."
"Dall'inizio, e sia!" sbotta Cat e attacca l'interminabile monologo frenetico degli imballati da speed.
 
13.
Sono nata a Londra, in una di quelle viette col nome fottutamente vittoriano che pullulano nel royal borough of Fulham&Chelsea. Sono vissuta a Londra finchè non mi sono rotta i coglioni e sono venuta in Italia. No, prima sono stata due anni in Francia, in Bretagna e a Parigi, ma non era poi 'sto gran che. L'Italia non è molto meglio, ma almeno la gente non spacca tanto i suddetti con la grandeur e gli imperi economici.
Mio padre faceva il batterista in uno di quei gruppi che fanno un disco di successo e poi tornano nel nulla, hai presente 'Everlasting Love?' no vero? Beh infatti non era un gran che, comunque ha avuto un buon successo nel '68. Il gruppo si chiamava Love Affair e si sono sciolti dopo un anno, forse meno. Comunque, tra un concerto e l'altro, mio padre ha messo incinta mia madre, che era poi una sua compagna di scuola, facevano coppia fissa dai tempi del liceo, come John Lennon e Cynthia. Beh, è finita allo stesso modo. Si sono sposati che mia madre era al quarto mese ed esattamente cinque anni dopo mio padre se ne è andato con una pittrice americana. Mi ha anche rovinato il compleanno, mi ricordo. Un grandissimo stronzo: magari anche bravo con la batteria - comunque adesso fa il produttore, per cui tanto bravo non doveva poi essere - ma come uomo una vera merda. Mia madre aveva diciannove anni quando è rimasta incinta e si è ritrovata a nemmeno venticinque da sola, senza un lavoro perchè tanto i soldi a casa li portava papà (e anche parecchi), con me e mia sorella da tirar su. Già, perchè io non sono stata l'unico errore di programmazione, due anni dopo si sono fatti di nuovo prendere la mano ed è uscita Jeanie. Adesso lei fa l'attrice di teatro, sarà la vocazione ereditaria, è anche bravina ma non ha la stoffa di cui sono fatte le dive, proprio come papà. Finirà a fare la sceneggiatrice o la coreografa.
Dunque arrivo a Milano e come prima cosa mi fiondo alla CBS, con lettera di raccomandazione di papà per il direttore. Beh, sai che non sono riuscita ad andare oltre la reception? Non mi si sono minimamente filati, così adesso ho proprio la certezza che mio padre è un vero buono a nulla. Allora mi metto a dare ripetizioni di inglese e intanto mi cerco un lavoro. A Parigi avevo lavorato per una delle divisioni della Starnet, un'estate, quando studiavo, così provo a chiamare i numeri di telefono di gente che stava a Parigi e poi è rimpatriata. Il terzo mi procura un colloquio con il direttore della sua divisione, che mi procura un colloquio con il direttore di un'altra divisione, che mi procura un colloquio con il direttore di un'altra divisione e va avanti così per due mesi finchè ho girato tutte le divisioni della Starnet e sa dio perchè la divisione pubblicità mi concede un secondo colloquio. Il direttore dice 'le donne di solito non le prendiamo per questo lavoro, ma Lei ha qualcosa di diverso dalle altre'. Al settimo colloquio capisco che cosa ho io di diverso dalle altre: sono disposta a tutto pur di avere un lavoro qualsiasi. Le altre mi guardano con odio. In quell'occasione scopro un lato di me stessa che non conoscevo: sono una gran figlia di puttana, e mi va bene così.
Volevi sapere i privilegi della Starnet? Beh, uno non è certo lo stipendio, ma c'è la formazione gratis e lavorando 24 ore al giorno 7 giorni la settimana non c'è comunque tempo di spendere i soldi. La Starnet è uno dei posti più competitivi che ti puoi immaginare, tipo un role game: si va avanti praticamente a furia di contest, gare che assomigliano più che altro a duelli all’ultimo sangue. Più contest vinci, più privilegi guadagni. Devi fare gare per vincere l’ufficio con la finestra, l’auto aziendale, il parcheggio nella Cripta, i pasti pagati, l’appartamento, le vacanze e così via. Io comincio a vincere un contest dietro l'altro, perfino contro i maschi, ed è lì che scopro un altro lato di me stessa: non sono una donna, non nell'accezione italiana del termine. Non ho le caratteristiche, la personalità, le manie femminili. Ci obbligano a truccarci, pettinarci e vestirci secondo i criteri studiati dagli psicologi della Starnet: tra le donne sono l'unica che segue alla lettera le istruzioni, resistendo alla tentazione di personalizzare il look: in realtà non me ne frega niente, del look: che mi diano pure gli psicologi il look che preferiscono, energie e tempo guadagnato. Cominciano a chiamarmi 'la macchina' ma è tutta invidia e il direttore di divisione lo sa. Fare carriera per una donna è dura, nei paesi cattolici è doppiamente dura e alla Starnet è quattro volte più dura perchè i dirigenti sono una manica di maschilisti impotenti tenuti su a cocaina, ma sono uomini e una donna col cervello al posto giusto li può fottere come bere un bicchier d'acqua. Solo che a quanto pare le donne con il cervello al posto giusto non fanno colloqui per entrare in Starnet. Meglio: sono praticamente senza concorrenza e me la spasso. Le altre donne non ci provano nemmeno a farmi fuori, i maschi invece sì e ci rimediano solo delle gran figure di merda.
A parte il lavoro non faccio molto. Non mi piacciono gli uomini italiani, sono troppo maschilisti e quando ti hanno scopato perdono interesse. Anch'io del resto. Perciò aspetto che qualcuno mi spieghi che cosa ci sto a fare su questo pianeta e intanto mi tengo occupata lavorando. Mi piace questo lavoro, è una sfida continua e ci si possono anche fare un mucchio di soldi, così quando mi stufo me ne vado su qualche isola deserta a rosolarmi, o faccio il giro del mondo. Oppure chissà che non ci prenda gusto e decida di salire sempre più in alto, tanto per vedere dove si riesce ad arrivare. Comunque una cosa è certa: mettere su una famiglia è l'ultima delle mie priorità e non ho nessuna intenzione di mettere al mondo figli, anzi, mi sarei già fatta sterilizzare se non fosse per quella stupida legge della Federazione sui limiti di età. Ma come, dico io, siamo nell’era della biogenetica e dei cyborg e ancora ti obbligano a tenere a disposizione il tuo utero fino a trentacinque anni. Tutta colpa dei deputati maschi, naturalmente: una legge così stronza è stata sicuramente richiesta dagli uomini che passano metà del loro tempo a scopare con quante più troie riescono a mettere insieme e l'altra metà del loro tempo a cercare una moglie degna di servirli, adorarli incondizionatamente e portare in grembo i loro figli. Che poi è il tipico comportamento dei maschi italiani: piuttosto schizofrenico, non riescono a concepire un rapporto di coppia in cui non possono dominare.
Come dici? E' ancora cosi? Certo che è ancora cosi: ormai sono qui da più di sette anni e non mi è parso di notare alcun cambiamento, semmai una recrudescenza dei più bassi istinti maschilisti. Certo, fortunatamente non tutti gli uomini italiani sono cosi. Prendi Giorgio per esempio: uno zucchero. Si butterebbe nel fuoco per le sue amiche, perchè i suoi migliori amici sono donne, non si sente castrato se una donna è più intelligente o più forte di lui ed è capace al tempo stesso di farti sentire la sua unica ragione di vita. Naturalmente ha un sacco di problemi con la maggior parte degli uomini. E' entrato nella polizia per cercare di indurirsi ma ho l'impressione che non durerà molto: appena scoprono che è bisex lo buttano fuori di sicuro. Visto? Appena uno è decente la macchina sociale fa di tutto per emarginarlo o omologarlo, per cui poi ti spieghi come mai niente cambia. OK, vedo che stai crollando dal sonno, o è solo noia? 
 
Diana, che è rimasta ad ascoltare con un'espressione totalmente passiva sul viso, si riscuote con un grande sospiro.
“No, anzi. E’ che stavo pensando a quello che mi aveva detto Fulvia su di te.”
“Gran donna Fulvia!” esclama Cat balzando di nuovo in piedi e prendendo un'altra lattina. “Poche seghe, tanta ciccia: una sorella. E che cosa ti avrebbe detto su di me?”
“Che in un modo totalmente perverso ci assomigliamo.”
“Uhm. Ed è vero, secondo te?”
“Probabilmente sì. Fulvia è sempre stata una grande osservatrice di caratteri femminili. Tu come l'hai conosciuta?"
“Vendendo pubblicità, e come sennò? Laura e Fulvia erano sul set di una di quelle nauseabonde trasmissioni pubblicitarie che organizziamo: il cliente che sponsorizzava la trasmissione le aveva mandate per controllare che il presentatore dicesse tutto quello che c'era sul copione: lo fanno sempre. Mi hanno mandato a chiamare perchè una di loro aveva fatto interrompere la trasmissione: il presentatore non aveva detto tutto quello che doveva dire, anche questo lo fanno sempre, cioè, lo facciamo sempre, di solito non se ne accorge nessuno. Quando sono entrata sul set Laura aveva il copione e stava discutendo con il regista, Fulvia era piantata davanti alla telecamera 1 con un cronometro in mano. Le prime parole che mi ha detto sono state 'Il cliente ha pagato per otto minuti e trenta secondi e intendiamo ripetere la sequenza finchè quell'uomo non avrà adempiuto al suo contratto parlando del prodotto per otto minuti e trenta secondi. Lei può fare qualcosa per sveltire le procedure?'. So riconoscere un professionista quando ne vedo uno e lì ce n'erano due. Abbiamo finito in dieci minuti e le ho invitate a cena per scusarmi dell'incidente. Da allora siamo inseparabili. E' Carla che non riesco a sopportare, invece: non sopporto le eterne disadattate psichiche, quelle che si lamentano in continuazione di quanti problemi hanno e sborsano fortune a strizzacervelli incompetenti che nemmeno riescono a scoparsi. Ah, e poi naturalmente Sandra! Oddio, quella Sandra: come può essere una vostra amica?”
Diana sorride indulgente: “Non era cosi da giovane. Ma certe volte essere belle è più un danno che un bene. Credo che Sandra abbia scelto di mettere la sua intelligenza al servizio del suo fisico.”
“Sei troppo buona con lei: non ce n'è molta, di intelligenza, in quella spregevole testa tinta.”
“Non discutiamone più allora. Non credo che avremo molte occasioni di rivederla adesso che è entrata nell'alta società.”
“Giusto, anzi, brindiamo alla sua scalata sociale. Se farsi sbattere da un porco in cambio di denaro è quello a cui aspirava ha indubbiamente raggiunto la vetta. Auguri.”
Il tavolo è completamente ricoperto di lattine di birra, forse ce n'erano già prima che Cat cominciasse a bere. Sono tante, comunque, e la stanza comincia ad ondeggiare davanti agli occhi affaticati di Diana. Cat ha ricominciato a sistemare cose, spostare libri, appendere vestiti, nel vano tentativo di rimettere ordine in quel caos primordiale che è la sua casa e probabilmente la sua vita. Riprende il monologo, parlando più a se stessa che a Diana, e questa volta la voce ha perso la tonalità arrogante per ritornare ad essere la voce di Cat adolescente, bambina. Cat piega un maglione, si inginocchia davanti alla cassettiera, sempre parlando, apre un cassetto e piccoli animaletti tondi e pelosi dai grandi occhi neri escono da tutte le parti. Cat continua a parlare, agli animaletti, che sono le sue allucinazioni alcoliche, ovviamente, e ce ne sono sempre di più, finchè tutto il pavimento è pieno di questi esserini palpitanti, grandi come palle da tennis, che saltellano vivacemente qua e là e Cat sta dicendo che era ora che qualcuno la aiutasse a mettere ordine e che potevano decidersi a farlo anche prima, poi le porte dell'ascensore si chiudono e Diana comincia a scendere, scendere, scendere sempre più giù mentre la voce di Cat esce dall'altoparlante della filodiffusione, ma è una voce molto alterata, piena di paura: “Lo sai vero che cosa fanno gli AP nelle notti di disinfestazione? Eliminano i malati, è per questo che c'è il coprifuoco, per eliminare i malati. Altrimenti si accumulerebbero come questi animaletti e non ci sarebbe più posto per noi, capisci? Prendi un'altra birra. Brindiamo alla salute, finchè possiamo farlo.”
 
14.
Quando Diana si risveglia la stanza è perfettamente pulita: le lattine sono sparite, le carte ordinate nei raccoglitori sull'ultimo ripiano della libreria, i vestiti ben piegati sugli scaffali del guardaroba o appesi alle apposite grucce, i cuscini allineati sui divani rassettati. Non c'è traccia di Cat, ma Diana riconosce la schiena curva di Fulvia, seduta alla scrivania, ed il ticchettio nervoso dei tasti battuti.
"Che ore sono?" chiede e la voce esce rotta e impastata: la gola brucia maledettamente e un picchio sta cercando di scavare un buco nella tempia sinistra. Fulvia si volta lentamente e aggrotta la fronte.
"Buon giorno disgraziata: fammi un altro scherzo del genere e ti rispedisco a Beijing col primo volo."
Le parole rimbombano sulle pareti interne del cranio come una pallina da squash incazzata.
"Piano, per favore, ho la testa che scoppia." gracchia Diana chiudendo gli occhi.
"OK, adesso ti porto qualcosa per la testa e anche qualcosa da mangiare. Poi, quando ti sei ripresa, io e te facciamo un lungo discorso." conclude Fulvia cercando di conservare il tono seccato, ma un guizzo vivace degli occhi la tradisce e quando Diana ha finito di buttar giù le pastiglie con un bicchiere di spremuta il sorriso sornione è già tornato ad illuminarle il viso.
"Sei abbronzatissima. Dov'è che sei stata?" chiede Diana cercando di ignorare il picchio che adesso sta allegramente trapanando l'altro lato del cranio, dall'interno.
 "In Giamaica. Ma adesso sono qui e a quanto pare appena in tempo. Vuoi spiegarmi che cosa diavolo ci facevi in giro ieri sera? Non ti hanno spiegato che è proibito? Inoltre, divieti a parte, non c'è assolutamente niente da vedere o fare per strada nelle notti di disinfestazione, non ti hanno spiegato anche questo?"
"Sì, certo. Ma non è vero. Anche Cat era in giro, c'era un sacco di gente in giro e tutti avevano l'aria di stare facendo qualcosa."
"Naturalmente: lo sanno tutti che nelle stazioni della metro c'è mercato durante la disinfestazione. Se era per quello bastava dirlo a Cat, non c'era bisogno di andarci personalmente, tanto la roba la danno solo a chi conoscono. Ma non era per quello: tu nemmeno fumi, dico bene?"
"Dici bene." ammette Diana e sbuffa "Ma insomma, si può sapere perchè siete tutti così ipersensibili su questa dannata disinfestazione? OK, ho fatto una stronzata, ma anche se mi prendevano che cosa potevano farmi? Una notte in cella per accertamenti, una multa, che cosa? Non ho fatto niente di male."
Il sorriso di Fulvia sparisce di colpo e lo sguardo si oscura.
"Tu non hai la minima idea di che cosa potevano farti. Tanto per cominciare ti avrebbero portata in uno dei loro lager che chiamano centri di protezione, ti avrebbero schedata come infetta, ti avrebbero messa in osservazione per possibile intossicazione da insetticida o infezione da zanzara. In osservazione ci saresti stata come minimo una settimana, poi ti avrebbero imposto controlli periodici per sei mesi e comunque ad ogni scoppio di epidemia ti sarebbero venuti a prelevare e riportare in gabbia per sicurezza. Ecco, che cosa avrebbero potuto farti."
"Mi sembrate tutti pazzi. Quello che dici è assolutamente illogico: mi sono documentata su questa epidemia, il PGP, come lo chiamate, e anche sugli insetticidi. Non c'è stato un solo caso di PGP negli ultimi cinque anni e solo otto casi di intossicazione da insetticida negli ultimi tre. Il PGP non è infettivo e tantomeno l'intossicazione da insetticida. L'incubazione del PGP è di otto ore dal contatto, il decorso della malattia di due giorni al massimo prima del decesso. In quanto all'intossicazione da insetticida, i primi sintomi compaiono dopo quattro ore dal contatto ed esistono in commercio ben sei marche di farmaci che neutralizzano gli effetti dell'insetticida se presi entro dieci ore dal contatto. Per quale ragione terrebbero la gente in osservazione settimane e mesi? Per quale ragione la schederebbero?"
Fulvia sembra poco convinta.
"Dove hai preso queste informazioni? Non dai Media."
"No, infatti, ho dovuto collegarmi direttamente con la biblioteca medica dell'università. Ho la password."
"Mi sembrava. Beh, non ti conviene andare troppo in giro a ripeterlo o qualcuno potrebbe farti la stessa domanda che ti ho fatto io e password o non password finiresti nei guai: quelle non sono informazioni pubbliche e non possono essere usate o diffuse pubblicamente. Legge Federale numero ottocentoventisei, articolo sette, protezione delle informazioni su banche dati elettroniche. Quello che il pubblico sa è quello che ti ho detto: non è stato mai stabilito pubblicamente che il PGP non è infettivo e siccome è una malattia mortale ci vanno coi piedi di piombo. In quanto all'intossicazione da insetticida è vero che con gli antidoti non si muore, ma gli effetti collaterali sono piuttosto pesanti: 6 degli 8 intossicati che dicevi si sono trasformati in psicopatici assassini e hanno fatto fuori il vicinato a colpi d'ascia prima di tagliarsi la gola. Gli altri due si sono impiccati nei sei mesi successivi al 'contatto'. Da allora l'intossicazione da insetticida è stata la causa e la giustificazione dei crimini di tutti gli psicopatici di questa parte del mondo. Questo è quello che sa il pubblico e questa è la ragione per cui ti schedano e ti tengono sotto osservazione. Quindi adesso piantala di fare la prima della classe e se proprio vuoi farti una cultura studiati la storia degli ultimi dieci anni come la raccontano i Media. Non sarà la pura verità ma ti aiuterà a non ficcarti nei guai con la legge."
 
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