paola cassone
romanzi
racconti
collezioni di racconti
collezioni di racconti
diario  
comprami  
scrivimi  
in attesa di notizie

il giro

1.
Poteva andare peggio. Per fortuna tuo padre è un uomo meraviglioso: il migliore che chiunque, e soprattutto io, potrà mai darti. Ma ti vorrà? Fabrizio ha sempre dichiarato che ai bambini preferisce i cuccioli, che non ha alcuna intenzione di fare il genitore, che non si sente la vocazione. Eppure tutti sanno che sarebbe un padre perfetto. Ironia della sorte.
Matteo invece ti avrebbe voluto, eccome! Soprattutto se tu fossi stato maschio. Mi avrebbe sposata, pur di averti. Non puoi sapere che cosa significa questo per lui, ma io sì e per questo ti assicuro che l'hai scampata bella!
E' stato esattamente quello che Franz mi ha detto quando l'ha saputo; ha detto: "Cazzo, l'hai scampata bella!" Allora ero praticamente isterica e non ho colto la profonda saggezza delle sue parole.
Matteo. Ci sono arrivata molto vicina con lui: mi ricordo ancora l'orrore di quella sera, era più di una settimana, come adesso, e dovevo uscire a cena. Ero tornata a casa e avevo sentito una fitta di dolore all'addome. Ci siamo, avevo pensato, sollevata, leggera. Poi, in bagno, niente. NIENTE dopo una settimana e le fitte all'addome. Mi aveva preso il panico più totale: ero paralizzata, seduta come una scema di traverso sul bidet, con la testa tra le mani, non riuscivo neanche a respirare, poi le lacrime, una dopo l'altra, sulle mutandine, per terra. Non capivo perché piangevo e invece lo sapevo benissimo: io ti avrei voluto, ma non in quelle condizioni, non da Matteo. Invece sapevo che Matteo ti avrebbe reclamato come una cosa totalmente sua, per cui avrei dovuto fare tutto da sola ... ma non volevo farlo, non volevo averti e non volevo buttarti via. Piangevo perché volevo che mi venissero le mestruazioni e naturalmente non venivano. Mi ricordo che sono rimasta così finché non hanno suonato alla porta: era passata più di un'ora.
Non glie ne ho mai parlato, a Matteo. Istintivamente sapevo che mi avrebbe disprezzata per quello che avevo pensato, ma soprattutto non volevo sentire la sua opinione. Adesso so di essere stata molto egoista. Allora lo amavo consciamente e inconsciamente cercavo di farlo entrare a forza nell'idea che mi ero fatta di lui, al che lui si è sempre, istintivamente, ribellato.
E' questo che più ricordo del nostro rapporto. C'erano le parole che ci dicevamo e poi c'era, in fondo, quello che sapevamo ma non dicevamo: io perché ero troppo innamorata per razionalizzare; lui forse per non farmi troppo male, o forse invece proprio per farmene di più.
Il nostro è stato un rapporto tipicamente sadomasochista, culminato nella sceneggiata orribile del giorno di Natale. Sono passati sei anni, ma sembra ieri e un secolo fa.
Era l'anno che lavoravo tra Parigi e Londra. Lui si era preso un'altra donna ingannandomi deliberatamente sulla sua fedeltà, a livelli da farsa, da commedia di Feydeau. Questo tipo di gioco lo eccitava particolarmente: possedere con l'inganno due donne egualmente adoranti, la moglie e l'amante; il triangolo maledetto che sogna ogni uomo. Matteo era specializzato nella gestione dei giochi erotici ma questa volta doveva aver chiesto consigli a qualche professionista perché la sua performance è stata decisamente superba.
Quando me ne ero accorta avrei ancora potuto accettare di ricoprire il ruolo dell'amante, se fossi stata un po' più sadica, ma alla fine avevo deciso di giocare la moglie gelosa fino alla morte. Nel corso dell'anno avevo selezionato e conservato una serie di strumenti di tortura da usare al momento opportuno; simultaneamente, senza consultarci, abbiamo stabilito che questo sarebbe stato il giorno di Natale: quale migliore occasione per un'orgia di umiliazioni? Avevamo perciò mentito entrambi sull'orario di arrivo a casa - lui tornava da un corso a Pisa - per passare una notte con i nostri rispettivi amanti: riscaldamento per la battaglia.
Lui mi aveva invitato ad accompagnarlo in centro per aiutarlo a scegliere il regalo "per un'amica" e io ero piombata a casa dei suoi nel bel mezzo della festicciola familiare con un'ora di anticipo sul previsto. Avevamo recitato gli innamorati fino alla nausea, sotto gli sguardi sempre più imbarazzati della sua famiglia. Lui aveva naturalmente invitato anche l'amica, che era arrivata carica di pacchettini e sorrisini. Io avevo scelto proprio quel momento per sussurrare teneramente, una mano sul culo di lui, in modo da farmi vedere e sentire da tutti: "andiamo in un posto tranquillo", tra sorrisi surgelati e sguardi di profondo imbarazzo (la famiglia), lacrimevoli (l'amica). Lui aveva rilanciato portandomi in un posto che non avevo mai visto. "Ci vengo sempre con Sandra" mi aveva informato.
La nostra conversazione è stata un duello di crudeltà sempre più raffinate. Dopo due ore e quattro gin tonic a testa eravamo sfatti ma non ancora sazi. Lui ha detto, infastidito: "Lo so che così non può andare avanti (tu non vuoi giocare), ma dammi tempo per pensare (ma io sì e si va avanti)." Mi sono alzata con calma grave, si stava alzando anche lui: era arrivato il momento opportuno. Noncurante, ho concesso: "Certo! Tutto il tempo che ti serve: mi rendo conto che pensare è un'attività che ti affatica particolarmente. Nel frattempo io me ne vado a Parigi per un altro anno (trovati un'altra moglie). Ah, prima che mi dimentichi, avevi ragione tu a proposito di Franz. Scopa male."
Non so se puoi capire, ma è stato proprio allora che Matteo si è innamorato di me ed io ho smesso di amarlo.


2.
Mi vengono i brividi a pensare che razza di padre ti avrei potuto dare. A dire il vero non è che tua madre sia il massimo della vita, nonostante l'influenza benefica di Fabrizio. Probabilmente non sono degna di generare alcunché: non sono ancora pronta, forse non lo sarò mai. Rivivo continuamente il passato nei miei sogni-incubi, ne ho perfino nostalgia! Come si fa ad avere nostalgia dell'inferno? Ero più giovane: forse è la perdita della gioventù che rimpiango, come se non ne avessi vissuta abbastanza, persa com'ero a fare carriera e amare l'uomo sbagliato.
Da qualche mese però sto esagerando: alzando gli occhi in un bus affollato o tra il pubblico di un concerto vedo visi familiari e poi mi accorgo che sono perfetti sconosciuti perché hanno la faccia della gente del Giro di dieci anni fa. E in quei momenti vorrei tanto, tanto entrare in un loop spaziotemporale, avere qualche mese di time off per vivere l'unica storia che non ha mai potuto vedere la fine. Vorrei sapere come va a finire, vorrei farla finire, per non rivivere i suoi spezzoni nella mia testa, continuamente.
 
Francesco, Franz. Quando hai smesso di essere persona e sei diventato mito? Come tutte le donne del Giro, anch'io ho conosciuto le tue gesta prima di conoscere te: ecco la definizione di mito. Puoi scrollartela di dosso come polvere fastidiosa, puoi rinnegare il Giro e tornare ad essere un uomo senza qualità per la nuova generazione che tanto ami. Ma non puoi evitare di essere te stesso e per questo i segni del culto appariranno periodicamente, generazione dopo generazione finché vivrai: è il destino che ti irrita ma che non vuoi cambiare. Non lo cambieresti per niente e nessuno al mondo, vero?
 
Devi sapere che a quel tempo, parlo dell'era pre-AIDS, Franz era molto famoso nel Giro della città. Il Giro è il nome che voglio dare a quel gruppo di persone tra quindici e venticinque anni che in tutte le epoche e in tutte le città vengono classificate dalla polizia come elementi sospetti di attività sovversiva e chiamate dal resto del mondo, a seconda dei tempi e dei luoghi, grunges, punks, hippies, capelloni, teddy boys, spostati, gioventù bruciata, eccetera. Quasi tutti a quindici anni cominciano a voler fare parte del Giro, ma solo pochi sono effettivamente ammessi: occorre infatti dimostrare di poter essere utili a qualcosa.
Di Franz si sentiva parlare ad ogni festa, ad ogni concerto, nelle sale di registrazione e nelle radio private, ma relativamente poche persone avevano l'onore di frequentarlo socialmente e ancora meno di frequentarlo intimamente. Questo perché Franz era il deus ex machina dei migliori concerti e delle migliori feste, bands e radio del Giro, e come tutti gli dei era un solitario.
Si diceva che Franz fosse vegetariano vedico e animalista al punto che anche in pieno inverno il suo abbigliamento era costituito da stivali di gomma, calzettoni di cotone, jeans, felpe di cotone stratificate e giaccone di tela cerata. Non fumava, non comperava droga da nessuno dei pusher conosciuti, pertanto o si riforniva fuori città o non ne consumava. Comunque i pusher non erano mai in zona quando Franz dava una festa o un concerto, questo fatto era più che risaputo. I soliti beneinformati giuravano che una volta Franz era stato visto comperare una bustina per Chelo, il tossico più rovinato della stazione che non riusciva più neanche a rubare per farsi. Leggende a parte, Franz amava il vino e la birra, che comparivano alle sue feste e ai concerti in quantità industriali. E fisicamente? Era bellissimo, giuravano le donne che lo avevano visto, tanto bello che c'era un contingente di groupies sempre pronte e disponibili per lui. Ma lui, si sapeva, amava solo Lella, che pertanto era una specie di dea minore e poteva vantare innumerevoli seguaci di suo.
I comuni mortali dovevano sperare nella fortuna per poter vedere Franz per caso, visto che era schivo del pubblico, non appariva mai alle sue feste e nessuna sua fotografia era mai pubblicata sulle fanzine.
Matteo era uno dei baciati dalla fortuna, perché non solo era riuscito a farsi ammettere nell'anticamera del Giro, ma era perfino riuscito a parlare con Franz a proposito di un progetto sociale a cui avrebbe potuto eventualmente in futuro collaborare, inoltre era perdutamente invaghito di Lella, sua ex compagna di scuola, che solo per questo gli concedeva bonariamente di frequentarla di tanto in tanto.
Io, come squinzia ufficiale di Matteo, valevo poco meno del due di briscola, tantopiù che la sua squinzia precedente e la squinzia di riserva erano due groupies del Giro (era probabilmente tramite loro che Matteo era arrivato a Franz) e quindi avevano un rango piuttosto alto nell'harem.
Devi infatti sapere che gli esseri di sesso femminile venivano ammessi nel Giro solo nella misura in cui soddisfacevano le necessità carnali dei maschi: la parola "donna" nel vocabolario del Giro aveva valore di sineddoche. Si chiamavano groupies (o troie) le donne che si prestavano a soddisfare esigenze estemporanee di qualunque maschio, il cui fascino veniva di fatto misurato nel numero di groupies su cui poteva in qualunque momento contare, mentre venivano definite squinzie le donne che avevano un rapporto più costante con almeno uno dei maschi, per cui nessuna donna era una squinzia tout court, ma la squinzia di qualcuno.
Il concetto di fedeltà non era contemplato nella cultura del Giro: solo la squinzia di Franz e quelle dei suoi luogotenenti erano monogame per il semplice motivo che non erano considerate donne, ma proprietà privata.
Il fatto che io mi ostinassi a rimanere fedele a Matteo aveva determinato la mia classificazione in un limbo di indecisione tra gli esseri viventi e gli oggetti inanimati. Comunque avevo il diritto di partecipare alle feste a cui era invitato Matteo e avevo diritto di frequentare i locali del Giro anche da sola, se il buttafuori si ricordava di avermi già visto.
Modestamente le mie misure di allora non passavano inosservate e, nonostante l'apartheid sociale che era il prezzo della fedeltà a Matteo, avevo qualche fan inconfessato anch'io: me l'ero sempre cavata senza troppi sforzi.
Durante una rumorosa quanto insipida serata nel locale-must della settimana, mentre Matteo cercava disperatamente di fare PR con qualche capetto del Giro e io sfoggiavo tutte le mie curve inguainate nell'ultimo strumento di tortura di moda sudando sotto il trucco pesante (il must dell'epoca), ho avuto l'onore inaspettato di vedere Franz, in persona, per la prima volta.
Avevo notato un tipo che sembrava venuto fuori da un altro secolo, probabilmente dal prossimo. Portava i capelli lunghi e raccolti in cima alla testa (allora si usavano a spazzola o a cresta), uno zaino sul petto (anziché in spalla come si usava allora), le mani nelle tasche della cerata e lo sguardo indefinibile, tra l'annoiato e il vigile, del padrone del posto che sta cercando di capire se la serata è venuta bene o no.
Ma non era stato tanto l'aspetto fisico che aveva attirato la mia attenzione, quanto un effetto di luce bianca su parte del viso - peraltro notevole - e dei capelli, che faceva splendere gli uni e dava all'altro un pallore metafisico. La luce inoltre incorniciava la figura come un'aura: in quell'ottica lo sguardo assumeva un aspetto dolce e mistico al tempo stesso, quasi divino.
Ho detto a Matteo "Guarda che strano quel gioco di luce: sembra che quel tipo stia per ascendere al cielo!", Matteo aveva girato lo sguardo e di colpo si era alzato e si era affrettato a raggiungere la figura aureolata mugugnando qualcosa di incomprensibile. Dalla sua eccitazione avevo capito che doveva trattarsi di un personaggio importante del Giro, ma sono rimasta interdetta quando Matteo, che era stato liquidato con poche battute dal tipo, è tornato al tavolo e alla mia espressione interrogativa ha risposto in tono reverente: "E' Franz."
E così questo era Franz! Prima che Matteo mi ingiungesse seccato di smettere di guardarlo gli avevo fatto una polaroid mentale e per un attimo i nostri occhi si erano perfino incrociati. Poi, quando avevo guardato di nuovo, se n'era andato. Quella sera avevo raggiunto il nirvana, non tanto per avere finalmente visto il mito, ma per avere visto l'effetto che Franz aveva su Matteo.
"E' suo il locale?" avevo chiesto per interrompere la tensione che sentivo crescere in Matteo. Non era suo, ma la festa era stata organizzata da lui, naturalmente. "Bello schifo!" ho concluso annoiata, apposta per vedere lo sguardo fremente e scandalizzato di Matteo. "Non capisci niente. Non ti porto più in giro!" ha sibilato a denti stretti.
Dunque avevo scoperto qualcosa di nuovo: Matteo aveva un rispetto che sfiorava la venerazione per Franz. Innanzitutto perché era il fortunato mortale che si scopava Lella e poi perché era già, a vent'anni, tutto quello che lui si sarebbe sforzato inutilmente di essere per altri dieci: qualcuno.
Da allora ho cercato di portare il discorso su Franz in ogni occasione per capire esattamente come avrei potuto trasformare questa scoperta in uno strumento utile. L'ho capito piuttosto alla svelta, anche perché il mio destino e quello di Franz si sono intrecciati poco tempo dopo.
L'ironia della sorte ha voluto che sia stato proprio Matteo responsabile di questo: la sua brama di essere accettato nel Giro non aveva limiti e Pippo, il bassista di una band che in quell'anno andava (e che si è sciolta l'anno successivo), gli aveva fatto capire che io sarei stata un'ottima attività ricreativa per il dopo-concerto. Perché non mi portava al centro sociale quella sera? Matteo aveva eseguito prontamente; mentre la band suonava, Martina, la sua squinzia di riserva, ci aveva raggiunto tra la folla e ci aveva invitato ad andare in backstage dove stazionavano roadies e groupies misti, molti dei quali non avevo mai visto prima.
Matteo e Martina avevano parecchio da dirsi e per una decina di minuti la mia unica occupazione era stata quella di guardare alternativamente il soffitto, la schiena del batterista e le mie scarpe. In un tragitto laterale dello sguardo avevo visto una figura in tela cerata stazionare ad una decina di metri, poteva essere? Con la coda dell'occhio ho guardato di nuovo: sì, era Franz. Se ne stava in disparte, una lattina di birra in mano, l'altra mano in tasca, lo stesso sguardo dell'altra volta anche se adesso nessun gioco di luce lo faceva sembrare divino.
Questa volta nessuno mi stressava e ho potuto osservarlo bene. La leggenda non era troppo distante dalla realtà in quanto a prestanza fisica: non alto ma ben costruito, con spalle larghe e petto muscoloso, mascella squadrata, naso deciso e diritto, ben proporzionato. Personalmente trovavo i suoi occhi irresistibili: due lame d'acciaio fredde e inquietanti. I capelli, biondo scuro, erano sciolti e arrivavano a mezza schiena. Dalla volta precedente doveva aver rasato i lati della testa alla moda mohicana, ma la rasatura si intuiva solamente sotto la massa dei capelli.
Anche Martina lo aveva visto e si era aggiustata automaticamente il vestito nei punti chiave continuando a parlare con Matteo. Ad un tratto Franz si è girato e ha notato il nostro gruppo. Per un istante ho avuto l'impressione che mi riconoscesse, ma il suo sguardo si era subito spostato sugli altri due. Senza fretta si è incamminato verso di noi, salutando chi conosceva con un cenno del capo e già altra gente lo avvicinava, gli parlava, lo portava più in là. Martina gli ha lanciato una battuta e lui si è fermato.
Questa volta ha guardato attentamente sia me che lei e ha chiesto a Martina: "E' tua sorella?". Al che ero scoppiata in un: "Ma come ti salta in mente!", infuriata per il confronto anche solo genetico con una delle massime troie del Giro. Matteo era ammutolito e mi lanciava sguardi furibondi. Io ero paonazza per l'offesa. "Chi sei?" mi ha chiesto allora Franz sbrigativo e seccato. "La sua donna." ho risposto con tutto il disprezzo che sapevo mettere in tre parole e mi sono girata verso la band.
Franz se n'è andato e Martina, più divertita che irritata dal mio botto ha ammiccato: "Ti ha notato. Notevole!". Matteo invece era incazzatissimo e aveva passato il resto della sera a parlare con altri, rispondendo ai miei sguardi supplicanti con monosillabi sdegnati.
A concerto finito Pippo aveva proposto di andare a bere qualcosa prima di andare in radio. Matteo ha detto subito: "Io in radio non ci vengo." Era l'esca per me: era infatti noto che avevo una passione viscerale per l'attività radiofonica. Ero stata assistente di studio, redattrice, archivista, perfino centralinista e messaggera per le radio private più scalcagnate della città. Non potevo stare lontana dalla radio. Il mio sogno: fare la DJ.
Non c'erano dubbi che avrei abboccato, infatti ho subito chiesto a Pippo se mi avrebbe riaccompagnato a casa lui, mettendomi con le mie mani nella tana del lupo, con soddisfazione di tutti. Non ero però scema come Matteo e Pippo evidentemente mi facevano: soprattutto conoscevo benissimo Pippo, essendo stata sua compagna di classe per otto anni, e sapevo che non avrei corso il minimo pericolo.
Ai tempi del liceo era nella top ten dei maschi più ambiti, ma già allora invece di custodire gelosamente i suoi talenti li dissipava sconsideratamente. Stupefacenti misti e alcool avevano progressivamente stemperato la sua bellezza e, dato che non aveva mai dato motivo di credere che la pregevole scatola cranica contenesse qualcosa di raziocinante, era arrivato a ventidue anni con il destino di tossico fuoricorso a vita del DAMS appiccicato addosso. Il suo vero nome è Mauro, il fatto che tutti lo chiamassero Pippo e lui non facesse una piega la dice tutta sul personaggio.
Grazie alla sua militanza nella band del momento aveva ottenuto uno spazio notturno settimanale in una radio minore, ma nessuno si era mai fatto illusioni sulle sue capacità oratorie, dato che entro l'ora di inizio della trasmissione sarebbe stato invariabilmente fatto perso. Con la crudeltà tipica degli umani urbanizzati lo si ascoltava solo per indovinare di che mistura si fosse fatto questa volta.
Questa particolare notte avevo individuato: cinque parti di whisky di malto, una parte di amfetamina in polvere, due parti di libano; sicuramente doveva aver preso qualcos'altro prima del concerto e al bar aveva ordinato un cognac dietro l'altro per mezz'ora. Siamo arrivati in radio vivi solo perché guidavo io.
Al terzo disco Pippo era in stato precomatoso e si stava dimenticando l'indirizzo di casa, figuriamoci il titolo del pezzo. Non ho resistito e, nonostante fosse severamente proibito, ho agguantato il microfono e annunciato il pezzo io stessa. Pippo aveva fatto in tempo a mettere il disco successivo sul piatto prima di crollare a terra e ho annunciato anche quello, chiedendomi se era il caso di chiamare qualcuno, accompagnarlo al cesso o lasciare che se la sbrigasse da solo sul pavimento.
In quel momento si è aperta la porta dello studio e due omaccioni barbuti che non avevo mai visto prima sono letteralmente balzati dentro. Uno si è chinato su Pippo e l'altro mi ha chiesto perentorio: "E tu chi sei? Ti ho mai visto prima?". Ho balbettato piuttosto incoerentemente che sì, avevo fatto l'assistente di studio proprio lì, ma poi non serviva più e quindi, che quella sera avevo osato prendere il microfono solo per evitare un bianco e che ero solo un'amica, no, una conoscente, insomma, nessuno.
L'omaccione mi ha tirato su dalla consolle mentre l'altro prendeva il mio posto e mi ha trascinato fuori. Appeso al muro dell'anticamera c'era il palinsesto. Ci ha puntato un dito corto e grosso: "Scegli l'ora e i giorni che vuoi. Che musica fai, new wave? Ci serve qualcuno che faccia new wave e tu hai una bella voce. Perché non ti hanno fatto fare un provino?".
Solo mentre portavo a casa Pippo insieme all'omaccione barbuto che si era finalmente identificato come Dirk, padrone della radio nata da uno scisma con Radio West-One, la radio di Franz, ho cominciato a realizzare la mia nuova posizione sociale. Come DJ di Radio Est non solo avevo finalmente realizzato il mio sogno, ma avevo un lavoro che mi avrebbe permesso innanzitutto di avere qualche soldo in tasca, poi, con fortuna, applicazione e abilità di avere anche una carriera. Per ultimo, e qui il pensiero correva a Matteo, i DJs di new wave erano automaticamente inseriti nel Giro in quanto la loro attività era considerata di pubblica utilità. Per colmo di fortuna il mese successivo avevo in programma di passare quindici giorni a Londra per rinfrescare il mio inglese e trovare i libri del seminario sul mito di Faust (rottura di palle universitaria) e quindi mi si offriva un'occasione in-cre-di-bi-le per fare provvista di dischi inediti e cominciare alla grande la mia trasmissione.
E' troppo, pensavo guardando quasi con tenerezza il corpo diafano e immobile di Pippo nello specchietto retrovisore.
Matteo aveva incassato la notizia con passabile aplomb. La carnagione del suo viso aveva assunto una delicata tonalità verde zucchino e per una settimana si era ritirato con Martina, Pippo e altri scoppiati in un luogo a me rimasto sempre sconosciuto, riemergendone distrutto nel fisico e nello spirito, ma sazio di sesso, droga e rock and roll.


3.
Mi ero gettata nell'attività radiofonica con tutta me stessa. In capo a due mesi dormivo quattro ore a notte, facevo finta di studiare per l'università un'ora alla settimana e il resto del tempo lo passavo in radio o in giro per conto della radio. La mia collezione di dischi cresceva e così le mie competenze di quel fenomeno musicale che andava sotto il nome di new wave.
Allora non sapevo che stava per finire uno dei periodi di massima creatività musicale: davo per scontato che ogni mese, quasi ogni settimana, il mercato discografico si arricchisse di un lavoro strabiliante. Da più di cinque anni nuove formazioni nascevano, si fondevano, si dividevano, morivano, bolle in un calderone magmatico, lasciando dietro di sé una scia di canzoni leggendarie. Alle case discografiche "majors" si erano affiancate tante e tali labels indipendenti da creare un mercato parallelo in cui erano rappresentati tutti i maggiori artisti new wave, che apparentemente rifiutavano - o non avevano ancora - contatti e contratti con le majors. Tenersi aggiornati non era impresa da poco, soprattutto in Italia, 1.000 km away dall'Inghilterra, culla della nuova musica; una distanza geograficamente poco impegnativa, ma culturalmente siderale: ci volevano almeno 6 mesi perché le release inglesi arrivassero nei circuiti italiani, e anche allora occorreva cercarle nei santuari dediti al genere: Mariposa, Carù, Transex, nomi mitici quanto quelli delle bands d'oltremanica, inaccessibili ai più a causa dei prezzi d'importazione e meta di pellegrinaggi rituali in occasione dell'uscita di Rockerilla, unico organo della stampa regolare dedito alla new wave e passabilmente aggiornato. In ogni caso molti dei dischi segnalati dai soliti beneinformati sulle fanzine del Giro non erano nemmeno previsti in importazione, per cui "andare a Londra" era diventato l'imperativo categorico per tutti gli appassionati del genere.
Andare a Londra significava da un lato entrare in contatto con la realtà musicale fino ad allora solo immaginata e quindi arricchirsi spiritualmente, dall'altro fare incetta di nuove release, fanzine, magliette e altro materiale di culto da immettere sul mercato italiano. Corrieri regolari del Giro per Londra erano i luogotenenti di Franz, Panzer e Grigio, che della compravendita di materiale discografico avevano fatto un florido business; ma non ci si poteva fare più di tanto affidamento per le richieste personali, in quanto già ampiamente oberati dalle richieste dei DJ di Radio West-One. Altri corrieri erano ancora meno affidabili in quanto capaci di spendersi tutto l'anticipo in fumo o negli altri passatempi per cui Londra era rinomata insieme a Berlino ed Amsterdam.
Insomma, "andare a Londra" era un must per chiunque amasse la new wave, era un simbolo di status nel Giro ed era sempre un affare per la mole delle commissioni in conto terzi. Per me era ancora di più, dato che ero tornata dal mio primo viaggio a Londra con un amore che rasentava la dipendenza fisica per quella che ancora oggi considero la più bella città del mondo. Allora, in più, c'era la new wave.
Dirk aveva cominciato a chiamarmi "la punk" e poco tempo dopo ho saputo di essere conosciuta nel Giro come "la punk di Radio Est". Radio Est era infatti composta unicamente dalla falange conservatrice di radio West-One, per cui il palinsesto prevedeva orge di musica country, west coast, etnica, jazz e rock; programmi sulla psichedelia, sulle canzoni di protesta salvadoregne, sul reggae e insomma su tutto il patrimonio del decennio '68-'77, ma nessuno aveva mai acquistato un disco posteriore al '78. C'era in verità una coppia di DJs semiprofessionisti che veniva una volta alla settimana, registrava un'ora di programma e se ne andava: le loro selezioni musicali erano al top dell'avanguardia, ma nessuno aveva la sensibilità per riconoscerle ed apprezzarle: l'unica ragione per cui Dirk dava spazio alla loro trasmissione era la comicità irresistibile dei commenti ai brani.
Una volta, uno dei loro strani 45 giri aveva attirato la mia attenzione. "Come sono?" avevo chiesto. "Bravi. Per adesso girano solo il circuito inglese, ma saranno famosi presto." aveva risposto uno dei due. "Stavo giusto pensando di mettere su questo. Scegli tu: lato A o lato B?"
"B - avevo sentenziato gravemente: il titolo mi piace di più".
"Attenti al prossimo pezzo - aveva declamato il più irriverente dei due al segnale di microfono aperto - è di un nuovo gruppo molto promettente e soprattutto raccomandato dalla nostra Lila, perciò segnatevi il titolo: venderà a pacchi."
"Vendono a pacchi quelli con le fighe in copertina - gli aveva rilanciato l'altro - ma questo ci ha solo un bambino. Però è nudo."
"Venderà a pacchi fra i cultori del genere - aveva concluso il primo - sono storie di ragazzini."
Così, probabilmente per la prima volta in Italia, sono risuonate le note di Stories for Boys, degli U2.
 
Mi pagavano pochissimo, ma in compenso avevo sconti in tutti i negozi di dischi e non ho più pagato il biglietto e le consumazioni in qualsiasi discoteca da allora. Per arrotondare facevo anche le pizze, cioè registravo su nastro le selezioni notturne e di intermezzo. E' così che sono nati i famosi stacchetti di Radio Est.
Un pomeriggio eravamo in quattro a fare le pizze: c'erano il mio assistente di regia e i due DJs dell'avanguardia. Uno di loro aveva portato alcool e fumo. Avevo rifiutato la canna ma avevo ceduto ad un bicchierino di brandy, poi un altro e alla fine ne avevo bevuti quattro.
Ero piuttosto annebbiata quando il mio assistente ha detto: "Perché non registri qualche stacchetto con quella bella voce da letto che ti è venuta?". Avevo biascicato, tra le risate generali, cinque o sei frasi diverse sulla bellezza di Radio Est e dei suoi Megahertz spompinando il microfono e poi mi ero ritirata in bagno ad assicurare il futuro dei quattro brandy fuori dal mio stomaco. Quando sono tornata, la testa decisamente snebbiata, i tre erano in silenzioso ascolto delle registrazioni. Ne abbiamo scelte tre e le abbiamo inserite nella pizza della notte.
Il giorno dopo la segreteria telefonica della radio sembrava una hot line a luci rosse. Dirk era raggiante e ha insistito perché ne registrassi altri cinque, passando personalmente un intero pomeriggio con me e una bottiglia di brandy. Nel giro di pochi mesi i miei stacchetti erano diventati più famosi del mio programma e due discoteche mi avevano offerto contratti a cinque zeri per serata (= il top del Giro).
Matteo passava settimane alterne in ritiro spirituale con i suoi compagni di giochi pericolosi e gravitava intorno a Martina o Lella nelle discoteche dove avevo le serate tanto per farmi capire che non glie ne fregava niente. Progressivamente però potevo notare un lento e graduale miglioramento della sua considerazione per me. Adesso invece che scoparmi e basta mi raccontava anche che cosa faceva con le altre.
 
Durante una delle mie prime serate in discoteca, sei mesi dopo il famoso concerto di Pippo, ho rivisto Franz. Si è avvicinato all'improvviso e mi ha piantato le sue lame d'acciaio negli occhi. "Sei tu la Lila di Radio Est?" mi ha chiesto perentorio. Ho annuito e lui, in tono freddo e quasi seccato ha replicato: "Ho sentito il tuo programma e gli stacchetti. Sei brava. Vieni a trovarmi a Radio West-One.", poi è sparito come era arrivato.
Se non avessi sentito su di me lo sguardo disturbato di Matteo avrei urlato. Radio West-One era il top delle radio del Giro, la scuderia delle majors, l'unico trampolino di lancio possibile per la radiofonia professionale. Da Radio West-One erano usciti talenti del calibro di Gigi Mozzi, Paolo Barile e Donald "rapper" Duck. Inoltre Radio West-One pagava parecchio di più delle altre radio e i DJs sotto contratto godevano di uno status sociale pari a quello dei frontmen delle bands di successo. Per di più non era stato un DJ qualunque a chiedermi di fare un provino, ma il M-I-T-O! Avevo fatto colpo su Franz in persona!
Mi sono girata verso Matteo con la mia migliore maschera di innocente stupore sul viso. "Secondo te stava parlando sul serio?" gli ho chiesto sgranando gli occhi fino a farmeli scoppiare come avevo visto fare a Martina per distrarre l'avversario quando doveva raccontargli una palla particolarmente incredibile. Matteo ha mangiato la foglia + tutto il resto dell'albero e ha risposto sprezzante: "Di serio c'è sicuramente il fatto che ti vuole scopare. Non ho dubbi che avrà anche te, come tutte le altre." e si è avviato senza ulteriori commenti verso Lella che era appena entrata. "Se lo sogna!" gli ho urlato dietro piena di rabbia.
Mi aveva fregato. Mi stava di fatto ricattando, il bastardo! Fino ad un minuto prima ero stata libera di accoppiarmi in pubblico con qualunque essere vivente desiderassi e Matteo avrebbe guardato e applaudito se ne valeva la pena; adesso aveva posto un veto totale proprio sull'unico uomo che tutte le donne del Giro sognavano di poter portare in qualche angolo buio.
Potevo fregarmene, e in questo caso Matteo mi avrebbe trattata come l'ultima delle troie per tutto il resto della mia vita. Non potevo barare: il suo network di groupies e rovinati, senza contare Lella, lo avrebbe informato subito; non avevo dubbi che il contenuto della nostra breve conversazione avrebbe fatto il Giro completo entro la mezzanotte.
E tutto questo perfino prima che io avessi avuto il tempo di riconoscere e valutare la proposta. Mi sentivo terribilmente ingiuriata.


4.
Non ero andata a trovare Franz a Radio West-One. Mi ero presa qualche mese di tempo per decidere il corso delle mie azioni future: perdere Matteo era un pensiero insopportabile, ma perdere l'occasione di lavorare a Radio West-One era imperdonabile. Senza contare che, nel caso in cui l'interesse di Franz non fosse puramente professionale, quella parte di me che reprimevo invariabilmente mi urlava in continuazione che occasioni simili non capitano tutti i giorni e che, quando la fortuna bussa, è meglio non farla aspettare troppo.
L'incontro in discoteca non è però rimasto un episodio isolato: da quella sera in poi mi è capitato di vedere Franz più o meno una volta alla settimana; ho sempre attribuito la causa di questi incontri al mio nuovo lavoro. Il più delle volte Franz si limitava a riconoscere la mia presenza con un cenno del capo, più raramente si degnava di scambiare due parole sulle ultime tendenze musicali senza che l'invito originale fosse più ripetuto.
 
Il mio nuovo stile di vita cominciava a suscitare non poche invidie nell'anticamera del Giro: nei luoghi pubblici i mormorii si infittivano al mio passaggio e Matteo aveva preso a trattarmi con una mistura di sufficienza e distacco che trovavo sempre meno facile sopportare, inoltre non perdeva occasione per umiliarmi.
Un sabato sera mi ha tirato un pacco particolarmente clamoroso: non solo non si è presentato all'ora stabilita per accompagnarmi in discoteca, ma è letteralmente sparito portandosi dietro una decina di dischi che gli avevo prestato e che mi servivano per la serata.
Un frenetico giro di telefonate mi ha permesso di rintracciarlo, o meglio di rintracciare l'indirizzo approssimativo del luogo dove si teneva un party acido e dove lui era stato intravisto in compagnia di Martina. Era fuori città e sicuramente non era il tipo di posto in cui si poteva suonare il campanello e chiedere di entrare senza referenze a prova di bomba.
Conoscevo solo due persone che potevano fornire dette referenze: Pippo e il cantante della sua band, di cui conoscevo solo il nome di battaglia: Spillo. Una telefonata a casa di Pippo mi ha convinto che doveva essere già sul posto, ma fortunatamente Junior, suo fratello, ha riconosciuto la mia voce e si è offerto di accompagnarmi anche sulla Luna. "Basta che mi porti alla festa e poi in discoteca." gli ho risposto, sicura che avrebbe fatto questo ed altro pur di scortarmi alla consolle e passarmi i dischi.
Arrivati alla festa non abbiamo avuto difficoltà ad entrare: Junior era abituato ad andare a ripescare il fratello nei posti più biechi. "Qualcuno lo deve pur fare." diceva invariabilmente con il sorriso innocente dei suoi diciotto anni sulle labbra.
Per la prima volta mettevo piede in uno dei santuari in cui Matteo si ritirava quando aveva voglia di emozioni forti. Un vero schifo, pensavo scavalcando cumuli di vecchie fanzine, bicchieri, bottiglie, nastri e dischi in frantumi e corpi più o meno in estasi. Uno stereo inondava la sala di onde sonore dissonanti. In un angolo Spillo e Pippo, seduti uno di fronte all'altro, scuotevano la testa in sincrono e dicevano in swing: "Non sale, non sale ancora."
Junior ha segnalato a gesti che avrebbe dato un'occhiata oltre il corridoio da cui provenivano risate miste a cigolii vari e tintinnii di bottiglie e bicchieri. In quel momento ho visto Martina uscire dalla porta che dava nella sala interna e mi sono avventata su di lei. "Dov'è Matteo?" le ho urlato scuotendola. I suoi occhi hanno esplorato un punto dello spazio infinitamente lontano dietro le mie spalle per qualche decina di secondi prima che la sua bocca si aprisse e riuscisse a scandire con laboriosa precisione "E che cazzo ne so."
L'ho mollata rabbiosa e sono entrata nella sala interna. Era una camera da letto. Sul letto tre individui erano variamente aggrovigliati, per terra altri gruppi più o meno numerosi erano impegnati a cercare di incastrare i pezzi giusti nei posti giusti o ci avevano rinunciato e dormivano scomposti. Un solitario stava seduto a gambe larghe davanti ad un televisore acceso sul telegiornale senza audio.
Appoggiata allo schienale di una sedia ho riconosciuto la busta di plastica dei miei dischi: non mi serviva altro. Mentre mi allungavo per afferrarla mi sono sentita bloccare una caviglia. Ho scalciato violentemente per liberarmi, inghiottendo l'urlo che premeva per uscire e cercando di non guardare, ma non ho potuto fare a meno di sentire la voce di Matteo, impastata e rotta come quella di Martina, apostrofarmi con un affettuoso: "Che cazzo ci fai qui?". Sono uscita quasi correndo, ma non abbastanza velocemente per non sentire: "La mia donna: una vera rompicoglioni!"
Junior mi aspettava nella prima sala e mi ha portato via senza parlare. In macchina mi ha offerto un mignon di whisky. "Anch'io sono astemio. Lo bevo sempre quando porto a casa Pippo." ha commentato al mio diniego infilandomi il mignon in tasca.
In discoteca Junior si è silenziosamente installato accanto a me a preparare e mettere via i dischi ed io mi sono scoperta più grata della sua presenza di quanto avevo preventivato. C'era poca gente quella sera: la concorrenza delle feste cariche era sempre forte. All'una è arrivato Franz e per la prima volta ho avuto l'impressione che mi stesse cercando con gli occhi e che fosse sollevato dalla constatazione che ero al mio posto.
Approfittando della presenza di Junior, verso le due gli ho affidato la consolle e sono andata al bar a prendermi la pausa di cui sentivo molto bisogno. Franz si è avvicinato quasi subito.
"Serata fiacca. Peccato, la musica era buona." ha commentato con tono neutro.
"C'è una festa carica da qualche parte." ho risposto vaga.
"Lo so." la sua voce era improvvisamente dura e tagliente.
"Mi fa piacere che tu sia venuto qui." ho detto misurando le parole: "Ho avuto l'impressione che mezzo Giro fosse a quella festa."
"Ci sei stata?" i suoi occhi d'acciaio lampeggiavano.
"Sono andata a prendere i miei dischi. Qualcuno li aveva portati là. Nessuno mi ha invitato a restare e comunque non aveva l'aria di essere il genere di feste a cui mi diverto." ho replicato battagliera.
Siamo rimasti in silenzio per qualche minuto. Poi Franz ha detto, come se seguisse ad alta voce un ragionamento: "E' solo che molti non sanno quando fermarsi. Per quello è pericoloso."
"Parli dell'acido?" ho azzardato.
"Quello e il resto." Franz mi ha guardato con un'espressione a metà incredula e sorpresa, come se in quel momento avesse scoperto di aver trascurato un particolare importante nel suo pensiero.
"Tu devi essere una delle poche sane del Giro. Resta così se ci riesci: stai facendo un buon lavoro." ha detto alla fine.
Non ho fatto in tempo a replicare: se n'era andato in fretta come se si fosse improvvisamente ricordato di avere qualcuno che lo aspettava dall'altra parte della sala.
 
Franz aveva sicuramente inteso farmi un grande complimento definendomi sana. Il termine era associato a chi non presentava sintomi di incapacità di svolgere attività sociali, mentre chi divideva il proprio tempo tra ricerca di soldi per la roba e estasi improduttiva era bollato col nome di tossico. Tra sani e tossici c'era poi un purgatorio sempre più affollato di cosiddetti scoppiati (o rovinati), ancora recuperabili ma decisamente non più nel pieno delle loro facoltà a causa dell'abuso di alcool e stupefacenti, come Pippo.
Visto che la sanità dipendeva in larga misura dalla frequenza con cui ci si concedeva il consumo di stupefacenti, era effettivamente piuttosto arduo restare sani a lungo frequentando radio, discoteche, concerti e feste del Giro. Il codice che regolava l'uso degli stupefacenti all'interno del Giro era infatti piuttosto contraddittorio.
Ufficialmente le droghe pesanti non erano tollerate, chi ne faceva uso veniva emarginato dalla comunità e nessun tossico poteva entrare a far parte del Giro. In pratica la pluralità di interpretazioni del termine "droga pesante" faceva sì che ognuno avesse l'opportunità di consumare tutto quello che offriva il mercato e finché aveva i soldi per pagare nessuno batteva ciglio. I problemi iniziavano solo quando qualcuno diventava schiavo dell'abitudine, cioè aveva continuamente bisogno di farsi: di solito questo succedeva con l'eroina, per cui questa era l'unica sostanza effettivamente taboo, mentre tutto il resto era considerato un must in molte occasioni.
La mia fortuna era stata l'aver intuito che la quantità e la qualità di stupefacenti che si potevano tollerare senza effetti collaterali permanenti era un fatto strettamente individuale: non solamente, se avessi provato a ingurgitare in una volta anche solo la metà di quello che si faceva Pippo per riuscire ad alzarsi dal letto, non sarei sopravvissuta per raccontarlo, ma l'effetto di una modesta canna di nero su di me era più devastante di un carico di bye bye blues.
Perciò, dopo qualche esperimento, mi ero costruita una "dieta" a cui mi attenevo molto più fermamente di quanto facessi con il cibo.
Fino a quella sera avevo ricevuto per questo solo occhiate sospettose e sguardi increduli o addirittura di commiserazione; il fatto di aver ricevuto in una sola sera ben due segnali di solidarietà mi confortava e mi ripagava in parte delle continue umiliazioni che costituivano il premio del mio amore per Matteo.


5.
In piena estate l'intera comunità era stata sconvolta da una notizia-bomba: Lella era incinta. Poi, a raffica: Lella aveva abortito, Lella aveva piantato Franz, Lella era stata vista insieme al Rosso (un tossico), Lella si faceva.
Difficile stabilire l'esatto ordine cronologico delle notizie, ne' era chiaro se l'aborto fosse stato voluto da Franz (da cui l'abbandono e il resto) o da Lella (perché già tossica, perché il padre era incerto). I due protagonisti della vicenda naturalmente non fornivano commenti e non si facevano vedere più in pubblico.
C'era un impegno mondano a cui Franz però non poteva mancare: il festival new-wave-hard-core-punk nazionale, da lui organizzato ogni estate prima del grande esodo di Agosto. Gli occhi di tutte le donne del Giro erano puntati sull'edizione di quest'anno: tutte volevano sapere se e da chi Franz sarebbe stato accompagnato, parecchie vedevano in questa manifestazione l'occasione per candidarsi alla carica - anche temporanea - della first squinzia.
Il festival durava tre giorni e di solito le bands di spicco suonavano solo l'ultima sera; anche se non avessi voluto andarci il mio lavoro mi imponeva di presenziare. Avevo deciso di dare un'occhiata nel pomeriggio dell'ultimo giorno: Matteo aveva altri impegni con la sua diletta e ora più disponibile Lella, ma Martina non aveva niente da fare e mi accompagnava volentieri (= moriva dalla voglia di andare a dare un'occhiata alla situazione).
Da quando Franz ci aveva scambiate per sorelle eravamo perversamente attratte l'una all'altra: ci scambiavamo vestiti, chiacchiere e opinioni. Lei giurava di avere un'intesa puramente spirituale con Matteo, in quanto già impegnata fisicamente con tre tipi tra cui stava cercando di decidere; anche Franz la interessava poco, tanto più che l'anno precedente c'era già stato qualcosa tra loro, e non era stato il massimo. Decodifica: si scopava Matteo occasionalmente, era innamorata di qualcuno che la cagava poco, ne stava tenendo sulla corda un paio di cui si sarebbe stufata presto, Franz l'aveva rifiutata.
Martina infatti non diceva mai la verità, ma aveva un'abilità innata per presentare le versioni dei fatti che più le convenivano in quel momento senza mai farsi beccare in contraddizione. Appagava i desideri dei maschi del Giro nella misura in cui questo la faceva salire nella scala sociale o le procurava vantaggi materiali, altrimenti si cercava le prede fuori dal Giro; teneva sempre i suoi complicati affari ben ordinati e insieme a quelli anche gli affari altrui, nell'ottica di un utilizzo interessato: lei e Matteo avevano decisamente molto in comune.
Per questo motivo io cercavo di parlarle solo di fatti e persone che conosceva intimamente e su cui avrebbe potuto ricamare ben poco, cioè me, Matteo e il nostro rapporto farsesco.
Quel pomeriggio però non avevo potuto evitare di fare congetture insieme a lei sull'eventuale accompagnatrice di Franz, ne' avevo potuto resistere alla sua insistenza di metterci in tiro per il festival: alla fine dei preparativi eravamo praticamente nude, ma Martina sosteneva che non potevamo rischiare di sfigurare nel confronto con le candidate. Inoltre tutti i maschi del Giro ci conoscevano: questa era la migliore garanzia per non essere molestate contro la nostra volontà.
Ci eravamo piazzate in una posizione strategica, da cui si dominava il palco e il passeggio e da cui eravamo visibilissime. Come Martina aveva previsto la tenuta più casta delle spettatrici avrebbe figurato bene sulla copertina di qualche mensile per soli uomini: rischiavamo davvero di passare inosservate in quel mercato di corpi al sole.
Dopo poco più di mezz'ora dalla nostra entrata in scena Martina aveva sibilato senza scomporsi: "Franz in avvicinamento." Stava infatti navigando sulla nostra traiettoria come un'ape sui fiori. Con i saluti ci ha offerto una quota di sottoscrizione a Radio West-One e alla sua fanzina, praticamente un biglietto di lotteria la cui quota di partecipazione era ignobilmente alta dato lo scopo sociale dell'operazione. Ho acquistato due quote e qualcosa nel tono con cui Franz mi ha chiesto indirizzo e telefono "nel caso vinci" ha suscitato in Martina un impellente desiderio di andare a fare un giretto nel backstage, nonostante i miei eloquenti messaggi non verbali sull'argomento.
Rimasti soli Franz mi ha invitato ad accompagnarlo nella sua nobile questua. Avevo tutto da perdere a farmi vedere in giro con lui precisamente in quell'occasione, per cui l'ho convinto velocemente a lasciarmi un carnet di biglietti con la scusa che da sola li avrei piazzati molto più facilmente. In capo a mezz'ora avevo di fatto finito il carnet raggranellando un gruzzolo superiore al valore nominale dei biglietti e mi presentavo al banco di Radio West-One per chiederne un altro.
Franz mi aspettava al varco. Con un gesto imperioso del sopracciglio sinistro ha fermato la cassiera, poi sorridendo mi ha tolto il denaro dalle mani e mi ha preso sottobraccio. "Basta con i biglietti, sei stanca. Ti meriti un bel tè freddo" mi ha ingiunto premuroso scortandomi al tendone bar. Lì è passato direttamente nel retro, ha aperto un frigorifero, ha tirato fuori una lattina, l'ha aperta, ne ha bevuto un sorso e mi ha offerto di bere il rimanente appoggiando direttamente la lattina alle mie labbra.
Ho istintivamente spostato il viso cercando di afferrare la lattina col risultato di ritrovarmi coinvolta in un lungo e deliberato bacio in bocca.
"Con molti ringraziamenti per la collaborazione da parte della direzione." ha concluso seraficamente Franz lasciandomi la lattina e andandosene.
Sono rimasta imbambolata per un minuto buono con la stupida lattina in mano e il fuoco in gola. Non potevo credere che fosse successo: un'impudenza mai vista. Ma si rendeva conto della posizione in cui mi aveva messo? L'aveva fatto apposta o non ci aveva pensato? Molto più probabilmente la seconda ipotesi era quella corretta, questo però non lavava l'onta del suo comportamento sfacciato. Chi si credeva di essere? L'uomo che non deve chiedere mai?
Ho bevuto il tè con un brivido pensando alle implicazioni di tutta la vicenda. Bene, adesso sapevo esattamente che cosa voleva da me. Fine del sogno professionale, inizio del tormento carnale. Stronzo.
Sono uscita dal tendone cercando di riottenere il controllo del mio corpo che non riusciva a smettere di tremare. Martina era ferma poco più in là: sicuramente aveva visto tutto. Oh, al diavolo! Mi sono avvicinata senza dire una parola, lei ha fatto qualche commento ridondante sulla band, il sole stava calando dietro i tendoni e i raggi illuminavano il prato di arancio e rosa. La band stava suonando l'ultimo bis, ci sarebbe stata mezz'ora di pausa durante la quale la brezza notturna avrebbe preso possesso del prato e portato via i bollori del giorno infuocato. Siamo rimaste sedute senza parlare finché l'erba è diventata umida e le luci si sono accese.
"Sono stanca, vado a casa." ho detto quando ho capito che ormai non avevo più ragione di restare.
Martina mi ha guardato sorniona: "Non aspetti fino a mezzanotte? C'è il gran finale con fuochi d'artificio e estrazione dei premi."
Ho alzato le spalle con una smorfia stizzosa per trattenere le lacrime che sentivo arrivare: "E' inutile, non vinco mai niente."
 
Così è cominciato tutto. Forse era già tutto deciso fino dalla prima volta che ti ho visto, forse c'era ancora tempo per cambiare le cose al concerto. Se Matteo quel pomeriggio avesse deciso di stare con me anziché con Lella forse avremmo ritardato gli eventi ancora per qualche mese. Ma non è andata così.
Il giorno dopo ho ricevuto la tua telefonata che mi annunciava la vincita di un premio minore, un libro di Andrea Pazienza. Sapevo perfettamente che non era vero: non ho mai vinto niente alle lotterie, in compenso bastava ascoltare anche solo una volta il mio programma radiofonico per conoscere la mia passione per Andrea Pazienza.
Sì, è vero, quando sono arrivata a casa tua per ritirare il premio e tu mi hai ricevuto completamente bagnato e nudo, un asciugamano negligentemente posato sui fianchi (ho appena fatto la doccia, vieni che mi cambio), ho reagito bene. Ti ho mandato affanculo e me ne sono andata, non senza prima averti detto con precisione che cosa pensavo di te, dei tuoi luogotenenti e del ruolo che veniva riservato alle donne nel Giro. Ti ho fatto capire che io non ero una troia qualunque, che non avrei accettato di essere trattata come Martina.
Tutto inutile. Ti desideravo esattamente come l'ultima delle groupies, ti ho desiderato dal primo istante in cui ti ho visto, incorniciato dalla luce bianca, pronto per ascendere al cielo. Avresti dovuto sbattermi per terra proprio come il tuo personaggio richiede che tu faccia con le donne, almeno l'avremmo finita lì, subito, e non ci avremmo pensato più.
Invece sei rimasto interdetto, come fulminato alla mia reazione violenta, evidentemente inaspettata e soprattutto inusitata, e da quel giorno i ruoli si sono capovolti: il mito sono stata io. Per te.


6.
Non ci siamo più visti per un po', io e Franz. La carica di first squinzia era ancora vacante in autunno: segno inconfondibile, a detta di molti, del suo imperituro amore per la fedifraga Lella.
I nostri rapporti sono ripresi con la riapertura delle discoteche cittadine, questa volta improntati alla più corretta professionalità. Franz ha cortesemente rinnovato il suo invito a fare un provino per Radio West-One, io ho graziosamente accettato e sono passata nella scuderia dei cavalli di razza.
Franz mi offriva cappuccini e brioches e mi riaccompagnava a casa la sera quando facevamo tardi a sistemare le pizze della notte o mi passava a prendere quando dovevamo aprire la radio al mattino, esattamente come faceva con Panzer e Grigio, i suoi collaboratori più fedeli e amici più cari. Chiedeva la mia opinione su quasi tutti i problemi di gestione della radio ma non mi ha più invitata a casa sua da sola. Ero diventata uno dei suoi luogotenenti.
Matteo doveva aver saputo da Martina come erano andate le cose al festival e da altri che cosa era successo dopo. Ha pensato bene di non darmi più corda di quanto avesse fatto fino ad allora: avrei sempre potuto preferire una notte con Franz al rapporto sadomasochista con lui. E' iniziato quindi il periodo del grande amore con fedeltà incorporata: prima della fine dell'inverno eravamo andati a vivere insieme.
 
Intanto stava maturando una svolta storica. Avevo sempre pensato che la vita di discoteca non faceva per me: a parte gli orari impossibili, l'aria malsana e le abitudini di consumo ancora più malsane, i maschi che frequentavano le discoteche dove lavoravo non erano dei gentiluomini: un paio di volte l'avevo scampata per un pelo.
In compenso Junior, che non si schiodava dal mio fianco dalla sera della festa acida, sembrava aver trovato la sua strada: era indubbiamente molto portato per il mestiere e sarebbe certamente diventato più bravo di me in breve tempo. Alla fine dell'anno, poco prima di andare a vivere con Matteo, gli ho girato i miei contratti e mi sono sganciata per sempre dal mondo delle palle di specchi. Senza un rimpianto e appena in tempo.
A marzo Radio West-One ha acquisito la maggioranza delle quote azionarie in una radio di Parigi e in una radio di Londra. Le responsabilità di Franz sono triplicate di colpo e noi luogotenenti abbiamo dovuto abbandonare l'attività di DJ per aiutare Franz nella gestione. Per dodici ore al giorno, sette giorni la settimana.
Dopo sei mesi, stremati, ci siamo resi conto che l'affare diventava troppo grosso per una struttura così piccola. Nella leggendaria - perché unica - riunione di "board", convocata in un'ora notturna all'inizio di ottobre, tra lattine di birra, panini integrali e insalate di mais è stata quindi presa la decisione storica. I finanziamenti di una banca e di due case discografiche indipendenti ci consentivano di espanderci; Radio West-One sarebbe diventava una corporazione con quattro divisioni: programmi, alta frequenza, pubblicità e estero.
Franz, coadiuvato da Panzer, avrebbe mantenuto la direzione generale, ma si sarebbe concentrato quasi esclusivamente sulla bassa frequenza. Le divisioni di alta frequenza e pubblicità sarebbero state appaltate a società esterne subordinate alla direzione generale. La divisione estero infine sarebbe stata affidata a Grigio, che viveva praticamente sugli aerei dall'inizio dell'anno, e che avrebbe finalmente avuto un ufficio e una casa a Londra dall'inizio dell'anno nuovo.
Alla fine della riunione Franz si è girato verso di me e ha detto gravemente: "Abbiamo bisogno di te qui, lo sai, ma anche Parigi ha bisogno di un consulente musicale. Sei molto piaciuta ai ragazzi francesi e hanno chiesto che ci vada tu, almeno per il primo anno. Non ho ancora risposto: voglio che decida tu. Sai che il lavoro di Parigi non occuperà più di tre giorni la settimana, perciò se vuoi potrai anche andare ad aiutare Grigio a Londra: la radio lì è più grande. In effetti è meglio se ci organizziamo in modo da avere sempre almeno uno di noi a Londra, è più importante."
Aveva detto la parola magica: Londra. Avrei accettato di camminare nel fuoco pur di andare a Londra. Mi sono controllata.
"Ci devo pensare. Dammi il weekend, O.K.?"
Lo sguardo di Franz era indefinibile: "O.K."
Ne avevo parlato la sera stessa con Matteo, più che altro proforma in quanto ne' lui ne' nessun altro mi avrebbero fermato: avevo già deciso. Non sorprendentemente Matteo mi ha incoraggiato a cogliere un'opportunità a suo dire irripetibile, facendomi capire che se fosse successo a lui avrebbe fatto le valigie senza nemmeno consultarmi. Per una volta tanto eravamo pienamente in linea.
Ho comunicato la mia decisione a Franz lunedì mattina, al bar. Eravamo schiacciati tra tutti i collaboratori di Radio West-One e gli impiegati degli uffici vicini, ma per un attimo ho avuto la sensazione che fossimo soli in un deserto.
Il suo sguardo di colpo si è smarrito, come quello di un animale che si accorge di essere braccato.
"Da che cosa fuggi?" mi ha chiesto quasi sottovoce, evitando il mio sguardo. Ero stupefatta: un tonfo sordo e caldo alla base dello stomaco mi ha riportato indietro fino al pomeriggio dell'estate prima, sotto il tendone.
"Da nessuno! Da chi dovrei?" ho balbettato tremando e rendendomi conto che per la seconda volta mi ero negata al suo desiderio. Era troppo tardi.
 
La consapevolezza della separazione imminente ci ha avvicinato ancora di più. Sentivamo che non ci sarebbe stato più tempo per vedere come andava a finire tra noi, la storia finiva lì, senza mai essere iniziata: ci univa la rassegnazione impotente di fronte all'ineluttabilità del tempo, della crescita, dei rispettivi ruoli e delle scelte che questi ci avevano imposto.
I miei sentimenti erano estremamente confusi: mi faceva molto più male la separazione da Franz che quella da Matteo, cominciavo ad ammettere a me stessa che Matteo non era mai stato innamorato di me e prevedevo già quello che sarebbe successo quando il mio lato del letto fosse rimasto vuoto. L'avevo già inconsciamente valutato e accettato.
Mi tormentava la coscienza del significato della reazione di Franz alla mia decisione. In un certo senso, stando così le cose facevo meglio ad andarmi a schiarire le idee lontano da lui. D'altra parte come avrei potuto immaginare? La riservatezza di Franz e la ineccepibile correttezza del suo comportamento non mi aveva dato alcun indicatore della realtà.
Nemmeno adesso ero troppo sicura di come stavano le cose: l'elemento formale del nostro rapporto si andava progressivamente esasperando, era forse un modo di reprimere l'affinità che sentivamo crescere dentro di noi? Eravamo arrivati a questo?
 
Era stato deciso che Grigio sarebbe partito prima di Natale ed io lo avrei raggiunto dopo l'Epifania. Mi spettava l'organizzazione del trasloco di tutto quello che avremmo ritenuto necessario portarci dietro nella nostra nuova vita.
Raccogliere e selezionare le cose che mi avevano accompagnato in tutta la mia vita mi stancava e mi addolorava, ma Franz era addirittura sconvolto.
"Io non potrei mai andarmene così, su due piedi, come fate voi. E' la mia gente questa, la mia casa. Come puoi dividere la tua vita in questo modo? Come puoi decidere che cosa tenere e che cosa lasciare?" mi ha detto una sera mentre stavo vuotando la scrivania.
"Non è mica la Scelta di Sophie! Non credevo che tu fossi così attaccato alle cose. Sono solo oggetti, anche se molti sono legati a ricordi. Le persone, quelle te le porti dentro."
Alle mie ultime parole Franz aveva alzato gli occhi: il suo sguardo era lontano, assorto.
"Già, quelle te le porti sempre dentro, soprattutto quando non ci sono più. Bella merda." ha detto lentamente.
Era la prima volta che parlava di sé e improvvisamente mi sono scoperta curiosa di sapere tutto di lui, assetata dei suoi ricordi e delle sue sensazioni.
"Ti riferisci a chi una volta era amico e poi ti ha ... tradito?" ho azzardato. Ma Franz non ha abboccato ed è tornato subito in sé.
"Anche. Ce n'è sempre qualcuno. Ma mi riferivo al fatto che non è possibile portarsi dentro chi ami per essere felice: come puoi stare lontano da chi ami?"
"Se gli stai lontano allora non lo ami, è questo il concetto?"
I nostri sguardi si sono incrociati e le sue lame d'acciaio mi hanno trapassato brutalmente, lasciandomi senza fiato.
"C'è un'altra verità?"
 
Il 6 dicembre Panzer era a Bologna a registrare un concerto e Grigio era a casa con 40° di febbre. L'epidemia di influenza aveva falcidiato i DJs e ci eravamo dovuti accollare la conduzione di parte delle trasmissioni per garantire continuità. Verso le sette di sera io e Franz ci siamo incrociati correndo nel corridoio tra due sale di registrazione.
"Ha telefonato Jaco, non può venire." gli ho detto.
"Luca nemmeno." ha replicato lui.
"Io dovevo inscatolare i nastri per Londra." ho constatato allo stremo delle forze.
"Dopo la trasmissione ti aiuto io. Andiamo." Il suo tono era forte e caldo come l'abbraccio che lo accompagnava, un abbraccio paterno. Mi sono lasciata condurre alla consolle.
 Mentre pensavo stancamente che avrei dovuto avvertire Matteo del mio ennesimo ritardo, Franz ha sollevato la cornetta del telefono.
"Lo avverto io." ha detto semplicemente.
Ci siamo guardati a lungo, in silenzio. Le mie difese erano a zero: ero stanca, ero depressa, avrei voluto piangere, avrei voluto ...
"Non è il caso. Non farei mai una cosa del genere: è per questo che gli ho telefonato io. Vai tu al microfono, la tua voce è più sexy."
E' stata la prima volta che abbiamo fatto l'amore. Con la voce.
 
torna su
    successivo »  
 
| design&development: Artdisk