paola cassone
romanzi
racconti
collezioni di racconti
collezioni di racconti
diario  
comprami  
scrivimi  
in attesa di notizie

madre

 11.

Ho conosciuto Fabrizio poche settimane prima di tornare in Italia, in una freddissima sera di febbraio, all'aeroporto di Heathrow, durante uno dei quotidiani ritardi del volo AZ618, l'ultimo per Milano. Ho sentito la sua presenza prima di vederlo e istintivamente ho alzato gli occhi dal libro che stavo cercando di leggere nel casino generale dell'atrio centrale: era fermo a pochi passi da me, il cappotto ripiegato sul braccio e una quarantottore che aveva l'aria di essere molto pesante nell'altra mano. Si guardava intorno sconsolato cercando un posto per sedersi tra i detriti umani e le montagne di cappotti, fagotti, borse e bambini urlanti. Gli ho fatto segno con gli occhi mentre trasferivo il mio giaccone in grembo e la mia pesantissima quarantottore sotto la poltrona, liberando un posto. Cortesie da sala d'attesa.
"Grazie, credevo di morire." ha detto sedendosi con un sorriso. Sono rimasta affascinata all'istante: i suoi occhi scuri mandavano un luccichio caldo come le stelle in una notte d'estate, ma solo quando sorrideva. Non avevo mai rivolto la parola a nessuno in aeroporto o sugli aerei, ma quella volta avevo sentito un impulso totalmente irragionevole di parlare a quello sconosciuto. Volevo che sorridesse, volevo godere ancora un po' di quei raggi di luce calda.
 "Questa sera abbiamo toccato un nuovo record, ho esordito con un sorriso imbarazzato. Due settimane fa ha ritardato di due ore e un quarto!"
Operazione riuscita: ecco il luccichio, questa volta più caldo.
"Lo prendi spesso allora!" anche la sua voce era calda e ricca. Una voce che infondeva sicurezza, che faceva sembrare tutto facile e bello.
"Tutti i venerdì. Europendolare."
"Mitico!" la sua risata era il massimo. Gli ho assegnato l'Oscar della seduzione per voce, risata e sguardo e ho continuato a eruttare banalità e frizzi per sentirlo parlare e ridere e poterlo guardare negli occhi.
Lavorava in un'agenzia di pubblicità. Al planning, qualunque cosa fosse.
"Ma davvero? Interessante!"
"Due palle! Un ambientaccio. E tu?"
"Direttore programmi di Radio West-One, dimissionaria"
"Davvero? Che mito! Perché dimissionaria?"
"Perché ne avevo due palle così. Un ambientaccio."
 Eccola di nuovo, la risata morbida e dolce come una colata di Nutella. Ho avuto un irresistibile desiderio di leccarlo dalla testa ai piedi e ho dovuto mordermi la lingua per non combinare sciocchezze.
"Beh, e adesso che fai?"
"Torno a fare il mio lavoro in Italia, per una radio meno grande."
"Radio West-One era forte sette/otto anni fa, quando era ancora una radio underground. Ascoltavo sempre il programma della notte, c'era una tipa con una voce da schianto. Bravissima. Sai mica che fine ha fatto?"
"Sono io." ero arrivata a questo punto della conversazione con tanta gente prima di allora. La reazione di Fabrizio mi ha spiazzata. I suoi occhi si sono spenti, il viso è diventato di colpo inespressivo, professionale: sembrava un medico durante un consulto.
"Ah!" ha detto gravemente, la fronte aggrottata.
"Non ti preoccupare, ero molto giovane. Adesso sono molto meno brava!"
Non rideva, aveva l'espressione da poker che più mi irritava in Grigio.
"Senti." ha detto alla fine con lo stesso tono che Grigio usava quando voleva chiudere un contratto alla svelta ma non voleva che la controparte se ne accorgesse: "Se io ti lascio il mio biglietto da visita mi faresti un favore?"
"Sentiamo." ho risposto con l'adeguata faccia da controparte che ha tutto l'interesse a chiudere il contratto ma non lo vuole dare ad intendere.
"Vieni a pranzo da noi un giorno a tua scelta, telefonami il giorno prima."
"Tutto qui? Dov'è il favore?"
"Vorrei che tu parlassi ai nostri creativi di come si fa a tenere viva l'attenzione degli ascoltatori radiofonici."
"Ai vostri che?"
"Creativi, è così che si chiamano quelli che inventano le campagne pubblicitarie. Hai mai sentito parlare di Armando Testa o di Gavino Sanna?"
"Se non sono DJs o produttori è difficile che ne senta parlare. Sono creativi?"
Qualcosa nella mia risposta ha molto divertito Fabrizio: l'espressione professionale si è frantumata in una dozzina di bagliori caldi e piccole, deliziose rughette d'espressione agli angoli degli occhi e della bocca.
"Ci conto?" ha detto alla fine, avvolgendomi nella sua voce come un una coperta calda.
"Certo, se non hai fretta. Sono ancora pendolare fino alla fine del mese."
"Posso aspettare." ha detto Fabrizio, con un'inflessione della voce che aggiungeva: sono sicuro che non dovrò aspettare a lungo.
Ma, a differenza di tutti gli altri uomini che avevano non-detto le stesse parole, il significato era "ho fiducia in te" anziché "non puoi resistere al mio fascino".


12.
Adesso mi rendo conto che è stato un colpo di fulmine. Quando ho risposto al suo invito e mi sono presentata alla reception dell'agenzia dove lavorava mi sentivo emozionata come una scolara di prima media. Ricordo il silenzio di quella reception, così innaturale e inusuale. Solo dopo qualche secondo ho realizzato che non c'era alcuna musica di sottofondo, nessuna radio accesa. Mi sono sentita ancora più a disagio. Fabrizio si è fatto aspettare trenta secondi, mi sono sembrati un lungo anno nel quale tutto il mondo era coperto da una coltre di neve candida, asettica e silenziosa. Non solo ero nervosa per l'ambiente finto-cordiale, in realtà terribilmente ostile, ma continuavo a pensare a come sarebbe stato il nostro secondo incontro. Avevo fantasticato parecchio su Fabrizio: fantasticherie aggravate dall'astinenza ascetica che aveva contraddistinto l'ultimo periodo parigino-londinese e dallo shock dell'ultimo incontro con Franz. Ero pronta a tutto, meno che ad una delusione: ne avevo collezionate decisamente troppe, ultimamente.
Quando Fabrizio è arrivato, alle mie spalle, la scossa elettrica che ho sentito allo spiegarsi della sua voce e del suo sorriso mi ha convinto che non avrei potuto più passare un minuto senza di lui: emozione nuova e spaventosa.
Il pranzo è passato troppo velocemente: il caffè mi ha sorpreso con la sua sferzata di amarezza e l'ho sorseggiato lentamente chiedendomi che cosa avremmo fatto adesso. Fabrizio giocherellava con il cucchiaino del caffè, sembrava assorto in altri pensieri.
"Un altro caffè? Io ne prendo un altro." ha offerto. Ancora non potevo essere sicura che non fosse solo cordialità di prammatica, ma stranamente mi sentivo più rilassata.
"Prendilo tu, ti tengo compagnia. Non ho molto da fare fino alle quattro, comunque." non era un rilancio calcolato, è stato del tutto spontaneo, come se fossimo amici al bar. E come amici al bar abbiamo chiacchierato per altri due caffè.
"Beh, adesso però io dovrei proprio andare." ho detto a malincuore quando mi sono accorta che le lancette dell'orologio sul muro segnavano le tre e mezza. Fabrizio si è subito scusato per avermi trattenuto così a lungo.
"Vai al concerto dei Litfiba mercoledì?" ha detto alzandosi, con tono calcolatamente casuale. Un lampo di deja-vu mi ha paralizzato a mezz'aria, lo schienale della sedia ancora in mano. Perché, ho pensato incongruamente, le frasi storiche della mia vita vengono pronunciate sempre nei ristoranti, tra una sedia spostata e un tovagliolo stropicciato? Mi sono controllata mordendomi il labbro per non scoppiare a ridere, non c'era niente da ridere, ovviamente.
"Non credo, non mi sono occupata di chiedere i biglietti. Perché?"
"Perché mi hanno giusto regalato dei biglietti e pensavo di andarci, ma sei l'unica persona che conosco a cui piace il genere. Hai voglia di accompagnarmi?" ha concluso Fabrizio con il sorriso più disgustosamente lussurioso del suo nutrito campionario.


13.
Non ci è voluto molto per arrivare al dunque, con Fabrizio. Io avevo una storia finita alle spalle, lui un matrimonio fallito. Entrambi avevamo superato il calvario dell'adolescenza ed eravamo approdati da poco all'età in cui si riesce a prendersi un po' meno sul serio ma in compenso si comincia ad avere una dannata voglia di vivere per rimediare alle cazzate fatte, o semplicemente per vedere come va a finire. Io prematuramente, a ventisette anni, lui tardivamente, a quasi quaranta: eravamo una coppia perfetta.
Non so che cosa abbia trovato Fabrizio di tanto speciale in me: non è mai riuscito a verbalizzarlo, però mi fa capire che tra me e Claudia Schiffer magari un po' esiterebbe, ma alla fine si toglierebbe il pensiero con lei per passare poi il resto della sua vita con me. Che è un atteggiamento decisamente rivoluzionario per le mie abitudini.
Io so che cosa ho trovato con lui. Praticamente tutto: un supermercato di emozioni. Innanzitutto la pace. La pace che Matteo non voleva e Franz non poteva darmi. La pace che è composta dal rispetto, finalmente, di me come donna (non metafora), poi come persona, poi come amante. Poi la bellezza estetica di un rapporto simmetrico, in cui so sempre esattamente che cosa va detto-fatto-messo dove, quando e perché. Non ci sono sottocodici, non ci sono parole non dette, malintesi, io so che tu sai che io so. Insomma: l'amore, se questo è lo stato dell'arte del termine.
E allora perché mi capita di pensare ancora al Giro? Non sarò per caso fondamentalmente una troia proprio come mi avrebbe voluto Matteo?
Forse in mezzo alla confusione di questi ultimi anni, nel crollo rituale di fine secolo, il Giro è l'unico punto di riferimento saldo che mi rimane. I ragazzi del Giro sono immutabili, coerenti, simboli dell'epoca in cui si pensava di avere poco tempo per vivere e troppe cose da fare. Tutti. Quelli che sono morti, come Cardo, quelli che sono spariti, come Grigio, quelli che incoraggiano ragazzini di talento, come Franz, quelli che fanno i parassiti, come Pippo, quelle che fanno le troie, come Martina, quelli che le cercano, come Matteo. Tutti immobili nella mia memoria, sono rimasti immobili anche nella vita reale.
Qualche mese fa ho avuto la curiosità di sapere che fine avevano fatto tutti, un decennio dopo, e sono andata a trovare Junior. Sapevo quando trovarlo in casa: lunedì sera le discoteche fanno riposo.
Mi ha accolto a braccia aperte nonostante i sei anni in cui non ci siamo visti: è quello che succede con tutti i ragazzi del Giro, sempre. Non si è fatto pregare per niente: anche lui voleva sapere che ne era della mia vita.
"Lo sai?" ha detto alla fine del mio racconto: "Lo sapevo che avresti finito per sistemarti. Tu eri proprio diversa, non ho mai capito che cosa ci facevi nel Giro insieme agli altri rovinati."
"Devo prenderlo come un complimento?" ho chiesto ridendo. Anche il sorriso di Junior è uguale a quello che aveva a diciotto anni.
"Non lo so, vedi tu, fai conto che a parte te e quei tre o quattro sani che tutti conosciamo il resto dei ragazzi sono tossici o peggio!"
"In che senso?"
"Beh, se uno a trent'anni fa le stesse cose che faceva a sedici i casi sono due: o lavora in discoteca o è scoppiato."
"E se fosse furbo?" ho insinuato.
"Mah, non so. Di veramente furbi ce n'è pochi."
"Martina?"
"Vedi che sei forte? Pensavo proprio a lei!"
Martina aveva fatto carriera. Dopo aver passato più uomini che mesi, aveva accalappiato - è proprio il caso di dirlo - un bravo tipo, con tanto di titolo nobiliare, ricchissimo e alternativo, che l'aveva perfino sposata.
"Vuoi dire che le ha dato cognome, titolo e casa?"
"Certo, e devi vedere come si pavoneggia adesso, la nostra!"
Aveva cambiato pettinatura, guardaroba, linguaggio, cadenza, movimenti, perfino il modo in cui rideva per adattarsi al nuovo stile di vita: tutta nuova e lustra si era presentata una sera in una discoteca del Giro con i suoi nuovi amici, per spandere merda probabilmente, o forse pensava solo di farla franca. E' stato un vero spettacolo perché naturalmente Mini le aveva dato una pacca sul culo urlando: "Ehilà vecchia troia, sei andata a succhiar cazzi all'estero che non ti si vedeva più?" e gli altri ragazzi si erano rovesciati dalle risate alle facce sbigottite degli amici fighetti. Lei era stata fantastica, secondo me si era preparata, da quella grande attrice che è e poi conosce intimamente tutti i maschi del Giro, tutti i loro punti deboli. Senza scomporsi aveva messo una mano tra la cosce di Mini e aveva detto: "Infatti si sente che stai perdendo tono dall'ultima volta che ci siamo visti: dì alle tue squinzie di venire a prender lezioni." e gli aveva dato una strizzata che Mini a momenti sviene.
"E il marito?"
"Niente, quello ha una tradizione di fuori di cotenna in famiglia, altrimenti come ti spieghi che va a sposare la Tina, tra tutte le donne che ci sono al mondo."
"Sono ancora sposati?"
"Ma figurati, adesso lei è in attesa di divorzio cum alimenti."
"Vuoi dire che lei divorzia lui?"
"Yessir. Lui ha deciso che preferisce gli uomini."
"Non è possibile!"
Ma non solo era possibile: era anche prevedibile. Tra tutte le troie del Giro, Martina era la più dotata, la vera professionista. Non ne aveva mai sbagliata una: non era nemmeno sieropositiva!
"Infatti, è assurdo pensare che Grigio si è preso la Sfiga e lei invece è sana come un pesce. Ingiustizia sociale." ha concluso gravemente Junior.
"Franz?"
"Perché ogni volta che dico ingiustizia sociale qualcuno dice Franz?"
Franz non era cambiato, non sarebbe cambiato mai. Aveva lasciato il ristorante a Panzer per dedicarsi all'unico grande amore della sua vita: scoprire e lanciare talenti musicali. Guadagnava qualcosa lavorando come DJ nei locali con Junior e con il suo negozio di strumenti musicali.
"Quello gli rende bene, no?"
"Gli renderebbe molto di più se la smettesse di regalare chitarre ai bisognosi. E' un istituto di beneficenza, nemmeno Panzer riesce a fargli rimanere un po' di soldi in tasca."
"A donne come sta?"
"Le sedicenni gli sgrappolano intorno che è un piacere. Lui le caga poco."
"Non dirmi che ama ancora Lella!"
"No ma ci sei andata vicina."
"Questa non la voglio sentire!" ho detto precipitosamente.
"Sono cazzi tuoi." ha telegrafato Junior.
"Parlami di Lella." ho concluso bevendo un sorso dal suo bicchiere.
"Vacci piano che è forte. Non ci sei più abituata." mi ha ammonito Junior.
Lella era andata a vivere a Procida. La sua famiglia le aveva aperto una boutique e probabilmente l'avevano fatta sposare e fare una decina di figli per tenerla occupata. Da quando era diventata tossica si era scoperto quanto era stronza. La sua famiglia era ricca e avrebbe fatto qualunque cosa per farla uscire dall'abitudine. Lei se ne approfittava alla grande: viveva con i tossici della stazione per qualche mese e quando sentiva di non poterne più tornava a casa stile figliol prodigo. Sua madre la spediva in Svizzera un mese a cambiare il sangue per disintossicarsi, lei tornava bella fresca, aspettava ancora qualche mese che le vene si rimettessero a posto e poi ricominciava a farsi. Era perfino stato coniato un motto per lei: la chiamavano "disintossicarsi per farsi meglio". Finché un giorno sua madre ha capito con che razza di merda aveva a che fare e l'ha spedita a Procida, fuori dalle grinfie dei pusher e dei suoi amici tossici, ma soprattutto sotto la stretta sorveglianza del sindaco, amico di famiglia e boss locale.
"Pace all'anima sua, Franz non si è perso niente!" ho epitaffiato. "Se penso che per qualche tempo sono stata perfino gelosa di lei!"
"Tu gelosa di Lella? E perché mai? La storia con Franz è finita secoli fa!"
"Se non la smetti di fare basse insinuazioni ti dovrò proprio confessare che tutto quello che si è detto in giro su Franz e me è totalmente falso! Lo so che con questa affermazione perdo diecimila punti, ma che ci posso fare? Ero giovane, scema e innamorata di Matteo."
"A proposito, ti interessa sapere che fine ha fatto il tuo ex?" ha chiesto Junior con discrezione.
"Dopo. Adesso dimmi che fine ha fatto tuo fratello."
Pippo era irrecuperabile, questo si era sempre saputo. Ma come tutti i parassiti della terra aveva una pellaccia dura. Dopo essersi disintossicato a spese dello stato e delle varie comunità terapeutiche (le aveva girate tutte) era arrivata la svolta mistica: adesso lavorava in una comunità di recupero. Il suo lavoro consisteva nell'accogliere i disperati e consolarli nei primi giorni di permanenza.
"Un lavoro durissimo! Ma guarda il nostro Pippo che recupero alla grande!" ho commentato ammirata.
"Non tanto: nei primi giorni i tossici li fanno ancora bucare con metadone e altre schifezze, gli riducono la dose prima di togliergli tutto."
"Vuoi dire che ..."
"Voglio dire che Pippo è finalmente riuscito a farsi a spese della comunità."
"OK, dopo questo bagno di cinismo sono pronta a sentire parlare del mio ex."
Matteo era tornato dalla moglie e dalla figlia, segno che il sangue non è acqua oppure che aveva paura di beccarsi la Sfiga. Da qualche anno aveva messo la testa a posto: aveva fatto carriera all'università, era diventato assistente di un docente di chiara fama, abitava fuori città in una villa comperata con i soldi della moglie.
"Vuoi dire che la moglie è ricca?"
"Figlia di un industriale, non lo sapevi?" Junior era genuinamente sorpreso.
Non lo sapevo o non me lo ricordavo: al tempo non avevo fatto caso al particolare tutt'altro che trascurabile, ma adesso capivo perché era tornato in famiglia e si poteva permettere di lavorare all'università. Capivo meno perché se ne fosse andato, però.
"Beh, ma perché l'altra è più ricca, naturalmente. Solo che l'ha scaricato."
"Cioè, in altre parole, mi stai dicendo che Matteo è riuscito a farsi perdonare dalla moglie dopo che la donna per cui lui l'ha piantata lo ha mandato a quel paese?"
Mio malgrado dovevo ancora una volta ammirare quel figlio di puttana: non tutti ci sarebbero riusciti, anche considerando una moglie totalmente cretina come Sandra. Lui e Martina avevano più cose in comune di quanto avessi mai sospettato.
"Finora mi sembra di aver sentito solo il resoconto dei successi di personalità geniali nel loro campo, Junior. Dove sono gli scoppiati?" ho chiesto alla fine.
"Tutti gli altri. Questi sono i sani. Ma Spillo, Mini, Topo, Roberto ..."
"Alt! Roberto? Quel Roberto che è venuto a Londra e poi ..."
"Proprio lui, mia cara. Tutti tossici. Spillo sta componendo il suo primo disco da sei anni, Topo spaccia, Mini non ha più combinato niente da quando è morto Cardo e Roberto ha fatto il buttafuori finché ha potuto. Potrei continuare, ma è una storia triste."
Già, pensavo tornando a casa. Una storia veramente triste. Perché qualcuno ce la fa e tutti gli altri no? E' una questione di genetica o di ambiente sociale? E se è una questione di ambiente sociale qual è la discriminante che genera tossici e scoppiati? Perché Cardo, Roberto, Lella e Topo vengono da famiglie della borghesia medio/alta. Perché Junior e Pippo vengono dalla stessa famiglia, hanno frequentato le stesse scuole e gli stessi amici, eppure Junior è passato attraverso il fuoco senza perdere un capello della sua innocenza e della sua gioia di vivere, mentre Pippo col fuoco ci ha giocato e ci si sta ancora crogiolando dentro fino al giorno in cui sarà carbonizzato. Topo e Mini sono figli di operai, come Franz. Matteo e Martina hanno origini diversissime, si sono incontrati per caso, si sono frequentati per un periodo tutto sommato molto breve e poi si sono allontanati di nuovo su strade divergenti, eppure gli avvenimenti che marcano la loro vita hanno una precisione simmetrica che neanche i gemelli.
"E' una questione di testa. C'è chi è sano e chi no." ha sentenziato Fabrizio quando gli ho espresso le mie perplessità. E con questo giudizio spietatamente genetico ma curiosamente simile ad una frase di Franz di tanti anni fa ha eliminato il problema dalla sua testa. Beato lui.


14.
Così adesso sai tutto. Tutta la mia vita fin qui, fino a te. Ma io che cosa so di te? Niente. Non so se sarai maschio o femmina, ma non è questo che importa. Ti vedrò, vedrò come sei fatto, il colore degli occhi, dei capelli, come crescerai. Non è importante: ognuno appare come vuole apparire, fuori. Ma come sarai, dentro? Come affronterai la vita? Ti piacerà? Ce la farai a sopportarla? Come posso rispondere per te, come posso decidere per te?
Sono di fronte ad un bivio, ad una svolta epocale. Fabrizio dice che non vuole essere padre e io credo di non essere pronta a fare la madre, ma non so che cosa succederà stasera, veramente, quando glie lo dirò. Si dicono tante cose, si pensano anche, quando si crede di essere immortali e poi ...
Ma che diritto ho, che diritto abbiamo di decidere per te? Quale è la violenza maggiore? Farti nascere oppure no?
Perché se decideremo che - per qualunque motivo - tu hai diritto di nascere tu, comunque tu sia, sarai il mio destino. Il mio carnefice.
Prima sarai occupato a sopravvivere, a mangiare, bere e stare caldo. Ci sarò, allora, ti darò tutto quello che mi chiedi, con gioia, mi consumerò per te. Poi sarai occupato a conoscere il mondo, a parlare, a camminare, a distinguere, a sperimentare. Ti sosterrò, non ti lascerò cadere, porterò il tuo peso su di me, con amore.
Poi uscirai dal nido, sarai obbligato a fare i conti con i tuoi simili, piccoli e grandi, buoni e cattivi, andrai a scuola.
Dovrò rispondere alla tua domanda, allora. Dovrò spiegarti perché sei nato, perché ci sei, il tuo ruolo nella vita.
Non ho una risposta.
Non lo so.
Come reagirai di fronte all'assurdo?
Sarai solo, come me, come tutti, solo con te stesso ed io, da quel momento in poi, sarò nelle tue mani.
Ti avrò deluso. Ti accorgerai che non sono infallibile, perderai la fiducia in me e nel mondo degli adulti, forse mi odierai, forse penserai che ho fatto male a farti venire al mondo, e mi punirai. Come posso sapere, adesso, che cosa farai di me?
Proprio nel momento più delicato della tua vita, quando non sarai più bambino ma non ancora adulto, quando il mondo si aprirà di fronte a te e tu vorrai morderlo, io non ci sarò più per te: mi avrai eliminato come un vestito fuori moda. Il mio posto verrà preso dai tuoi amici, dai tuoi coetanei, dalla tua generazione. Noi, bollati con il tremendo marchio dei genitori, saremo irrecuperabilmente inutili.
Ci sarà un Giro, ci saranno le sue regole incomprensibili e i suoi obblighi crudeli, ci saranno trabocchetti e burroni che non riuscirai a prevedere. Ma tu non vorrai che io ti aiuti, non mi riterrai in grado di capire, e forse avrai ragione: è così difficile vivere tra due mondi, la mia e la tua generazione. Che cosa penserai dei miei codici etici, o anche solo della mia dieta di stupefacenti? La giudicherai ridicola e obsoleta, come io ho giudicato ridicoli e obsoleti i valori morali dei miei genitori?
Come potrò vivere allora non sapendo, ma immaginando, che cosa stai facendo, e la mia immaginazione sarà molto più ricca di quella di mia madre, della madre di Fabrizio. Perché ogni generazione morde tutti i frutti proibiti che il mercato offre, e ce ne sono sempre di più.
Un giorno Matteo mi ha chiesto: "Se tuo figlio ti dicesse 'Mamma, vado in vacanza ad Amsterdam con i miei amici' tu che cosa gli diresti?"
Quando lo avevo detto io a mia madre lei aveva scatenato un putiferio perché non voleva che ci andassi con quegli orribili punks del Giro. Ero stata costretta a mentire spudoratamente: l'avevo rassicurata che mai e poi mai io avrei accondisceso a frequentare quei rovinati, no, ci andavo con Matteo, che mi amava tanto e che mi avrebbe protetto dai cattivi. Allora, e solo allora, mi aveva sorriso e mi aveva detto: "Bene! Allora divertiti e portami una riproduzione dei fiordalisi di Van Gogh e se ti ricordi anche un po' di cacao, ché lì è buono."
La vacanza ad Amsterdam era ovviamente finalizzata a qualcosa di molto diverso da Van Gogh e dal cacao, anche se ha compreso buone dosi di entrambi. Amsterdam nel nostro vocabolario significava: fumo, erba, acido. Mia madre non lo sapeva, evidentemente, o se lo sapeva l'idea di connettere "droga" a "vacanza" non l'ha minimamente sfiorata. Del resto l'aspetto che ancora oggi mi stupisce è come la connessione tra "Matteo" e "rovinati del Giro" non le sia passata per la testa. Forse ha ragione Fabrizio quando dice che i genitori in realtà non vogliono vedere, gli basta l'illusione che tutto vada bene. Sarà.
E io che cosa ti dirò? "Che bello! Ricordati di portarmi un po' di erba, che lì è buona." come suggeriva Matteo?
Magari l'erba, fra vent'anni, si venderà come il cacao. Ma ci sarà sempre un'Amsterdam che io non riconoscerò.
 
Io, madre. Impossibile. Penso a mia madre, alla madre-chioccia che vive solo per accudire, coccolare, proteggere i suoi bambini dal mondo cattivo e non si accorge di quello che succede sotto i suoi occhi, si rifiuta di vedere e di capire che cosa è la vita dei "giovani d'oggi": entità astratta, i miei bambini non c'entrano, altro da me. Penso alla madre di Fabrizio, un'aristocratica vecchia signora tra fiori e libri: difficile immaginarla tra pannolini e biberon, ancora più difficile immaginarla sveglia, la notte, attendere il rumore della chiave che gira nella serratura, il click della luce che si accende, i passi conosciuti; del tutto impossibile immaginarla alle prese con i problemi quotidiani di un quindicenne, tipo per esempio, dove trovare i soldi per la roba. Il problema che hanno dovuto affrontare le madri di Cardo, di Pippo, di Spillo, di Lella, di Roberto, di Topo, di Osvaldo, di Mini. Persone che conosco, non entità astratte, non altro da me.
E d'altra parte, io e Fabrizio ce la siamo sbarcata bene, le nostre mamme non hanno dovuto affrontare problemi enormi: possono pure essere orgogliose di noi. Abbiamo superato il trauma dell'adolescenza, è normale: milioni, miliardi di persone lo fanno. Come i gattini ciechi sanno dove è la loro mammella, noi sapevamo che cosa fare: l'istinto ci ha salvato.
Che destino mi riservi?
Fabrizio è pragmatico, affronta e risolve meglio di me le questioni etiche. Sono sicura che se deciderà di farti nascere o non nascere sarà perché nella sua mente tutte le risposte ci sono già, insieme alle rassicurazioni per me, per tutti. Sono ansiosa di sentirle, di condividerle: conto su di lui per dividere il peso. Ma essere madre è diverso. Sei carne della mia carne, sangue del mio sangue. Non me ne frega niente di tutta la psicologia che ho studiato: il cordone ombelicale non si taglia con il parto. per questo soffrirò, qualunque decisione prenderemo: è inevitabile.
Posso solo sperare che sarai buono con me, che non mi farai soffrire troppo. Quando sarà il momento, ti prego, illudimi che va tutto bene, che non mi devo preoccupare, che sai quello che stai facendo. Sii convincente, come noi lo siamo stati con i nostri genitori. Amen.
 
Adesso mi resta ancora una cosa da fare prima di tornare a casa: potrebbe non cambiare niente nella mia vita reale, ma in quella della mia mente sì.


15.
Franz solleva la testa dalla chitarra che sta disponendo nella vetrina illuminata: un riflesso sul vetro ha attirato la sua attenzione. Non riconosce la figura infagottata nel cappotto e nella sciarpa, ma qualcosa nel modo in cui batte i piedi sul selciato è vagamente familiare. La guarda negli occhi e di colpo tutto torna alla memoria, con il caldo conforto di un'abitudine. Le sorride e la invita ad entrare con un gesto del capo, poi si affretta per accoglierla.
"Ciao." dice Lila: è emozionata, ha qualcosa di bello e segreto nello sguardo.
"Ciao." risponde Franz controllando a stento un sorriso largo come la sua felicità. Si abbracciano.
"Non credevo che mi avresti riconosciuta, dopo tutto questo tempo!" sta dicendo adesso Lila con la faccia di chi ci aveva proprio contato invece.
"Non potrei dimenticare proprio te, ti pare?" è l'ovvia risposta, quella che lei vuole sentire. Adesso Franz aspetta che lei spieghi il perché di questa visita inaspettata. Sa che è questione di secondi, il tempo che lei si ambienti e prenda possesso della situazione.
"Ti sono venuta a trovare perché devo chiederti una cosa." sta dicendo infatti lei "Ma prima dimmi come stai."
"Bene, adesso. Ho passato un brutto momento l'anno scorso, per via di certe storie con Panzer, e poi sai anche tu di Grigio." Ricordare non gli fa più male, niente gli fa più male adesso. Lila annuisce imbarazzata, anche lei ha sofferto, per Grigio.
"Ti trovo bene." dice alla fine togliendosi i guanti e guardandolo con quello sguardo da letto che gli ha sempre elargito; se n'è mai accorta di quanto sesso può mettere in uno sguardo, o lo sta facendo apposta?
"Anche tu. Ho sentito da Junior che ti sei sistemata." il suo sguardo è sempre più invitante. Dovrebbe smetterla, o si metterà nei guai, pensa Franz.
"Già. E tu invece? Junior mi ha detto qualcosa che non ho capito bene." sorride ed è di nuovo imbarazzata. C'è qualcos'altro nello sguardo che Franz non riesce a capire, ma sente la felicità salire piano mentre la guarda sorridere imbarazzata.
"Non mi sono sistemato, no. Non c'è niente di strano. Sono in attesa."
"Di che?" chiede Lila ingenuamente, o finge, molto meglio dell'ultima volta che ci ha provato.
"Di notizie." conclude Franz e sente l'energia accumulata scorrere lentamente dal suo corpo a quello di Lila che lo sta guardando sempre meno sicura di aver capito, proprio perché adesso ha capito veramente. L'energia corre via, l'energia si trasformerà, come dice la canzone, la tua canzone Lila, ma certo che la ricordi, lo hai sempre saputo. E le notizie sono arrivate, finalmente, stavo quasi per disperare ma, Lila, in fondo ero sicuro che non mi avresti deluso.
"Non capisco, faresti meglio a spiegare, mi sento dentro un cocktail di emozioni e non sono pronta per risolvere indovinelli. Sono così felice di vederti, avevo proprio voglia di vederti, dopo tutto questo tempo." dice Lila tutto d'un fiato abbassando per un attimo la guardia. Adesso Franz vede quello che c'è dietro allo sguardo, là nella piccola fossa dove lei deposita i suoi pensieri più segreti. Vede più in là ancora e la conoscenza lo rallegra sempre di più.
"Anch'io sono felice di vederti. Da quanto tempo non ci vediamo?" dice sorridendo.
"Da quattro anni. L'ultima volta è stato ad un concerto." Lila sa che anche lui se lo ricorda perfettamente, ma il gioco deve continuare: "Io ti ho cercato e tu mi hai mandato affanculo."
"Adesso sono qui. Non ti sto mandando affanculo. Che cosa volevi chiedermi?"
"Volevo ... vorrei sapere esattamente come stanno le cose tra di noi, cioè, ho bisogno di sapere innanzitutto perché quando avevo bisogno di te mi hai mandato affanculo." Lila sta facendo un grosso sforzo per dire tutto cercando di mantenere alta la guardia, ma ancora una volta uno scampolo di pensiero sfugge e si posa lieve come una carezza sugli occhi di Franz.
"Beh, adesso non mi ricordo." temporeggia Franz assaporando la delizia della dolcezza che emana ora da Lila: "Fammi pensare." una lunga pausa in cui Lila modifica il suo sguardo, è lo sguardo di una madre, adesso, pensa Franz e dice: "Certo, è ovvio! Non ero solo quella notte e tu non lo avevi nemmeno preso in considerazione, dal modo in cui mi hai parlato. Sei stata davvero incredibilmente arrogante adesso che ci penso. Che cosa ti aspettavi che ti rispondessi?"
"Le spiegazioni più semplici sono sempre quelle vere." dice Lila sorridendo, ma Franz percepisce nettamente la sua delusione.
"Già. Per quanto riguarda il resto dovresti cercare di essere più specifica. Vuoi essere rassicurata sul fatto che ti voglio ancora bene dopo tutto quello che mi hai fatto? O che altro?"
Ma Lila è amareggiata e la sua domanda originale si scioglie in un turbinio di disillusioni, reinterpretazioni, complicazioni inutili.
"Beh, ecco, quando ... quando abbiamo fatto l'amore, a Londra, e poi qui, a Natale. Perché lo hai fatto?"
"Sei proprio sicura di volerlo sapere?" chiede Franz sornione: solo l'abitudine gli consente di nascondere l'urlo di gioia che sente esplodere dentro.
"Sì. Devo saperlo. La verità. E' importante." Lila è tesa, ma lo guarda negli occhi spavalda. Ha già accettato la risposta. Quella che vuole sentire, cioè. Franz ha aspettato questo momento da tanto tempo e adesso, come sempre, sente in bocca il sapore amaro della vittoria. Della perdita inevitabile.
"Era necessario. Eravamo andati avanti troppo tempo a stuzzicarci, non era sano. Bisognava smettere di giocare e chiarire i fatti, no?" risponde senza esitazione, senza lasciare neanche uno spiraglio nel muro.
"Già, è proprio così." Lila si sente svuotata, tutte le energie se ne sono andate con le ultime parole. E' proprio così, niente di più.
"Sì - dice Franz asciutto - ma nemmeno niente di meno. Non rinnegare mai il tuo passato solo perché non è come lo approveresti adesso. Allora eri diversa, allora tutto era diverso. C'è una ragione per tutto quello che hai fatto, che abbiamo fatto, anche se adesso è difficile ricordarlo e giustificarlo." conclude sorridendo e cercando con la mano la mano di Lila, piccola e fredda come se la ricordava. Lila si fa forza e sorride, la piccola crisi già passata: starai bene quando arriverai a casa, pensa Franz con quel sentimento di sottile amarezza mista a orgoglio che ormai ha imparato a riconoscere.
"Già, e tu sai sempre dire quello che ci vuole, in ogni situazione." Lila adesso sta cominciando a provare gratitudine; occorre intervento urgente: finire, troncare, tagliare tutto, suturare.
"Mi viene spontaneo. Adesso sono troppo indiscreto se ti chiedo io una cosa?"
"Tutto quello che vuoi."
"Da quanto sai di essere incinta?"
Gelo.
"Come, scusa?" la voce di Lila, unghia sulla lavagna. La mano sfugge tra le sue dita.
"Ti ho chiesto da quanto tempo sai di essere incinta, Lila. Si vede, sai? Dagli occhi."
Una lunga pausa, mentre il muro tra di loro si sta alzando.
"Da stamattina. E tu sei il primo a cui lo dico." La voce si confonde nel frastuono delle pietre che cadono, inesorabili, una sull'altra.
"E' del tuo fidanzato?"
"Naturalmente." sdegno e orgoglio schizzano dal tono di Lila, lampi dal suo sguardo: Lila è tornata ad essere se stessa ("La-su-a-don-na", "Na-tu-ral-men-te")
"E allora vai a dirglielo. Che cosa aspetti? Non perdere tempo qui. Se mi avverti quando nasce magari ti vengo a trovare."
"Non è così semplice." dice Lila, stizzita: "Io non so se lo voglio, questo bambino. Non l'ho cercato."
"E allora? Adesso c'è." dice Franz, candido, adamantino.
Lila sorride: un sorriso tirato, inquietante.
"Già. Adesso c'è."
Il muro è altissimo, la sua voce arriva fioca, un eco tra le fessure della pietra. Fa tanto freddo, adesso. Franz cerca nella sua mente gli occhi di Lila e li incatena con l'unico sguardo a cui lei non ha mai potuto ribattere.
"Io sono qui, Lila. Sarò sempre qui per te." dicono le sue labbra senza muoversi.
"Adesso devo andare." dice Lila asciutta "Grazie di tutto."
"Di niente. Ci vediamo."
Lei annuisce, si volta e si avvia verso la porta. L'ultima cosa che Franz vede è la determinazione nei suoi occhi: la stessa immagine che ha attirato la sua attenzione quella sera, in quel centro sociale, quasi dieci anni fa. L'immagine che da allora ha archiviato nella sua mente sotto il nome di Lila.
Dopo che Lila è uscita Franz si ferma a lungo ad osservare fuori dalla vetrina. L'ora di chiudere è passata da qualche minuto, ma vuole assaporare ancora un po' quel sentimento così dolce e amaro che solo i suoi più grandi successi gli hanno dato.
"E' una gran donna e la gente lo sa. Questo è quello che conta." dice a se stesso, come sempre quando resta solo. Poi, soprappensiero, si volta verso i due clienti che da un quarto d'ora stanno fermi davanti alla vetrina dei sassofoni, discutendo animatamente. Brandelli di conversazione entrano nelle sue orecchie, riecheggiano negli strati superficiali della coscienza, cadono nel pozzo dell'inconscio con un tonfo sordo che sprigiona onde di ricordi sempre più lontani:
"Non è possibile. Prima di tutto non ti amo e poi la nostra vita sarebbe una competizione all'ultimo sangue: litigheremmo giorno e notte."
"Non dirmi che non mi ami: sai che non è vero."
Franz sorride, più a se stesso che alla coppia: "Dovrei chiudere, avete deciso o ripassate un'altra volta?". I due sussultano, colti in flagrante dalle parole così fattuali nel bel mezzo dell'avventura onirica. Se ne vanno velocemente in silenzio, rimboccando alla bell'e meglio le camicie discinte della loro mente.
Adesso Franz può spegnere tutte le luci e abbassare la saracinesca. Fuori fa sempre più freddo, dentro un altro sogno si è avverato e se ne è andato dalla sua vita.

 

 
torna su
« precedente      
 
| design&development: Artdisk