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le eredi della terra

UNITA' PERIFERICHE

Torna l’estate.
Visioni colorate
prima del buio.

1.
Alle tre del mattino la festa sta giusto incominciando a prendere quel particolare ritmo caldo e pulsante che può portare al successo un locale nella breve stagione delle notti hype. I monitor vomitano immagini stroboscopiche, il tempo è a centonovanta e continua a crescere, la pista è un magma ribollente di teste e corpi sudati. Oh yeah! Pensa il DJ squeezando il popper fino a ridurlo una pellicola ultrapiatta e accartocciata. Ci siamo: è il momento di far partire il nuovo remix appena arrivato da Londra. O adesso o mai più. Schiaccia vigorosamente un pulsante con la mano sinistra, mentre le dita della destra accarezzano i sensori del mixer. In sala il ritmo si interrompe per una frazione  di secondo e riesplode martellante, duro, metallico. Duecento battute al minuto. Dio! Se gli altoparlanti non si fondono stanotte giuro che non mixerò mai più un disco finchè vivo.
All dressed in uniform so fine
They drank and killed to pass the time
Wearing the shame of all  their crimes
With measured steps they walked in line
La voce sintetica si insinua al quinto giro: bassa, disperata, metropolitana. Un lungo urlo delirante sale dalla folla contorta in perfetto controcanto. Centinaia di mani iniziano a battere il mezzo tempo.
They walked in line
They walked in line
They walked in line
They walked in line
Diodiodio! E’ ancora meglio di quando l’ho sentita in cuffia. E’ geniale. E’ formidabile. E’ fatta!
They walked in line
They walked in line
They walked in line
They walked in line
La porta alle sue spalle si apre e l’aria rarefatta della cabina è lacerata dai decibel della sala. Una mano gli artiglia la scapola.
They  carried pictures of their wives
And number tags to prove their lies
They walked in line
They walked in line
They walked in line
They walked in line
Ottimo lavoro Thor, dice il PR sorridendo da un’orecchia all’altra. Guardali: ne vogliono ancora e ancora. Secondo me questa è la serata giusta per farci aumentare la percentuale.
They walked in line
They walked in line
They walked in line
They walked in line
Thor digrigna i denti, i sensi arrapati come autostrade digitali nell’ora di punta. La percentuale? Non ci spreco nemmeno un nanosecondo. Sarà il padrone della baracca a pregarci in ginocchio: dopo questa festa i posti più hype ci contenderanno a suon di milioni, garantito.
Full of a glory never seen
They made it through the whole machine
To never questions anymore
Hypnotic trance they never saw
They walked in line
They walked in line
They walked in line
They walked in line
Già, dice il PR con un’altra pacca sulla spalla, finchè dura l’onda, eh?
They walked in line
They walked in line
They walked in line
They walked in line
Durerà per sempre, dice Thor fissando la folla, finchè ci sarà gente che ha voglia di divertirsi seriamente. Nowhaddamean? Adesso vattene e lasciami lavorare che questa sta per finire.
They walked in line
They walked in line
They walked in line
They walked in line
Vado, dice il PR. A proposito, dove l’hai scovata? E’ proprio frenzy.
They walked in line
They walked in line
They walked in line
They walked in line
Non certo sui Media. E’ il remix di una vecchissima canzone, roba degli anni ottanta, addirittura.
Walked in line
Walked in line
2.
L’homecom comincia a bleepare proprio quando Laura ha trovato la posizione giusta e si prepara ad affrontare la spirale vorticosa dell'orgasmo. Con un gesto spasmodico, che le costerà almeno due minuti di ritardo sull'inizio della corsa oltre al rischio che Andrea perda la concentrazione, riesce a tacitare l'inopportuno apparecchio. Lo la rassicurante cantilena della segreteria che invita a lasciare un messaggio ristabiliscono l'equilibrio e Laura può ritornare alle immagini sempre più rapide ed indistinte della sua mente. Il bleep che annuncia la fine del messaggio si perde nella cacofonia dell'istante in cui le granate esplodono nel ventre di Laura ed il missile si schianta sibilante al centro del cranio, spappolando i principali centri nervosi.
Lentamente le cellule cerebrali superstiti si scuotono, si rialzano, aiutano i feriti, lanciano i primi timidi messaggi alle terminazioni nervose, iniziano il check up di routine. Laura assapora l'ebbrezza del ritorno in sè e cerca di dimenticarsi ancora per un po', ancora un minuto, ancora trenta secondi, ti prego. Le cellule cerebrali, inesorabili, lanciano stimoli più forti, esigono risposte: tutto il corpo a rapporto prego, tutto il corpo a rapporto prego, prova funzionamento occhi, prova funzionamento polmoni, decompressione cardiaca attivata, processo inspirazione attivato, regolarizzazione respirazione tra dieci secondi, prova funzionamento braccia, mani, dita. Andrea comincia a dare segni di vita: muove la testa, poi un braccio, apre gli occhi.
"Ciao! Bentornato!" dice Laura divertita allo sguardo ancora lontano.
"Mmmhhh, che cosa è successo?" replica Andrea con un sospiro appagato.
"Quando?"
"Quando hai sfondato il muro del suono. Parla piano: ho un timpano fuori uso."
"Non eravamo d'accordo che mi mettevi una mano in bocca?"
"Mi è passato di mente, avevo altro a cui pensare."
"Allora la prossima volta o mi imbavagli o ti metti i tappi nelle orecchie. Adesso alzati che stai colando dappertutto." Tutto il corpo è ormai spiacevolmente presente e fastidiosamente sensibile alle secrezioni, aiutato dal caldo opprimente dell'estate milanese.
"Ci sono ancora quei biscotti che abbiamo preso settimana scorsa? Mi è venuta fame!" la schiena sinuosa di Andrea sparisce nell'accappatoio marrone.
"Scommetto che il giorno che non trovi niente in frigorifero dopo l'amore chiedi il divorzio!" commenta Laura raccogliendo la scia di indumenti sparsi al suolo.
"Sarà meglio andare a fare la spesa alla svelta, allora. Sbrigati!" e Andrea le allunga l'abituale pacca sul fondoschiena a conclusione dell'argomento.
 
3.
Fulvia apre gli occhi su una serie di simboli alieni che la guardano da una finestrella, la finestra dell’homecom, no del wicom, no dell'orologio, sì l'orologio che deve essersi rotto perchè i simboli non hanno senso amenochè non sia saltato il setup dei caratteri e questo è il webdings dev'essere così allora dopo risetto tutto, adesso credo che mi stiano chiamando dall'altra parte, certo, arrivo, stavo dicendo che i castoneri sono meno pregiati delle lincintomatiche però dipende se ci vuoi fare le scarpe oppure i tavolini perchè in quel caso è meglio se ti fai dare un brief scritto altrimenti poi ti vengono a dire che era tutto sbagliato almeno io farei così senza brief scritto io non lavoro e neanche Laura perchè vedi quando mi suona il campanello allora metto subito la segreteria anzi è già inserita così io posso continuare a dormire tanto a quest'ora hanno senz'altro sbagliato numero e poi non te ne andare che stavamo andando così bene ci manca poco ormai e non voglio nemmeno sentirla quella del marco perchè io ho sempre pensato che era un idiota e vedi che avevo ragione chi mi chiama arrivo aspetta adesso però lasciami che devo proprio andare lo voglio tanto anch'io però dopo adesso devo andare ... Gli occhi si riaprono di colpo, i simboli si riaffacciano sulla retina per un istante senza senso prima di comunicare 11:35, cioè sono le undici e mezza e c'è un messaggio nella segreteria dell’homecom e il wicom sta bleepando, cioè ha smesso e si è inserita di nuovo la segreteria. Ma chi si permette di chiamare a quest'ora di mattina di sabato? pensa Fulvia pigramente sbattendo le palpebre assonnate. Non ce la faccio adesso, devo proprio dormire, sono andata a letto alle quattro, undici meno quattro sette, ancora un'ora, almeno mezz'ora ...
 
La serratura della porta scatta e Sandra entra con una grossa borsa e un mazzo di rose rosse soffocate nel cellophane, chiude silenziosamente la porta e cammina  in punta di piedi; la porta della camera di Fulvia è chiusa, i vetri scuri: Fulvia sta dormendo. La porta della cucina è leggermente aperta e una lama di luce taglia una diagonale chiara sul pavimento quadrato dell'ingresso. L’indicatore rosso della segreteria lampeggia, ma Sandra la ignora e prosegue direttamente per il bagno. E' stanca, vuole solo togliersi il trucco e andare a dormire: è stata una notte durissima, non vedeva l'ora di liberarsi di Nicola. Ne vedrò fin troppo da adesso in poi, pensa con un misto di orgoglio e di rimpianto, sono le mie ultime ore di libertà. Pregusta il momento in cui darà la notizia alle ragazze, domani sera. Le inviterà tutte a casa, dopo cena, o magari lo dirà subito a Fulvia e poi aspetterà la prossima cena per dirlo alle altre. Sì, meglio così, meno ufficiale, lascerà a Fulvia il compito di diffondere la voce e magari saranno le ragazze a telefonarle, ancora meno fatica. Le occhiaie sono veramente tremende, devo dormire almeno otto ore, ma come si fa? Devo assolutamente andare dal parrucchiere a rifare la tinta: si vede troppo. E anche la pulizia del viso, anzi, adesso telefono e vedo se mi prendono alle sei. Con gesti rapidi ed esperti Sandra toglie gli ultimi residui di trucco, passa la crema nutriente e raccoglie i capelli in un torchon alto, fermato da una grossa forcina. Si vede proprio! commenta a mezza voce rigirandosi per valutare lo spessore della linea scura che incornicia la massa soffice di capelli color rame. Se non riesco per oggi devo assolutamente farlo martedì mattina, altrimenti mi salta il bridge di martedì sera. E questo è solo l'inizio! riflette elencando mentalmente le prossime scadenze. Comune, Chiesa, Ristorante, Catering, Partecipazioni, Lista degli invitati, Lista dei regali, Bomboniere, Testimoni ... testimoni? Oddio, chi può fare da testimone? La fronte si incrina appena in una mareggiata di rughette mentre le dita compongono nervose il numero del parrucchiere. Una cosa alla volta: adesso il parrucchiere, poi dormire, poi il resto. Disciplina. E in un attimo la sua mente è totalmente concentrata sull'orario dell'appuntamento: "Sì, devo fare la tinta. No adesso non ho tempo. Le sei e un quarto? Perfetto! Ah, e la pulizia del viso? Allora vengo alle cinque e mezza. Benissimo. A più tardi."
Problema n°1 risolto: affrontiamo il problema n°2, pensa Sandra soddisfatta. Sbadigliando entra in camera, butta i fiori ancora incellophanati nel cestino della carta, la borsa sotto il letto e le pantofole in un angolo. "Devo ricordarmi di dire a Nicola che odio le rose rosse: sono così volgari." è il suo ultimo pensiero prima di addormentarsi.
 
4.
L’homecom si risveglia in un turbinio di fogli sparpagliati dal vento che ha spalancato di colpo la finestra socchiusa. I fogli vorticano nell'aria mentre la voce sintetica di Catherine declama "Yerright. I’m Cat’s voicemail. Have a nice day." I fogli si posano oscillando sulle poltrone piene di vestiti abbandonati, sul pavimento ricoperto di polvere, sui tavoli dove un campionario di bottiglie, bicchieri mezzi vuoti o mezzi pieni, patatine, noccioli d'oliva e portacenere traboccanti testimonia il successo di un party remoto. La finestra inizia a richiudersi molto lentamente, ma una nuova folata la riapre di colpo ed i fogli, solleticati, sussultano. L’indicatore rosso dell’homecom inizia a lampeggiare. Un raggio di luce  percorre guizzando il pavimento e si arresta sul vetro di una fotografia appesa al muro di fronte alla finestra. Dietro il vetro il viso lentigginoso di una Catherine diciottenne, incorniciato da una cascata di riccioli biondissimi, contorto in una smorfia di disgusto, gli occhi obliqui quasi grigi, le labbra rosso cupo, la lingua rosa bene in vista per l'obiettivo del fotografo che, evidentemente inesperto, non è riuscito a mettere a fuoco il particolare.
La proprietaria della fotografia è a tre chilometri e mezzo di distanza, occupata a smaltire i fumi del detto party con l'estenuante jogging a cui si sottopone tutte le mattine nel parco di Milano Sud prima di affrontare la Cripta e i suoi abitanti. Sbuffando corre, Catherine detta Cat, la gatta sul tetto che scotta, eccome scotta maledizione, se entro venerdì non chiudo il contratto Alpha sono fuori dal contest e addio vacanza-premio a Cabo Verde, non è il massimo della vita ma insomma, sempre meglio che lavorare. Non è particolarmente ispiratore questo parco, pensa deviando verso il parcheggio sotterraneo: evitare almeno nel weekend libero, annota mentalmente rallentando la corsa e i battiti del cuore.
"Shut up!" sbuffa infine appoggiandosi contro il vetro freddo della Golf GT2000. Il video del wicom lampeggia. Catherine storce la bocca e gli occhi diventano fessure lampeggianti, proprio come gli occhi di un gatto. "Shut up!" ripete sibilando come un gatto infuriato, anche di sabato mattina lo stronzo, perchè può essere solo lui: gli altri sono ancora in coma, ma lui no, lui ne sniffa a chili, spero che gli si spacchi la giugulare un giorno non lontano. Catherine si asciuga il sudore, apre la portiera e guarda con odio il wicom che bleepa e lampeggia disperato. "Leave a message home, asshole." sibila senza toccarlo. Come fulminato il wicom tace e il video smette di lampeggiare. "Good boy" conclude Cat sorridendo sorniona e chiude la portiera con uno schiocco.
 
5.
"Se c'è una cosa che non sopporto è andare all'iper di sabato mattina, con tutte le cosiddette coppie metropolitane in fila alle casse con lo sguardo postcoitale tipico del sabato mattina. Che schifo!" Carla sbatte con stizza le borse gonfie dell'ipermercato sul tavolo di cucina.
"Almeno loro si rilassano prima di andare a far la spesa." mormora Daniele chiudendo la porta.
"E poi la coda, la coda!" continua Carla durante la routine svuotamento sacchetti & rilocazione in frigorifero "Io non so più a che ora bisogna andarci per evitare la coda. Dopo una settimana di stress aziendale ci manca solo lo stress da approvvigionamento!"
"C'è un messaggio in segreteria." osserva Daniele asciutto infilandosi in bagno.
"Comunque questa è l'ultima volta che mi faccio convincere ad andare all'iper. Dalla prossima settimana si torna all’e-shopping: costerà anche di più ma vuoi mettere la qualità della vita!" conclude Carla sbattendo la porta del frigorifero. "Di chi era il messaggio?" aggiunge nel tono rilassato e vagamente salottiero della schizofrenia urbana. Uno scroscio d'acqua taglia l'ultima sillaba della domanda e lascia dietro di sè un silenzio scomodo come i puntini di sospensione in un paragrafo. Carla schiaccia il pulsante del riascolto. Macinata dalla digitalizzazione, distorta dallo speaker automatico, ma pur sempre inequivocabilmente riconoscibile, torna dopo un silenzio decennale la voce di Diana.
 
6.
Appena spento il wicom Diana ha una crisi di pianto: la terza da quando è atterrata a Linate, trentasei ore prima. La voce di Carla, concitata, incredula, incalzante, ha riportato alla superficie della mente tutti gli addii, le lacrime furtive, gli sguardi imbarazzati delle ragazze di dieci anni fa. Ci sono ancora tutte, ha detto Carla con la voce acuta dell'emozione, disperavano di poterti rivedere viva, ma adesso che sei tornata si ricomincia, stasera stessa, una cena, come ai vecchi tempi, naturalmente a casa mia. Un sottile dolore alla bocca dello stomaco, appena accennato ma già invadente, il segnale del ricordo delle cene di Carla: quel ricordo che - da solo - era stato capace di risvegliare ogni volta sapori e profumi perduti. Quel ricordo che ha diretto le dita ancora incerte di Diana sulla tastiera, che ha composto la sequenza giusta, senza una sola esitazione. Perchè l'aveva fatto? Adesso, a poche ore dall'inevitabile incontro, comincia a rimpiangere il suo impulso: troppe cose ancora non quadrano, prima di tutte la lingua, la sua lingua madre abbandonata, frantumata da anni di ideogrammi e tonali, la lingua che ancora non le consente di esprimere tutta la sua sorpresa al paesaggio così differente, struggente e crudele al tempo stesso come il vago ricordo della sua perduta adolescenza. Poi lo spazio, lo spazio che l'avvolge ma che non le appartiene più, in cui si muove a fatica come in un incubo, senza riuscire a trovare un punto d'appoggio, una collocazione. La Società le ha messo a disposizione un'auto con autista per darle tempo di riabituarsi all'Occidente e lei aveva trascorso il pomeriggio del giorno precedente rannicchiata in fondo all'enorme abitacolo, le punte dei piedi e le ginocchia unite, le mani sopra le ginocchia, gli occhi sgranati, senza parole di fronte al videogame di vie argentate dal calore estivo, piene di uomini e donne, di profumi inebrianti, di vetrine luccicanti, di insegne colorate, tanto chiassose che gli occhi avevano cominciato a lacrimarle per lo sforzo cromatico. Quando lo spruzzo verde scuro dei platani aveva circondato il suo campo visivo si era riscossa dallo stupore e aveva fatto capire all'autista con molti gesti e poche parole-base del suo italiano per stranieri che desiderava fare un giro nel parco. Vicino al laghetto si era decisa ad uscire dall'abitacolo per sfidare l'Occidente sotto forma di giovani coppie allacciate e vecchietti seduti sulle panchine. Aveva camminato a lungo cercando di ritrovare le percezioni sensoriali che le erano familiari, ma aveva dovuto concludere che quelle percezioni appartenevano ad un passato sempre meno prossimo, sempre meno probabile: forse addirittura ad un’altra vita, in un universo parallelo. Si era seduta su una panchina ed aveva osservato i cigni incedere solenni e le papere affaccendarsi nell'acqua appena mossa, ma anche queste le apparivano complicate entità aliene, macchine biologiche rumorose ed arroganti. La prima crisi di pianto l'aveva colta sulla panchina, le mani sulle ginocchia, lo sguardo fisso  terra, impotente di fronte alle ineffabili papere occidentali.
 
Elenco. Delle cose da recuperare, delle cose da archiviare, delle cose da cancellare. Archiviare: le nozioni che aveva accumulato in trasferta e che non avevano un utilizzo immediato. Recuperare: le nozioni che aveva accumulato in Italia e che aveva accantonato per poter sopravvivere in trasferta. Cancellare: tutto quello che le procurava dolore. Un semplice scambio di files, una normale riorganizzazione degli archivi mentali. Autocontrollo, disciplina. Le lacrime avevano smesso di bagnarle le mani, i singhiozzi erano diventati sospiri sempre meno profondi. Pensiero organizzato; cominciare da un punto qualsiasi e costruire, mai voltarsi indietro. I vestiti: nessuno portava indumenti paragonabili ai suoi, i suoi vestiti attiravano l'attenzione di tutti i passanti, attenzione negativa. Quindi andavano cambiati. La Società le aveva dato un nuovo codice fiscale e una linea di credito per le sue prime necessità. Si sarebbe fatta portare in un emporio. Doveva comperare vestiti, scarpe, accessori. I capelli: un taglio netto; nessuna donna qui sembrava portarli lisci e più lunghi di dieci centimetri. Non era sicura di poter affrontare anche le tinte brillanti che le signore ostentavano sulla corta capigliatura: rosso rame, giallo paglierino, platino, argento o neroblu, ma ci doveva provare. Era tornata all'auto, aveva chiesto all'autista di portarla in un emporio.
"In un che?" aveva esclamato l'autista con il tono arrogante e derisorio dell'autoctono. Diana era arrossita fino alla radice dei capelli lisci, lunghi e irrimediabilmente castani, aveva abbassato gli occhi, confusa.
"Un emporio: un ... negozio dove comprare vestiti, scarpe, camicie."
"Ah, uno scioppinsenter. Bene signora." aveva concluso l'autista con un mezzo ghigno di scherno. (Ohè, Maria, ne ho viste di sballate in quindici anni di carriera, ma questa qui doveva proprio venire da un altro pianeta: a parte come era conciata, non aveva mai visto uno scioppinsenter. E questa sarebbe la cosiddetta classe dirigente. Ti credo che poi va tutto a puttane!).
Lo shopping center era la raffigurazione più vicina all'inferno che Diana potesse immaginare: luci violentissime, musica assordante, negozi aperti come ferite purulente, merci esposte come puttane, profumi artificiali e soffocanti. Centinaia di anime dannate, donne e uomini senza pace, in continuo movimento, imprigionati da vestiti alla moda, imbalsamati in profumi pretenziosi e acconciature rigide, le lanciavano occhiate psicotiche. Diana si era buttata in un salone di parrucchieri come in una scialuppa di salvataggio. Qui, sotto lo sguardo vacuo di una receptionist dai capelli zebrati e inanellati come cannoncini su una Saint  Honorè, si era documentata con i cataloghi di moda che le erano stati messi a disposizione, si era lasciata imporre un'acconciatura dal mastro coiffeur e si era abbandonata alle cure della sciampista, ignorando flusso inarrestabile di banalità di servizio (avevamopropriobisogno diunabellaregolataeh? guardistiatranquilla MaxièveramenteilMassimo! Nodavverogiuro vedracomestarabene coniltagliochehascelto peccatoperilcoloreperò ioveramente loavreifattoneroblu ancheseilrossoeffettivamente epiufashion, certovorràdireche cipensiamo, saràperlaprossimavolta. Lofacciamoilbalsamo, vero?). Per due lunghe ore aveva cercato di isolare informazioni tra le chiacchiere di inservienti e clienti. Vaghi ricordi cominciavano ad affiorare, fonemi ritrovavano corrispondenza con icone: crema da giorno, crema da notte, maschera, pulizia del viso, mascara, rossetto, fondotinta. Quale marca? Con che frequenza? I cataloghi di moda le confondevano le idee più che aiutarla e aveva smesso di sfogliarli.
Alla fine del trattamento lo specchio le rimandava un'immagine meno deietta, ma in cui non riusciva a riconoscersi, tanto da sobbalzare alla vista di se stessa nello specchio della boutique in cui si era infilata quasi ad occhi chiusi subito dopo il parrucchiere. Qui, nonostante l'esagerata maleducazione delle commesse, era riuscita a comperare un paio di vestiti passabilmente simili a quelli che le riviste di moda dispiegavano, a cui aveva abbinato un paio di scarpe intonate, una sciarpa, una borsetta. Poi era passata in profumeria. Il wicom che la Sociatà le aveva fornito continuava a bleepare e sputare minuscole ricevute di carta. Aveva cercato di tradurre mentalmente gli importi, ma si era presto confusa con gli zeri e ci aveva rinunciato; sicuramente aveva speso una cifra esorbitante, ma allo stesso tempo una strana euforia l’aveva presa: la sensazione del giocatore di ruolo in una realtà virtuale. Ogni acquisto, ogni oggetto accumulato portava punti di abilità, potere, magia o distruzione; districarsi nel labirinto, scegliere gli oggetti, schivare i trabocchetti e le entità negative, tutto era parte del gioco e l’obiettivo del primo livello consisteva nel riuscire a ritrovare l’uscita dallo shopping center senza perdere un solo pacchetto e la scatoletta magica.
L’euforia si era trasformata in stanchezza mortale non appena aveva rimesso piede nell'appartamento che la Società le aveva messo a disposizione. Aveva buttato i pacchetti sul letto, aveva acceso tutte le luci, si era preparata una tazza di tè verde, si era accoccolata sul divano ed aveva guardato fuori dalla larga finestra. L’appartamento era al penultimo piano di una torre di trenta: Milano si stendeva brumosa sotto la finestra, i rumori del traffico appena attutiti dal doppio vetro, i miasmi venefici delle auto e del caldo soffocante perfettamente visibili dietro l’involucro di aria condizionata, il sole tremolante ancora alto nel cielo ma già più rosso e più grande, pronto al declino verso le montagne invisibili dietro la cortina di smog. Di colpo Diana si era sentita sola, piccola e inadeguata come quando era arrivata alla base della sua missione, dieci anni prima. Le lacrime erano cadute direttamente nella tazza: questa volta Diana non aveva nemmeno tentato di fermarle, limitandosi a pulirle via col dorso della mano per non sporcare il vestito nuovo. Quando era andata in bagno a sciacquarsi il viso era sobbalzata di nuovo all’immagine di sè stessa nello specchio e per poco non aveva rovesciato il tè sul vestito; questo l'aveva costretta a sorridere di sè, così anche la seconda crisi era passata.
 
La notte era rimasta sveglia, in parte per il jetlag, in parte perchè non aveva mai trovato facile dormire in letti stranieri. Alle quattro della mattina si era trascinata sul grande divano del soggiorno e aveva guardato la TV, che adesso si chiamava homecom. Si ricordava vagamente una decina di canali nazionali e una dozzina di antenne locali che trasmettevano vecchi films: adesso aveva spinto il bottone del telecomando fino al numero 178 e ancora apparivano nuove stazioni, voci, suoni, immagini. C'era una stazione thailandese che trasmetteva film pornografici e Diana si era incantata di fronte al groviglio di corpi, di giarrettiere, di bustier colorati. Un pensiero l'aveva folgorata: da quando Stefano se ne era andato non c'era stato più niente del genere, per lei: niente di paragonabile alle figure acrobatiche che si dipanavano sullo schermo. Non ci aveva mai più pensato, e adesso era meglio cambiare canale prima che il ricordo diventasse ingestibile. Il telecomando svela nuove stazioni, in tutte le lingue, anche una stazione giapponese sottotitolata in arabo, duecentosettantuno, duecentosettantadue, ma quante sono?
La sua prima notte in Italia è passata e Diana si  sveglia intorpidita, il telecomando ancora stretto nel pugno come una rivoltella. Il monitor trasmette un notiziario in modalità mute: immagini in rapida successione con didascalie inframmezzate da un'annunciatrice rigida e pallida. Apre la bocca come un pesce nell'acquario e Diana si diverte ad immaginare che cosa sta dicendo, la mano stretta intorno al telecomando, le dita intorpidite; gli occhi bruciano, ma Diana guarda ancora, guarda la sua nuova vita attraverso lo schermo azzurro, attraverso le parole mute dell'annunciatrice, le immagini frenetiche, le didascalie. Dietro c'è l'ampia finestra, il cielo, grigio come l’iperspazio, grigio come tutti i cieli all'alba, grigio come i pensieri carichi di sonno del mattino. Diana guarda il cielo grigio e l'ultimo scampolo di sogno fugge con il ricordo della prima notte, dell'ultima notte, di tutte le prime e di tutte le ultime notti della sua vita. Il cielo si colora di azzurro e Diana spegne il monitor. Non può più aspettare, adesso: deve mettersi in contatto con le ragazze.
 
7.
Il weekend non può che risultare sconvolto dal ritorno sulla scena di Diana. Carla ha inseminato le segreterie delle ragazze di messaggi più che perentori e verso le quattro del pomeriggio le prime risposte sono arrivate. Fulvia: beh era ora, Sandra: e allora? Laura: è uno scherzo? Non è uno scherzo? Davvero? E come sta? Quando la vediamo? Perchè non prima? Solo Cat non si è fatta trovare, ma Carla confida di poterla stanare a colpi regolari di mms: uno ogni ora fino alle sei, uno ogni mezz'ora dalle sei e mezza. Daniele è stato rispedito senza pietà all'ipermercato per approvvigionamenti extra, mentre Carla organizza il menù: insalata di gamberi e rucola, lasagne di magro, rollè di tacchino e legumi al forno, plateau di formaggi freschi, cruditèes, macedonia con gelato allo yogurt. Ipocalorica, basso colesterolo, le cruditèes in tavola subito per i vegetariani, conclude soddisfatta tagliuzzando le carote. Ama cucinare. E' un amore di vecchia data, il primo, e a differenza degli altri non l'ha mai delusa. Sente la  materia plasmarsi sotto le sue dita e prevede l'istante in cui il fuoco trasformerà gli ingredienti in un insieme entropico e profumato. Mentre cucina non vuole nessuno intorno, nemmeno l’homecom: ascolta il rumore del coltello contro il legno del tagliere, del cucchiaio di legno contro i bordi metallici delle pentole, dell'acqua contro la buccia degli ortaggi ed è felice. Ama l'algebra della cucina, le sue formule, le sue equazioni: in cucina tutto è perfetto, tutto risponde a leggi precise, immutabili. Uova + zucchero + cognac = zabaione; uova + sale * olio = maionese. Se mischi burro con farina sul fuoco lento e aggiungi latte a poco a poco ottieni sempre besciamella, se sbatti le uova col formaggio grattugiato e friggi in olio ben caldo si materializza sempre un'omelette. Certezze, assiomi basilari sui quali tutti i teoremi gastronomici si fondano e fondono insieme al burro nella padella della salsa. Se la vita potesse svolgersi in una ricetta Carla non sarebbe in analisi. Se la vita fosse  un lungo soufflè di spinaci, anche il più difficile, quello con la panna fresca, Carla non avrebbe bisogno di svuotare la sua spazzatura ogni settimana nel cervello freddo, severo  e incomprensibile del suo maledetto terapista. Ma Carla non ha ancora imparato la scienza delle relazioni umane, non riesce a capire che cosa deve fare per farsi volere bene. A parte le sue cene. Le sue leggendarie cene.
 
E' tutto pronto al primo sibilo dell’interfono che annuncia Laura e  Andrea. Ecco, per esempio, Laura odia cucinare, non riesce a mettere insieme nemmeno un minestrone senza surgelati e dado per brodo, ma non ha mai avuto problemi con la vita e la vita le sorride: la vita le ha regalato Andrea e un buon lavoro. Che le due cose siano collegate? No, perchè Fulvia, che si fa annunciare dal wicom subito dopo, dipende da rosticcerie e fast food per la sopravvivenza, ma è anche tremendamente sfigata con gli uomini: in trent'anni non ne ha mai trovato uno che le rimanesse appiccicato per più di una notte.
Laura la abbraccia e quasi la stritola: è emozionatissima.
“E’ proprio vero? Ancora non riesco a crederci. Da quanto è tornata?”
“Non ho capito bene: parla un italiano assurdo, sbaglia tutti gli accenti, sembra una cinese delle barzellette. Credo un paio di giorni.”
“E come sta? E Stefano lo sa?”
“Bene, sembra. Di Stefano non abbiamo parlato.”
“Non mi pare che sia il caso di avvertirlo, se non l'ha fatto lei.” interviene Fulvia. “Non so se lui sarebbe felice di rivederla.”
“Dio che deficiente!” sbotta Carla “Ho realizzato solo adesso che ho evitato una orribile gaffe per un pelo: se Sandra non avesse avuto la delicatezza di dire che viene da sola ...”
“Frena l’autoflagellazione: Stefano è storia. Sandra ha altro per le mani in questo momento.” svela Fulvia con casualità calcolata.
“Un momento, ho perso qualche puntata. Anche Sandra ha mollato Stefano?” chiede Laura riempiendo i bicchieri di vino.
“Siete tutte in arretrato di parecchie e succose puntate. Dovremo fare una session speciale per questo.” taglia corto Fulvia “Vi dico solo che ha preso un bel pescione grosso. No, non lo conoscete.”
La consapevolezza di appartenere ad una razza privilegiata traspare da ogni suo gesto e supera la mera apparenza fisica. Fulvia non è mai stata bella: alta, spigolosa e priva del più elementare sex appeal, il suo ruolo nel gruppo è sempre stato quello della single a vita, ma lei non ha mai mostrato risentimento: solo una particolare inclinazione al sarcasmo ed un interesse quasi morboso per le complesse acrobazie sentimentali delle sue amiche.
“Quando fai così vorrei picchiarti. Adesso mi torturerò per tutta la sera!” conclude Carla alzando gli occhi al soffitto per non ammettere a Fulvia la sua delusione.
“Povero Stefano! Non riesce proprio a concludere niente con le donne. Mi fa quasi pena.” sospira Laura.
“Non sprecare la tua simpatia: Stefano è il tipo che preferisce farsi pigliare a calci in faccia pur di non prendere un’iniziativa impopolare.” ribatte Fulvia. “Chiunque altro si sarebbe stufato di fare da tappetino a Sandra secoli fa.”
Carla, che stava per avviarsi a rispondere al sibilo dell’interfono, rimane interdetta:
“Allora vuoi dire che c’è del vero nella storia che ha messo in giro sul modo in cui Diana l’avrebbe piantato?” chiede avida.
“Su quella storia non ho opinioni finchè non sento la versione di Diana.”
“E' arrivata Diana.” annuncia Daniele senza emozioni, affacciandosi alla porta della cucina. “Vuoi che cominci a mettere in tavola gli antipasti?”
Le tre donne si alzano all'unisono dal tavolo a cui erano sedute e corrono alla porta senza degnare Daniele di uno sguardo o una parola. Lui raccoglie le patatine, le olive e i salatini rimasti e si avvia tranquillamente in sala da pranzo dove Andrea sorseggia il suo amato Terre Bianche. "Vuoi delle olive?" chiede con la sua voce gentile e monocorde. Andrea gli piace: è di poche parole ma di molto spirito, non si immischia negli affari altrui ma è sempre pronto a dare una mano quando serve, come adesso, in questa serata muliebre che si preannuncia la solita, intollerabile, commedia dell'arte.
"Stavo pensando - dice Andrea prendendo un'oliva - che avevo promesso di farti ascoltare il nuovo CD dei Freaking Blues e, stupidamente, ho lasciato a casa il wicom."
"Non ti preoccupare, sarà per un'altra volta."
"Beh, magari non è necessario - replica Andrea versandosi altro vino - Magari dopo cena possiamo fare una scappata da me, recuperiamo il wicom o - meglio ancora - ce ne stiamo ad ascoltare il CD sull’homecom e poi torniamo. Secondo me le ragazze avranno troppo da raccontarsi per aversene a male, non ti pare?"
"Certo, è una buona idea." approva Daniele gravemente mentre dall'ingresso arrivano i primi gridolini estatici. E' proprio questo che gli piace in Andrea: il modo di aiutare gli amici senza imbarazzarli, buttando i salvagenti con noncuranza, quasi casualmente, ma sempre, sempre esattamente centrando l'obiettivo.
L’interfono sibila di nuovo: il sorriso smagliante e gli occhi blu-bambola di Sandra accompagnano l'accento strascicato da eterna bambina.
"Come mai è sola?" domanda Andrea.
"Credo di aver capito che Stefano abbia un impegno di lavoro."
"Sabato sera?"
I due uomini si sorridono brevemente, consapevoli di aver raggiunto la massima intesa della situazione: da adesso in poi possono anche evitare la fatica della conversazione.
Laura irrompe per prima nella sala da pranzo, gli occhi brillanti di eccitazione.
"E' incredibile, non è cambiata un filo, sembra che il tempo si sia fermato per lei. Un'invidia, una rabbia!" e ride, incapace di provare anche la metà dei sentimenti che esprime. Il cicaleccio si avvicina con i passi delle altre e infine il gruppo compatto fa la sua comparsa. Daniele e Andrea vedono una ragazza che dimostrerebbe a malapena vent'anni, se non fosse per due sottili segni d’espressione ai lati della bocca; minuta, snella, nervosa, gli occhi scuri mobili e penetranti, la bocca sottile, senza un filo di trucco e con un vestito così diminutivo che sembra una provocazione studiata. Durante i saluti Daniele riesce ad afferrare solo per un istante la manina calda di Diana, ma ne riceve una profonda scossa che lo turba per il resto della sera. Carla e Sandra riescono a creare una tale confusione che tutti restano momentaneamente sospesi nei loro pensieri e quando la calma si ristabilisce i cocktail di scampi sono già in tavola e Diana è serrata tra Carla e Laura, irraggiungibile nel cerchio delle sue amiche. Chi è, da dove viene, che cosa si sa di questa sottile visione in giallo, pensa Daniele sorseggiando Chablis, sgranocchiando grissini, giocherellando col tovagliolo. La conversazione rimbalza come una pallina da flipper; Carla e Laura, le mattatrici, si rubano le domande a vicenda sotto gli occhi divertiti di Fulvia, che sorseggia acqua minerale e mastica una pseudosigaretta in continuazione, mentre Sandra finge di ascoltare e di mangiare, persa nella profondità della sua molle nullità.
Diana risponde sommessa, sorride appena e abbassa spesso gli occhi. E’ coetanea di Laura e Fulvia, con le quali ha condiviso il corso di laurea in sociologia, ha accettato di svolgere una ricerca sulle comunità rurali del sud della Cina per l'università di Beijing, è rimasta in Cina oltre dieci anni nonostante la ricerca ne richiedesse solo due, spostandosi continuamente, esplorando oscure regioni, sviluppando labirintici studi. Le notizie snocciolate nel corso della serata non tolgono nulla al suo mistero: è una figura irreale, un'apparizione che lascia dietro di sè una scia di questioni irrisolte. Perchè è rimasta laggiù? Perchè è tornata? Che cosa la spinge a viaggiare in continuazione? Che cosa cerca? L'ha trovato? Sono queste le domande che Daniele vorrebbe farle al posto delle ovvietà convenzionali che sibilano fastidiosamente nelle sue orecchie.
"Come mai sei tornata?".
La domanda cade sul tavolo e rotola come la testa mozza di un bambino. La conversazione  si ferma di colpo e quattro paia di occhi attoniti si fissano su colui che ha osato profanare il santuario delle ipocrisie salottiere. Andrea, impassibile, fissa Diana in attesa della risposta.
"Non è facile trovare un solo motivo." dice lei infine. "Tante cose, insieme. In questi anni la Cina si è talmente avvicinata all'Occidente da assorbirne tutti i peggiori vizi, tutti i motivi che mi avevano spinto ad andarmene. Ad un certo punto non sapevo più che cosa avrei dovuto fare e perchè. Poi avevo nostalgia di casa, penso soprattutto questo. Anche, ero stanca di lottare."
"Di lottare per cosa?" chiede Daniele ignorando lo sguardo tagliente di Carla. Se gli occhi potessero uccidere non rimarrebbe vivo nessuno per il  dessert, pensa.
"Lottare per essere trattata come una di loro. I cinesi non sono teneri con gli occidentali. Per loro siamo creature di un altro pianeta, peggio: esseri inferiori, quando non addirittura personificazioni del Male."
"Già, proprio come trattiamo noi gli stranieri." osserva Fulvia.
"Ma che dici? Noi non ce l'abbiamo nemmeno il concetto di straniero, da quando c'è il governo federale." esclama con inaspettato vigore Sandra.
"Non quegli stranieri. Gli altri, gli afroasiatici."
"Ah, quelli." conclude Sandra tornando allo stato precatatonico con un’alzata di spalle.
"Non è singolare? E noi che pensavamo di essere particolarmente xenofobi." riprende Laura conciliante. E' immensamente contenta che Diana sia tornata, anche se l'esilio l'ha alienata dai suoi ricordi, anche se la Diana che mangia a piccoli bocconi nel suo vestitino costoso e inadeguato è una sconosciuta che non sembra voler fare alcuno sforzo per riavvicinarsi alle amiche di un tempo. Perchè Diana è sempre stata la sua preferita, nel gruppo. Perchè quando c'era da prendere le parti di qualcuno in una discussione lei prendeva sempre le parti di Diana, perfino quando sapeva che Diana era dalla parte del torto. Le voleva bene e più di tutte aveva sofferto alla sua decisione di restare in Cina. Allora si era sentita abbandonata, tradita, aveva anche odiato Diana per qualche tempo, ma l'affetto aveva presto cancellato i sentimenti ostili e sebbene Diana non avesse mai risposto alle sue lettere Laura si era trovata mille ragioni per non ammettere che il suo affetto non era corrisposto in egual misura. Anche ora avrebbe potuto sentirsi offesa dal fatto che Diana aveva telefonato per prima a Carla, invece provava solo una grande gioia e l'assurda sicurezza che tutto sarebbe tornato come prima tra loro: come ai tempi dell'università.
"Sai che i tuoi libri sono in tutte le librerie universitarie? Due studenti ci hanno fatto perfino una tesi di laurea, sul tuo lavoro per la Stepless-Browe!" dice Fulvia. Non lo dice per adulare Diana ma solo perchè è la pura verità, quella semplice verità che tutti sembrano voler accuratamente eludere, per evitare di dover misurare la loro mediocrità con l'eccezionalità dell'ospite. Certo, per tutti sarebbe stato meglio se Diana fosse rimasta dov'era, a sbiadire nei ricordi, figura quasi mitologica da citare con distacco alle sempre più rare riunioni pseudo-intellettuali di ex compagni di corso o nuovi divi delle arti multimediali. Convenientemente assente, sempre più lontana nel tempo e nello spazio, fino al giorno in cui si sarebbe potuto dubitare della sua esistenza, perfino negarla. Invece Diana è tornata, pensa Fulvia con soddisfazione, è tornata e da oggi in poi dovremo di nuovo misurarci con lei. Finalmente.
"Lavori per la Stepless-Browe? La Stepless-Browe degli homecom e dei wicom?" Chiede Daniele ammirato.
"Da due anni: la Cina è un mercato enorme per loro."
"Che cosa se ne fa la S-B di una sociologa specialista in comunità rurali cinesi?"
"Il mercato cinese non è semplice e non è affatto facile per i produttori occidentali di beni ... come si dice ... di massa, riuscire ad entrarci. Sapete - aggiunge Diana sorridendo - il mio italiano è molto approssimativo. Faccio fatica a pensare di nuovo in questa lingua."
"Ma quello che dici è affascinante." interviene Carla "Gli uomini qui sono già perdutamente innamorati di te."
C'era da aspettarselo: tra tutte noi è sempre stata lei la favorita dei maschi e non ho mai capito per quale oscuro motivo. Non è più bella di Sandra, o di Laura. Certo, ha una bella testa, ma quanti uomini amano le donne per la loro intelligenza? Che cosa fa arrossire Daniele come uno scolaretto, lui che centellina le emozioni come il porto e non si eccita nemmeno quando viene. Che cosa fa lanciare ad Andrea lunghi sguardi sbiechi cercando di non farsi notare, lui che guarda sempre tutti dritto negli occhi e sembra avere occhi solo per Laura? Se gli uomini riuscissero a razionalizzare il fascino femminile non dovremmo sempre brancolare nel buio e affidarci ai consigli dei Media per essere desiderate. Se fosse possibile isolare e duplicare quell'elemento che fa di Diana un'adorabile piccola bimba fragile e bisognosa d'affetto mi sarei assicurata un'attività redditizia per il resto della mia vita e quella dei miei eredi fino alla settima generazione. E' veramente frustrante dover restare qui seduta, immobile ad assistere a questa rivoltante dimostrazione della nostra inferiorità rispetto a Diana: mi ero dimenticata di quanto potesse essere abominevole. Naturalmente lei è del tutto inconsapevole del suo fascino,  lo è sempre stata, il che è ancora più detestabile.
"Che cosa farai adesso che sei tornata?" La domanda prosaica di Sandra interrompe bruscamente il piano inclinato dell'autocommiserazione carlesca.
"La S-B mi ha offerto un posto di ricercatrice in una delle sue società controllate. Niente di eccitante, ma non avevo molte altre opzioni. Certo, potrei tornare all'università."
"Non sembri convinta."
"No, infatti. Vorrei ... preferirei vivere in mezzo alla gente comune."
"All'iper cercano commesse." commenta Andrea asciutto e tutti, finalmente, hanno l'opportunità di sciogliere le tensioni accumulate nel corso della cena in una risata che, data la situazione, provoca lo stesso effetto sonoro di una sirena antincendio.
 
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